"Sono nato in inverno" di Salvatore Patriarca

“Sono nato in inverno” di Salvatore Patriarca

Recensione di di “Sono nato in inverno” di Salvatore Patriarca (Edizioni Ensemble, 2013).

Salvatore Patriarca inscrive, in questa sua prima raccolta per Ensemble editore dal titolo Sono nato in inverno, un mondo interessantissimo e dialettico, denso di dati continui e diversi che gli provengono oltre ogni intermittenza dalla realtà circostante in una testimonianza appercettiva quasi priva di soluzione di continuità: capace di piegare l’uso filosofico del mondo fenomenico in una sorta di aporia quotidiana, dove lo scarto tra segno sensibile e dilemma metafisico si incontrano, nell’uomo del nostro tempo, in rare – direbbe Heidegger – “punte ortive” di emersione senziente e cosciente.

Scrive infatti in fine di componimento in [Rimario di luglio…] 

[…]

Apostasia, si direbbe,

Ma troppo ricercata è

L’espressione. Da bandire.

Rimangono spiccioli

Di sapere, ormai unico tesoro.

Giornaliero.

Non ne ho uno.

Li elemosino.

Questa conoscenza non tanto impossibile del mondo, quanto resa nulla dalla sospensione d’ interesse  dell’umanità  assorta in una determinata e circoscritta dimensione percettiva che le è, contrariamente a quanto potrebbe apparire da una prima lettura, ultra epocalmente consustanziale, ridice il dubbio del possibile a conoscersi e definirsi in continue doppie dizioni: e proprio la coscienza di ciò confluisce nel distico in chiusura in Oktoberfest

” […]

Neanche tu,

Riuscirai a darmi un senso.”

Le contraddizioni tra il mondo astratto e fisso di un intelletto gnoseologico emanazione del pensiero padre di un’ambita ” metafisica minuta” della conoscenza, incontra e scontra l’entropia del mondo umanissimo del limite creaturale: dove gli stessi uomini che si interrogano circa il senso e la dimensione dell’esperienza, vivono un duplice piano esperente. Penso alla bella Svelamento, che forse converrà riportare per intero, e nelle cui due prime strofe vediamo contrapporsi in paradosso il doppio mondo sensibile e ultra storico  del soggetto in un rovesciamento dei contesti attributivi:

“Ampie volute di pensieri

che s’incrociano

cambiano direzione

perdono l’orientamento.

Stormi d’uccelli

nel cielo

danzano

geometrie dinamiche,

che si esauriscono

nel caldo addio

di un rosso arancio

calante.

Un colpo,

le volute si disperdono,

gli uccelli migrano.

Un punto,

fisso, domina.

Intorno a decorare

il variopinto sottofondo

del vespro morente. “

Sono mondi di categorizzazione del vero in cui la finitezza effimera  della percezione animale incontra e scontra il piano apparentemente più limitato e formale del Pensiero, il quale ridefinisce però, avvalorandolo in una condizione metatemporale, incessantemente il piano dinamico in un senso formale,computabile,stechiometrico, geometrico.

Questi cardini concettuali della scrittura di Patriarca non a caso si accavallano in chiave nella micro sezione dal titolo Frammezzo religioso, che si compone di un solo doppio piede aforistico dalla valenza  ancipite in tutta la struttura descrittoria a far origine dal titolo doppio:

Religione ( per l’ateo)

Far parlare gli uomini

e dar loro l’illusione

di non essere soli.

Ateismo ( per il credente)

 

Far parlare gli uomini

e dar loro l’illusione

di essere soli.

Il breve componimento è insieme segno osmotico e soluzione di continuità della sezione precedente “Tentazioni di vita” e di quella successiva “L’era del serpente”: nelle quali si incarnano appunto, potremmo dire semplificando un poco,  il pensiero speculante e quello esperente.

L’incontro tra queste due realtà denunciate e vissute, riposa nella bella strofe:

“[…]

Senza risposta

è la verità

quando s’avvera.

[…]”

(Da Potrei morire domani)

Una verità suggerita e interrogata dalla quotidianità tanto quanto dai massimi sistemi, che come la più proficua Poesia europea ci ha insegnato ad apprezzare, in un baluginío interrompe lo stato di torpore cui l’essere umano è consegnato, per indirizzarlo all’interrogazione delle più minute epifanie tramate, in questo tempo sub-naturale- persino dalle nature morte e concrete del proprio luogo di scrittura. In questa palese contravvenzione al tabù poetico del nominare la cosa nella sua banale dimensione di contiguità quotidiana, instilla però un segno di dubbio, che meglio le connetta alla propria dimensione elaborata: quindi di umana, e perciò iper naturale, derivazione.

” Le mura spesse,

gli oggetti al loro posto.

I movimenti si riconoscono,

i tempi scandiscono

un omogeneo quattro quarti.

Non c’è pericolo.

Immagini compromettenti

e numeri sconci

arrivano copiosi,

depurati dalla realtà.

Un mormorio di luci

illumina il giorno,

come la notte.

L’autobus, in piazza,

ha acceso il motore.

Le finestre tremano,

sta per partire. “

L’osmosi completa dei molti gradienti poetici centrifuga ciò che in maniera sapiente il poeta aveva osservato spaziando in antinomie strutturali: il luogo interno del pensiero, a quello esterno della vita inconsapevole; la tracotanza metafisica dell’oggetto che si antepone alla funzione e alla Natura assorta. La partenza del dubbio speculativo che rende tremante il diaframma tra lo spettatore e lo spettacolo, cioè rende agente lo spettatore soggetto di una meditazione capace di categorizzare (nel consueto quattro quarti), ma tenta anche di ricategorizzare oltre i “numeri innumeri” della consuetudine.

E nel far ciò lancia a ciascuno che legga una sfida: risemantizzare il mondo per il proprio sè personale, ma anche -ultra epocalmente- collettivo.