"Erravamo giovani stranieri" di Alberto Dubito

“Erravamo giovani stranieri” di Alberto Dubito

A volte, raramente, ci si imbatte in versi scritti per necessità, nemmeno, per semplice spontaneità. Sono i versi che ogni poeta a pena maturo non rende noti, ma tiene nascosti, dimenticati, in qualche cassapanca, cassetto o cartellina, bollati di troppa ingenuità giovanile, per varie ragioni che si comprendono solo crescendo, considerati impubblicabili.

Versi del genere rifuggono da qualunque tipo di definizione, non sono sociali, non esistenziali, né politici, ma semplicemente pezzi di gioventù. Quasi sempre portano in sé ambizioni e velleità irrealizzabili, senza confini, ammantate di una gioiosa mitomania che li nutre, e, giunto il momento di una inevitabile maturità, necessariamente, li distrugge.

Erravamo giovani stranieri, poesie, prose, canzoni e immagini di Alberto Dubito (160 pp., 13.00 euro) è qualcosa del genere. Un libro segreto e impubblicabile, sfacciato, che sta nelle mani del lettore come un cubo di Rubik dai contorni impossibili. Agenzia X, piccola casa editrice di Milano, porta all’attenzione del pubblico questa prima prova di un poeta vero, consacrata da una sorta di eternità minima in virtù della prematura scomparsa dell’autore. Purtroppo Alberto non scriverà altro, ma la traccia di ciò che ha tolto alla sua fretta estrema è il frammento dell’opera di un poeta naturale.

Estate, ricordo le nostre sere di bici rotte e dirottate

Passioni durature come ghiaccio
dentro i pugni in tasca

Le mie promesse da marinaio
che salpano ogni primo gennaio.
(come non concepivo
differenza tra Sol# e Lab)

Piove scetticismo. Piove e non cambia
ma affonda, l’istmo già

Incline al suicidio da marciapiede,
l’istmo è un accento che non casca.
(piuttorso precipita
sulla U di “meglio se non scopiano pi

                                                                     ù”)

Estate, ricordi le nostre serate in bici rotte e dirottate
le sigarette mal girate e ridere fieri di inutili cazzate
dipingerò la mia parete con la passione che non avete…

Ma non si consideri Alberto Dubito solo come uno dei tanti poeti giovani, tanto che “fino a diciott’anni, siamo tutti poeti”. La poesia di Dubito è sì portatrice di una sconvolgente carica di rabbia giovanile, verrebbe da dire adolescenziale, le sue indignazioni sono assolute, fuori dalla storia e dal tempo (E poi dovevamo nascere prima./ o dopo. Così per cagare il cazzo fino in fondo) e investono tutto e tutti, Dio, gli amici, gli amori, eppure c’è in questi versi una vena acerba ma già riconoscibilissima di ironia, di sdegno consapevole e dolente, una capacità narrativa che già così potrebbe fare invidia a qualche maturo professionista del verso e addirittura a qualche leggenda d’oltreoceano:

Mha

Fuori dal bar in centro si concentrava
un melting pot di cultura americana importata
un signore sulla cinquantina conciato da imprenditore
chiacchierava di punk-pop con un raver sotto acido

I film di serie B ormai mi sembrano riprese
di vita quotidiana, reality, 1984.
l’imprenditore torna a casa e sodomizza
la moglie poi l’ammazza e si suicida

Passando in bici stamattina l’ho visto
nelle locandine fuori dalle edicole pentagonali
non che mi sia stupito
c’è da chiedersi perché?

E non può essere considerata, questa, nemmeno come un’esperienza individuale, tragica, conclusa. È invece un’esperienza collettiva che si innesta su quella più ampia della poesia a noi contemporanea, viva e partecipata in luoghi dimenticati, la strada, la piazza, la periferia. La storia e le storie di Alberto Dubito ci raccontano anche questo, la partecipazione. Artista di strada, cantante, performer, Alberto ha vissuto la poesia non nella solitudine di uno studio, ma in serate piene di gente di tutte le età e di divertimento, insomma in delle feste, parola che pronunciata vicino a poesia sembrerebbe in antitesi, e non lo è.

La cosa davvero sconvolgente dei versi di Erravamo giovani stranieri è l’inesauribilità d’energia che questi versi poco lavorati sanno trasmettere. Pure nelle imprecisioni di una metrica del tutto inventata, mimata sui ritmi del rap, appoggiata alla rima ma ricchissima di altri espedienti retorici, molto più di un comune verso di liriche, la voce riesce a divincolarsi dai legami con le parole e a farsi sentire nitida e chiara, urlata. La cosa davvero sconvolgente è che questa piccola raccolta può essere definita in molti modi, ma non certo come lirica, non è il soffio intimo di un esausto io, consumatissima prima persona della nostra poesia attuale, ma piuttosto l’urlo stonato di un noi fuori tempo massimo ed estemporaneo, illuso e perdente, ma nuovo, forte.

Queste poesie non sono liriche. Sono piuttosto canzoni, prose in versi, spot pubblicitari, dialoghi di fiction, ma non provengono dalla tradizione, non la conoscono, eppure arrivano ad altezze in cui l’ossigeno ricomincia ad alimentare i polmoni in debito.

Sotto zero

Il problema dei tuoi vuoti
è che tu nei miei non nuoti

Alberto Dubito (pseudonimo di Alberto Feltrin, Treviso 1991-2012) è stato poeta, musicista, fotografo, street artist. Ha vinto vari poetry slam, ma è conosciuto soprattutto come voce e autore del gruppo rap sperimentale Disturbati Dalla Cuiete.