«In viaggio con Godot» di Mario M. Gabriele

«In viaggio con Godot» di Mario M. Gabriele

Recensione della raccolta poetica di Mario M. Gabriele, «In viaggio con Godot» (Progetto Cultura, 2017, collana “Il dado e la clessidra”). Lettura di Mariella Colonna Filippone.

Entriamo subito in argomento: “il viaggio”, nel titolo, potrebbe essere metafora della vita, ma la definizione è costrittiva, è anche “oltre” ed altro, c’è l’intrigante insieme dei legami culturali, dei ricordi, della comunicazione  con l’al-di-là e dall’al di-là.. Nella prima poesia c’è una Nascita che è aspra e arreca sofferenza, come la Morte.

David nasce vicino all’Unde Malum. Quello di Mario Gabriele è un “raccontare” per ricordi, per analogie, per simboli e con tanti riferimenti culturali più complessi che velano il mistero della “cosa in sé”.  Sull’argomento cito Giorgio Linguaglossa:

«Il carattere logocentrico della metafisica viene svelato per quello che è: una condizione limitata alla “Presenza delle cose”. Ma, se le cose non sono presenti, e forse non sono altro che parte di un gigantesco ologramma, ecco che il “frammento” si incarica di svelare che il loro “essere” non è che ologrammi proiettati sulla pagina bidimensionale dell’apparenza.»

 È però singolare la presenza del frammento in Mario Gabriele: egli, come la sua Evelyn, non svela mai tutte le carte, in particolare l’ultima. Fa “esplodere” alcuni significati, ma si guarda bene dal rivelarne altri, che serpeggiano nel testo creando aspettative, per poi sfuggire in modo sapiente all’attenzione di chi legge.

Ed è proprio questa capacità che il poeta ha di presentare e poi sottrarre allo sguardo curioso del lettore la messa fuoco della “cosa” nella pluralità delle dimensioni che rende la poesia di Mario Gabriele un evento unico nella storia recente della nostra poesia. I frammenti e le citazioni sono coordinati in modo di far cadere l’attenzione sull’uno o sull’altro dei simboli e dei personaggi, per poi subito dopo prendere le distanze, saltare i nessi logici, i passaggi intermedi e con rapide sequenze dribblare  la nostra attenzione. La poesia mette a fuoco dettagli marginali, quasi casuali ma mai nulla di eccentrico: ora una “farfalla”, ora una “orchidea”, ora “un cappellino di velluto rosso”, oggetti simbolici ma di un simbolismo svuotato.

 “prima di volare sul concerto

per pianoforte e orchestra di Richter”.( CANTOS, p.30) Poi altra virata:

 

“Donna Evelina piantò le orchidee nel giardino.

Lucy mi volle con sé a vedere l’erba sotto la pietra.

Un abate ci invitò a salvare l’anima….” 

 

“…Un cappellino di velluto rosso

accolse le lacrime del cielo

come un’acquasantiera.”

 

C’è, nella poesia di Mario Gabriele, il Novecento mitteleuropeo, in particolare direi una congenita intesa con lo stile britannico: pensiamo ai Beatles e ai Pink Floyd, che sembrano entrare spontaneamente nei versi del poeta, all’ironia e al distacco del nostro autore dai facili sentimenti. E, per affettuosa parentela linguistica non certo caratteriale, inevitabile la “collusione” con l’american stile (Andy Warhol e la Pop-Art, Keith Haring).

La cultura di Mario Gabriele è ampia e profonda, senza pregiudizi, congloba forme diverse di esperienza scritturale, con grande libertà di scelta: il pensiero va alla parentela con il Surrealismo (Magritte, Escher), resa meno astratta e, oserei dire, più mediterranea dal clima e dallo stesso orientamento geografico in cui prende vita l’opera poetica di Gabriele in immagini del tutto imprevedibili, espressioni di pura poesia “senza frontiere”. Alcuni esempi:

 

“Ѐ un giardino il tuo pensiero. Primavera ci guazza dentro.”;

 

 “Non è colpa di nessuno /  se la stagione si è dimenticata del ciliegio.”  

 

“Il tempo mise in allarme le allodole.

Caddero èmbrici e foglie. …

…Appassì il campo germinato.

Tornarono mattina e sera.

Suor Angelina rese omaggio ad Aprile

Tonato con le rondini sul davanzale.

