Giuseppe Berto, mio padre

Giuseppe Berto, mio padre

A un secolo dalla nascita il ricordo dello scrittore Giuseppe Berto nelle parole della figlia.

Un massaggio sul bordo del naso, o piuttosto una grattatina: su e giù con l’indice tra il setto e l’occhio. Era un gesto involontario, per Giuseppe Berto, che veniva fuori – come lui stesso raccontò – quando pensava alla famiglia. Una carezza immaginata, forse, o forse la sublimazione di una coccola da parte di un padre riservato e affettuoso al contempo, allegro spesso e spesso malinconico.

“Mio padre aveva un gran senso dell’ironia”, conferma Antonia Berto.

Fa un certo effetto trovarsela davanti. È la figlia di Giuseppe e gli assomiglia incredibilmente: alta, sottile, stessi denti lunghi, stessi occhi profondi e indagatori. Solo il naso è diverso: più piccolo e pronto ad arricciarsi ad ogni sorriso. Ci incontriamo in un bar della Balduina, il quartiere romano dove Berto è vissuto fino alla morte, a pochi giorni dal centenario della nascita dello scrittore.

“Ridere di sé stesso è una delle cure che ha trovato per la sua malattia”. Già, perché Berto la depressione era riuscito a sconfiggerla, pur con i tentennamenti che sempre accompagnano l’uscita da questo disturbo, pur con le malinconie e le ugge e quel sottile disincanto che rappresenta il sottofondo consueto della grande letteratura. Berto la depressione l’ha inventata, in qualche modo. Il Male Oscuro uscì nel 1964 e vinse in un’unica settimana il premio Viareggio e il Campiello. L’autoanalisi del protagonista, dissolta dal flusso di coscienza in una prosa asistematica, ampia e volutamente povera di punteggiatura, rappresentava in quegli anni qualcosa di veramente nuovo, che andava oltre il modello, pur evidente, della Coscienza di Zeno. Ma non era solo per via dello stile che Il Male Oscuro di Berto rompeva gli schemi: c’entravano una trama piena di flashback, la sfacciata sincerità tipica dei grandi scrittori, la determinazione a prendere di petto un tema moderno e inedito nello stesso tempo. All’epoca la depressione era, tutt’al più, un capriccio della volontà, una posa intellettuale, un vizio da originali. Con Berto si rivela una malattia paralizzante, tanto che il titolo del romanzo diventa da quel momento in poi sinonimo accettato, se non abusato, di questo disturbo così diffuso. Eppure Berto non era certo il prototipo del letterato curvo sotto il peso di cupi ragionamenti.

“La depressione era presente”, dice Antonia, “ma io mio padre me lo ricordo come una persona simpatica, che si è divertita: usciva tutte le sere con mia madre, tanto per dire”. Erano una bella coppia, Giuseppe e Manuela: lei correggeva le bozze del marito scrittore, gli dava consigli, s’infuriava perché nel Male Oscuro il protagonista si riferiva alla futura moglie con uno sminuente “la ragazzetta”. Giuseppe non era da meno. L’ironia che traspare chiaramente in tutti i suoi libri diventava addirittura corrosiva quando veniva impiegata in una delle tante polemiche che lo videro contrapposto all’establishment intellettuale dell’epoca.

“Se non eri dichiaratamente di sinistra”, dice Antonia, “in quell’epoca eri costretto al silenzio, altrimenti ti davano del fascista. Lui diceva quello che pensava senza nascondersi. Guerra in camicia nera – il libro che mio padre dedicò agli anni del conflitto in Africa – è un’enorme denuncia delle guerra, ma ha fatto comodo a molti fraintenderlo. Mio padre si teneva lontano da determinati ambienti, non si è mai compromesso, mai mascherato, non ha mai negato quello che aveva fatto. Gli è costato molto essere ostracizzato, certo, e non gli ha fatto piacere né comodo essere isolato, ma non ha rinunciato per questo alla propria onestà”.

