"Zaff&rano e altre spezie" di  Hans Tuzzi

“Zaff&rano e altre spezie” di Hans Tuzzi

Recensione di “Zaff&rano e altre spezie” (Slow Food, “Piccola biblioteca di cucina letteraria”, 2014) di  Hans Tuzzi.

Se l’occasione fa l’uomo ladro, un lavoro d’occasione può diventare un gioiello: “Pazienza, ho firmato persino un contratto e ora non posso più tirarmi indietro”. Dall’onore di una firma è dunque scaturito zaff&rano e altre spezie. Forse non del tutto. Intanto il titolo, tutto minuscolo per un ricercato svolazzo autoriale, con la & commerciale a stabilire un sodalizio fra Zaff e Rano, due demoni del deserto che in un tempo lontano  si erano congiunti in un fiore che aveva il potere di colorare di giallo il candido riso. La leggenda ha come aedo una prozia dell’autore, e non saremo certo noi a importunare la memoria di questa dignitosa figura di donna con arcigne disquisizioni filologiche. Di certo questo sappiamo: a dispetto della sua esile sagoma, zaff&rano è un capolavoro di lingua e di stile. L’autore è Hans Tuzzi, letterato e poligrafo dalla scrittura intensa e luminosa, noto a un più vasto pubblico per l’apprezzata serie dei gialli che hanno come protagonista il commissario Melis. (La morte segue i Magi è il titolo più rappresentativo e felice, un libro che ha elevato il genere giallo ad altezze probabilmente mai raggiunte prima nella nostra letteratura).  La sfida di zaff&rano è stata questa: scrivere un libro a sfondo culinario che fosse “appetibile” ai palati più raffinati. A pubblicarlo è stato infatti la “Slow Food Editore”, nella collana “Piccola biblioteca di cucina letteraria”, in una pregevole e singolare veste editoriale.

Hans Tuzzi ha imbracciato il suo paiolo di maturo scrittore e rimestato la minestra agra dell’infanzia, sicché è legittimo il sospetto che zaff&rano sia in pectore il nucleo di un diario di vita che l’autore sta segretamente alimentando. Le pagine hanno l’andatura elegiaca di un poema dove anche il cibo è struggimento e il desco familiare un palcoscenico dove si recita un dramma nascosto fra i sapori. Rifuggendo dal compiacimento crepuscolare, Tuzzi accende in questo scritto una declinante luce settembrina, e dissemina nelle pagine una celata pietas di classica memoria, che è a mio avviso la quiddità dei suoi libri più belli. (E chissà quanto consapevolmente perseguita o approvata, perché gli autori sono di solito lettori omertosi di sé stessi.) Un esempio fra i tanti: “… i maiali venivano trascinati di faticata forza al sacrificio sguaianti strillanti e gementi come cristiani… Le loro disperate grida d’aiuto laceravano l’aria tersa dei colli friulani…”. Ma chi sono i maiali che gemono? Ci fermiamo al fenomeno, o non ci è forse lecito intravedere in quelle grida il vivente umano che geme sotto il peso della consapevolezza mortale e di una libertà lacerante? Lì sta a mio avviso il noumeno della sua letteratura: il rovello del sé, le domande inesorabili e impossibili sul senso dell’esistere, la rivisitazione delle stanze segrete dell’infanzia dove molto si è già compiuto, e con fatica. (“Come possono, i bambini, sopravvivere alla loro infanzia? Ci riescono, ma è difficile. E lo sanno, sarà a prezzo di nostri continui tradimenti…”)   Ogni futura agnizione è in realtà un’amara ripetizione di “quell’infanzia che ritorna, ritorna, come un rimpianto, come un rimorso”.

In questa come in altre opere, la scrittura di Hans Tuzzi seduce e svia dalla lacerazione del ricordo con il lucore discreto delle frasi, cesellate e nitide, incantatrici e vigili. Qui la ferita e il farmaco convivono, come sempre avviene nella migliore letteratura.

Hans Tuzzi è un conoscitore dei molteplici registri della scrittura, e non si ferma a impudiche commozioni, alternando le ecchimosi del ricordo alla brillantezza della conversazione e a signorili canzonature: “In famiglia siamo come Benedetto Croce: non sappiamo tenere le scorregge.”  Imperdibili alcuni ritratti, come quello della domestica Natalina: “Ricordava moltissimo Pulcinella, ma non era vestita di bianco. Al contrario, camuffava la propria inquietante alterità avvolgendola in brillanti colori gitani, tali da celare, nel loro esotismo, la sua reale natura, che non era solare ma sotterranea (…)”.

E poi la chiusa del libro: una manciata di righe da leggere a voce alta per gustarne la mesta e ritmata bellezza. Mi esimo dal riportarle, quelle righe, già troppo ho abusato del testo, perché è come il finale di un giallo: non si svela un colpevole, ma si scopre uno stile di rara e sereno splendore, difficile da reperire nella “romanzeria” italiana di questi ultimi anni, arresasi alla prosaicità delle storie senza più l’onore delle parole.

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