«Viaggio incolume» di Tomaso Pieragnolo

«Viaggio incolume» di Tomaso Pieragnolo

Recensione della raccolta poetica «Viaggio incolume» (Passigli, 2017) di Tomaso Pieragnolo.

Mi fa piacere parlare di un libro, «Viaggio incolume» (Passigli, 2017) di Tomaso Pieragnolo, che, a mio avviso, può considerarsi una delle opere poetiche più interessanti e valide dell’anno che abbiamo appena lasciato alle spalle. Tomaso Pieragnolo, poeta validissimo oltre che fine traduttore a cui dobbiamo l'”incontro” con molti poeti soprattutto dell’area ispanica e latina, è tornato infatti nelle libreria a sette anni circa dal precedente volume, Nuovomondo, un’opera al tempo stesso complessa e armoniosa.

Se nel precedente libro l’autore cercava la compattezza della forma-poema, in questa silloge prova a staccarsi dal vecchio-nuovo mondo per intraprendere un viaggio con la saggezza involontaria del “mestiere del vivere”. Un mestiere che gli permette di rimanere “incolume” nonostante le difficoltà, grazie a un continuo dialogo con se stesso e non solo.

Quello che ci rimane è un tessuto che unisce fili disparati, come se terreno e trascendente si potessero sovrapporre e intersecarsi in un viaggio che non ha partenza né arrivo. Tomaso sembra volersi mettere di fronte alla sua stessa poesia: con i suoi versi – prosastici, a volte antimusicali, straripanti – si mette a nudo, apre l’armadio della propria coscienza e tira fuori una materia delicatissima che unisce il suo intimo e il nostro universale.

Cammina a piccoli passi, Tomaso Pieragnolo, e ogni passo è “incerto” come ogni cielo è “come un alterno di stoltezza e di clamore”.

Credo che tra o poeti di oggi, in pochi, almeno in Italia riescano a rendere puntuali e precise cose e immagini che puntuali e precise non sono, giocando con correlativi oggettivi, metafore, figure retoriche che sembrano trovare linfa nel quotidiano.

Tomaso Pieragnolo è nato a Padova nel 1965 e da molti anni vive tra Italia e Costa Rica. La casa editrice Passigli ha pubblicato il suo ultimo libro di poesia, nuovomondo (2010),  che ha ottenuto riconoscimenti in diversi premi (Palmi, Metauro, Minturnae e Marazza) e il premio Saturo d’Argento – Città di Leporano). Fra le sue precedenti raccolte “Lettere lungo la strada” (2002, Premio Città di Marineo, finalista Gozzano), “L’oceano e altri giorni” (2005, premio Minturnae Giovani, finalista Gozzano, Ultima Frontiera, Libero de Libero), “Poesía escogida” (2009, Editorial de la Universidad de Costa Rica e Fundación Casa de Poesía). Di grande rilievo anche la sua attività di traduttore in riviste e pubblicazioni, in particolare con l’antologia delle poesie di Laureano Albán Poesie imperdonabili (2011, finalista Camaiore, rosa finale Marazza) e con quella di Eunice Odio Come le rose disordinando l’aria (2015, in collaborazione con Rosa Gallitelli, finalista Morlupo), uscite entrambe nella collana Passigli poesia. Per l’associazione La Recherche ha curato  i due ebooks di poeti ispanoamericani “Nell’imminenza del giorno” (2013) e “Ad ora incerta” (2014).

Io canto nel tuo nome perché tu
da un luogo lontano tu mi senta richiamare
– evoca lui nell’occaso ammarato – perché giunga
alla tua bocca questa goccia e una sete pendente
ci racconti il vecchio mondo, la terra
già perduta nell’essenza ma sempre solvente
inalterata perfezione. Come i versi
necessari degli uccelli, degli alberi mistici
imbevuti di foschie, con un atto
della mano sulla fronte magari potrà
provocando un sorriso con lusinghe
agghindarla, quando è tempo di partire
con parole abbracciarla, ricordando
coniugato sul suo viso come sarà
sotto i suoi piedi un cammino, le sue mani
che maneggiano fiorami e sopra le vette
una parvenza di silenzio; oh ragazza
che un enigma vai tessendo con nembi
d’inchiostro sotto il dono di stagioni, che non sai
mai terminare né iniziare, né forse sommare
al tuo precipuo cambiamento, confida
nella vita in ciò che sogni e certo un mattino
così vicino, tratteggiando il tuo profilo
mentre dormi, lei ti ammalierà
per una volta ed una ancora, e tu
dal passato saprai sorriderle.

*

Lei solleva la sua mano e gli sussurra «io
ti aiuterò in questo scricchiolio di ponte
in cui ogni passo è incerto ed ogni cielo
è come un alterno di stoltezza e di clamore»;
perché da questa notte così buona lei
ha imparato contro il male a bestemmiare,
a insegnargli ad occhi chiusi a immaginare
le poche nevralgiche illusioni come nuove,
contando nel suo sonno tutti i sogni che in corto
frangente si erigevano a fortezza; con il miele
che conosce avrà condotto lontano
le fervide utopie di storie appese
dentro al vento come abiti a seccare, o dentro
l’autunno come ali per volare, nel risveglio
solo ali per amare o per inazzurrarsi
pur restando sempre soli, altere
per raggiungere i suoi baci pertanto
disabili nei sogni che ha guardato
concedersi alla vita che ci è data. Non sarà
questo suo corpo che comprende l’avara
invenzione che ostinata ci scolora, ma
uno sguardo che accecato tutto vede e tutto
scorda eccetto ciò che è sconosciuto, che divina
tutto ciò che ha preservato per questo
presente claudicante nel suo ufficio
di morire e poi rivivere ogni giorno.

*

Lui sente come monta questo magma in notti
fuorviate ed allentate dai liquori, sotto cieli
buccellati da pianeti che gemono a fasce
sopra praterie e vivenze, l’assioma
lungo mesi inabitati e il lauto gravame
delle copule animali; lei sorpresa
sbigottita ad ascoltare il cronico e sordo
disaccordo della terra, con tutto
nei suoi pressi che respira e che lieve
s’irriga dentro un orcio necessario; i rosa
fenicotteri salpati durante
l’afflato zigrinato delle piogge, le doglie
che si odono cadere e sui legni l’arare
degli insetti senza un nome, l’armare
delle chele di scorpioni che sotto la coltre
hanno trovato un abituro, silenzio
delle nottole notturne che arieggiano
in volo questa cupida inflessione;
allora lei comprende come tutto
nel cogito esiste in una stessa dimensione,
un essere del tutto comprensivo e come
controvento l’aspra notte stia dicendo «vedi
la vita non lontano sta figliando, c’è
il suo aroma sulla costa e dentro l’aria, c’è
il suo azzardo con scintilla quasi umana, c’è
quel lezzo del melmoso alligatore che in ispidi
giorni sta ingoiando la sua preda e tutto
esiste in uno stesso movimento, in questo
inane inamidato spaziotempo, l’hai
sentito appena fuori dalla porta da sempre
socchiusa su un enclave o solo soglia
di un asserto scaturito dal futuro.»

da: Tomaso Pieragnolo, Viaggio incolume, Passigli, 2017