Le polemiche di Berto sono passate alla storia: quelle con gli intellettuali del Mondo di Pannunzio, quelle con l’Espresso di Arrigo Benedetti, quelle con i critici più autorevoli dell’epoca: Cecchi, De Robertis, Falqui. Berto, che aveva avuto una vita avventurosa, che vendeva molto, vinceva premi, comprava belle case e metteva su un’amatissima famiglia, soffriva per la mancanza di ciò che più bramava: la gloria letteraria. Lui, che puntava con pieno diritto a uno stile “alto”, veniva relegato nel genere che gli americani chiamano middlebrow e che consiste in un astuto compromesso tra letteratura autoriale e commerciale.

“Non è che odiasse i suoi colleghi scrittori”, spiega Antonia, “odiava il potere ideologico che comandava, che imponeva di essere fatti in un certo modo per poter ottenere recensioni positive, fare interviste e ottenere il diritto di vendere copie”. Se di odio si trattava, era di tipo prettamente letterario. Nulla di personale, cioè. “Sono stato classificato”, disse Berto all’epoca, “come neorealista, mentre io penso di essere stato, casomai, un neoromantico, con tutti gli abbandoni e le ingenuità che una simile posizione comporta”. Il nemico, letterariamente parlando, era soprattutto Alberto Moravia. Il conflitto esplose nel 1962, quando Berto lanciò l’affondo contro la vincitrice del premio Formentor inediti, Dacia Maraini, e contro il suo sponsor: Moravia, appunto. La scintilla, però, era scoccata ben prima. “Ha mai visto le foto di mio padre con la barba?” Mi chiede Antonia, e il naso le si arriccia lievemente in un sorriso, mentre ripensa a quelle immagini. Comunque sì, le ho viste. “La barba se la fece crescere quando morì Hemingway, come omaggio”, mi spiega.

I libri di Ernest, Berto li aveva conosciuti durante la prigionia in Texas, catturato dagli americani alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Poi c’erano state le parole di apprezzamento spese da Hemingway (non un tipo generosissimo in quanto ad elogi) per Il Cielo è rosso, il romanzo di Berto pubblicato nel ’47. Non se ne accorsero in molti, ma quelle lodi dimostravano che la prosa bertiana aveva un respiro internazionale, assoluto, tuttora molto raro nelle pagine degli scrittori italiani. La barba come ringraziamento, dunque, ma anche come dispetto: pare che a Moravia – stroncatore patentato di Hemingway – Berto avesse detto di aver rinunciato al rasoio solo per il gusto ricordargli lo scrittore tanto odiato.

“Non c’è soltanto Hemingway, comunque, anche Orhan Pamuk ha lodato i libri di mio padre”, sottolinea Antonia con orgoglio. La signora Berto è madre di una ragazza di nome Giulia (nome mutuato da quello di uno dei personaggi del Cielo è rosso), e prima di farsi fervente apologeta del lavoro paterno è stata la sua più inevitabile e ingenua contestatrice, negli anni in cui la contestazione era una moda ineludibile.

“Nel maggio del ’68 lui era a Parigi. Io avrei fatto il mio ingresso alle scuole superiori nell’autunno successivo. Lo raggiunsi in Francia e tornammo insieme in auto. Fu un viaggio indimenticabile, in cui io fingevo di leggere il libretto rosso di Mao (neppure capivo il francese, figuriamoci!) e lui sorrideva della mia ingenuità”. A quei tempi Antonia si guadagnò il soprannome di diletta contestatrice, come suo padre l’avrebbe ribattezzata negli articoli poi raccolti sotto il titolo Colloqui con il cane. Non era il primo nomignolo, per Antonia, che si chiama anche Marzia e anche – ebbene sì – Colica. Scrive Berto: Roma 12 novembre 1954, venerdì. Ieri sono andato all’ Anagrafe, a notificare la nascita di mia figlia, e le ho dato i nomi di Antonia e Marzia. Volevo, come terzo nome, metterle anche quello di ‘Colica’, in ricordo di una colica renale particolarmente lunga e violenta, che mi venne in occasione del suo concepimento (13 febbraio), ma all’Anagrafe non accettarono il nome. Comunque noi, fin che sarà piccola, la chiameremo Colica. […] L’ho proprio voluta io, mi ricordo. Certo, non per lei, ma per tenere legata a me sua madre (a quel tempo ero molto ammalato). Altrimenti non avrei avuto il coraggio di mettere al mondo un figlio, benché i bambini mi piacciano moltissimo. Di Colica, poi, sarò innamorato per molti anni, se vivrò”.

