«Waldemar» di Alessandro Tenaglia

«Waldemar» di Alessandro Tenaglia

Recensione di «Waldemar» di Alessandro Tenaglia (Libertà Edizioni, 2021). Articolo di Gianluca Minotti.

Come interrogare la letteratura per trarne un modello da applicare nella vita reale.

Waldemar: il corpo al centro dell’indagine.

C’è il corpo, certo, al centro di Waldemar di Alessandro Tenaglia (Libertà Edizioni, 2021), il corpo in tutte le sue possibili declinazioni (e complicazioni), ma anche il corpo della letteratura intesa come organismo, struttura infinite volte vivente, se è vero che l’arte è un eterno rinnovarsi e non è mai conclusa, mai data per sempre e soltanto dal corpo a corpo di chi l’ha creata, ma bensì, ancora, ogni volta riflessa nel corpo a corpo di chi quell’arte la interpreta nuovamente, magari rileggendo e studiando un testo scritto da altri.

Ed è sghemba questa recensione, che poi non è una recensione ma il mio personale tentativo di domandare a Waldemar – al romanzo, intendo – ciò che il protagonista domanda al personaggio oggetto del suo studio. Perché la vicenda di Waldemar è presto detta: Saverio, un uomo di una cinquantina d’anni, torna a vivere nella casa dove è nato, (la casa come corpo): una casa antica, in mattoni, qualcosa meno di una villa signorile e più di una casa colonica, costruita su una collina coltivata a vigna. La prima volta che lo incontriamo, Saverio è seduto al tavolo dove ha posato un grosso fascicolo di fotocopie e dei libri perché sta lavorando da tanto tempo a un progetto: finire di scrivere un saggio sui romanzi americani di Christopher Isherwood. E proprio mentre sta riordinando le idee, ecco che nella stanza entra Jonathan, un africano alto e robusto, «una presenza forte e discreta, sensibile, vicina ma anche appartata». Jonathan vive lì ormai da dieci anni, con la moglie e i tre figli: da quando, cioè, Saverio gli ha affidato la casa e il padre, ormai solo e vedovo. E quanto era già accaduto anni prima, l’attrazione fisica tra Saverio e Jonathan, questo loro amore taciuto agli altri e a loro stessi, sta per rinascere e difficilmente questa volta potrà restare clandestino, avulso dal giudizio morale e non provocare dolore. A meno che in soccorso non arrivi Waldemar, e non arrivi, appunto, la letteratura o, se non tutta, almeno l’opera di Isherwood che Saverio studia da anni e interroga senza posa. La interroga, e dalle domande si generano i ricordi, prende corpo il passato e si producono in lui, e nel lettore, reazioni emotive forti, perché in filigrana alle opere di Isherwood, Saverio rilegge e rivede e reinterpreta tutta la sua intera esistenza. E sebbene Waldemar sia un libro nel quale è continuamente infranto l’ordine cronologico degli avvenimenti, a non essere mai infranto è invece il procedimento, lento ma inesorabile che volge verso la scoperta di un senso.

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Waldemar: il corpo appartato

Le domande che Saverio pone all’opera di Christopher Isherwood hanno a che fare al contempo con la vita e con la letteratura. Come d’altronde tutta l’opera di Isherwood non è altro che questo: l’estenuante tentativo di essere fedeli alla vita eppure di declinare tutto nella finzione narrativa. Isherwood, il cantore degli ultimi giorni di un’umanità che stava scivolando, ancora ignara, verso il nazismo (Addio a Berlino, 1939), è colui il quale ha quasi sempre scritto narrativa strettamente correlata alla sua biografia, a sua volta «evidentemente correlata alla sua vita reale», parlando per esempio senza indugio alcuno della propria omosessualità. «Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto; non penso, accumulo passivamente impressioni» scriveva Isherwood, che però, fra gli altri, inventò il personaggio di Waldemar che compare in tutti e quattro i diversi momenti narrativi che compongono Ritorno all’inferno (1962), uno dei romanzi americani studiati da Saverio.

Ma chi è Waldemar e cosa rappresenta? Egli è un giovane tedesco che incarna l’eros assoluto e spontaneo, la naturalezza, l’energia, la pura gioia, la vertigine sessuale, l’istinto che agisce in quanto tale e quindi non è mai immorale ma, semmai, pre-morale. Jonathan è un moderno Waldemar: un Waldemar non più tedesco bensì, rovesciandone i canoni ariani, africano. Insomma, Waldemar è per Saverio un modello di riferimento, sia umano che artistico. Umano perché è mero corpo che dà il piacere sessuale al di fuori della morale, e artistico perché, da personaggio “appartato” (appartato come Jonathan), quale sembra essere Waldemar in Ritorno all’inferno, dove c’è un narratore che parla in prima persona e che si chiama Christopher e che potrebbe essere Isherwood stesso, in verità ne è il protagonista. Perché in Ritorno all’inferno, «l’io narrante, Christopher, fa la biografia di Waldemar, ma come se non fosse così, non lo dichiarerebbe mai: di sghembo». Allo stesso modo di come in Waldemar, Saverio, interrogando le opere di Isherwood, in fondo non faccia altro che scrivere la biografia di Jonathan.

Gianluca Minotti