Tutti i giorni Berto andava a prendere a scuola la piccola Antonia, accompagnato dal fido cocker Cocai. Il pomeriggio lo trascorreva lavorando, due dita sulla macchina da scrivere: tic, tac. La figlia si nascondeva sotto la scrivania, un modo per stargli vicino. Erano ancora lontani i contrasti dell’adolescenza.

“Io e lui abbiamo fatto un sacco di discussioni politiche. Erano anni difficili. Lui vedeva in me, in noi – ragazzi di allora – il ripetersi di errori che ogni generazione compie, errori legati alla voglia di cambiare. Forse voleva evitare a me la disillusione che aveva vissuto lui stesso. Lui sapeva cosa vuol dire ‘guerra’, conosceva il male e tutta la sua produzione letteraria parla probabilmente di questo: del male inevitabile, necessario, che non si lascia vincere”.

Per una sessantottina convinta non dev’essere stato facile sentir definire suo padre un fascista.

“È la cosa che mi ha fatto più soffrire, perché sapevo che non era vero. Noi avevamo discussioni e scontri, ma erano gli anni in cui qualsiasi cosa veniva messa in dubbio: sembrava bisognasse rompere con tutto e tutti. In America si protestava contro qualcosa di molto concreto: la guerra in Vietnam, da noi era tutto più confuso, più politicizzato. La Cina, Bob Dylan, la rivoluzione, Kerouac: qual era il filo conduttore? Non mi meraviglia che poi si sia arrivati, per una strada o per l’altra, alle BR. Lui vedeva scorrere questa brutta pellicola, ma sapeva che non era possibile fermare la proiezione. È così anche ora, per altri versi. Se leggi un libro di mio padre oggi, sembra scritto appena ieri. La differenza, forse, è che noi ci aspettavamo le cose sbagliate, oggi invece sembra che nessuno si aspetti nulla”.

Nel 1970 Berto scriveva che la contestazione studentesca “ha poco a che fare con la letteratura, ma ha spazzato via parecchie cose, fra le quali […] il romanzo come ero arrivato a concepirlo”. La diletta, “contestatrice di prima classe”, scriveva invece ben altro sui muri della propria stanza. Cose come: “l’intellettuale è morto, è nato l’uomo”. Adesso è la stessa Antonia ad ammettere che neppure lei sapeva bene cosa volessero dire quelle parole. “Mio padre si sarà sentito incompreso, e non solo dall’establishment. Puoi avere a che fare con i giovani, ma avere a che fare con i figli è più difficile: ci sono di mezzo l’affetto, le emozioni. Mio padre mi ha voluto davvero molto bene, anche se si litigava e ci si scontrava”. Adesso anche quei litigi contribuiscono ad alimentare la nostalgia, così come le passeggiate da scuola a casa, i viaggi, i pomeriggi passati sotto la scrivania. Tic tac. Come una macchina da scrivere, come il tempo che passa. Nel 1964 Antonia ha dieci anni. In tv c’è suo padre che ritira il premio Campiello: se ne sta lì, soddisfatto e un po’ impacciato, nel riquadro angusto del piccolo schermo. All’improvviso il suo dito scatta verso il naso e inizia quello strano massaggio tra l’occhio e la narice. È un gesto rivelatore, come un codice segreto. Come una carezza solo immaginata.

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