Restare a casa la sera,

calda o fredda che sia la stanza

è trascorrere le ore in un battito d’ala. …

 

In viaggio con Godot non è facile, è una scrittura innovativa (non doveva essere facile neppure ai contemporanei di Dante leggere la Commedia), evita i luoghi comuni e non si adegua alle mode del tempo, pur essendo profondamente radicata nel nostro tempo.

L’originalità del linguaggio e la cultura non sono mai esibite, ma controllate, nella consapevolezza che qualunque concessione all’Ego allontana dalla “conquista” dell’Essere. Che cos’è l’essere per Gabriele? È una alchimia tra Essere e non-Essere, tra il dato e il non-dato. Assistiamo alle mirabili ipotiposi del Fantasma di Lacan che si traduce in una serie innumerevoli di personificazioni e citazioni, ottimo antidoto all’inespressività dalla banale e anonima uniformità del linguaggio unico di oggi.

L’ultima poesia del libro è una sintesi della poesia di Mario Gabriele ( p.106 ), e oscilla tra la nostalgia che sfuma verso l’ironia e l’ironia affettuosa che rende meno doloroso l’addio a cose e persone care, una costante nel linguaggio poetico di Mario Gabriele.

E concludiamo lasciando a lui la parola:

69

Un viaggio te lo prometto senza Capitan Nemo

anche se il meglio col tempo non è mai venuto.

Un viaggio con la barcula meravigliosa

e le ariettes oublièes at centrum interiora terrae

rectificandoque invernies occultum lapidem

veram medicinam.

Nella stanza qualche ritratto ancora esiste.

Ma c’è tanto da fare: rimuovere la polvere

ora che Lucy non è più la donna di prima.

ascoltami Zonin: – la tempesta non fa più paura,

ma rimane l’orso-vento a graffiare la pelle di Ketty -.

Ci sono stati eventi da dimenticare,

lutti che ancora ci appartengono.

Il gentiluomo William Browning, fuori dal cimitero inglese,

si era legato d’amore con Annie Barrett,

stanco di morti e di viltà nel mondo.

a Londra, Sotheby’s mette all’asta Impressionist & modern Art.

Ci sono Monet con La Place a Trouville,

Picasso e Toulouse Lautrec,

un paesaggio di Van Gogh e poi Cèzanne e Sisley,

Pissarro e Redon, ma il vero clou per il battitore

è La danseuse dans le fauteuil, sol en damier di Matisse del 1942.

C’è un tarlo che rode e picchia. Eppure qualcosa sopravvive:

un libro di Rainer Maria Rilke, tradotto da Giaime Pintor,

con la tua firma e dedica. Non è molto, ma mi fanno compagnia

il sax di Lester Young, la Jeremiah Sympfhony,

e la serie completa di Aus Meinem Leben,

Dichtung und Wahrheit, pubblicata sul Die Welt,

e il profumo lasciato da Charlotte von Stein,

che sembrava ritornata in carne e ossa al Café Bacon.

all’uscita dal Falun Folk Music,

dove BB King e Rùben Gonzales davano il meglio di sé,

come due usignoli in una notte di mezza estate,

indecisa, tra una lettera e un messaggio,

inviasti una cartolina-family,

datata 6 gennaio 2002 a Max e a Joseph,

con le renne e Santa Claus,

due o tre versetti alessandrini ed enjambement,

ed è stato tutto il tuo cadeau de coeur

prima di smarrirti nel freddo del pianeta,

a parte i baci-abbracci e qualche notizia dal Berliner Zeitung.

 

2

 Il Decalogo è chiaro, il Codice pure.

I convenuti furono chiamati all’appello.

Chiesero perché fossero nel Tempio.

A sinistra del trono c’erano angeli e guardie del corpo.

Solo il Verbo può giudicare. L’occhio si lega alla terra.

Non ha altro appiglio se non la rosa e la viola.

Un gendarme della RDT, lungo la Friedrichstraße,

separava la pula dal grano,

chiese a Franz se mai avesse letto Il crepuscolo degli dei.

Fermo sul binario n.1 stava il rapido 777.

Pochi libri sul sedile.Il viso di Marilyn sul Time.

-Quella punta così in alto, che sembra la Torre Eiffel cos’è?-,

chiese un turista.

-Ѐla mano del mondo vicina all’indice di Dio-,rispose un abatino.

Allora, che salvi Barbara Strong,

e il dottor Manson, l’abate De Bernard,

e i morti per acqua e solitudine,

e che non sia più sera e notte finché durano gli anni,

e che ci sia una sola primavera

di verdi boschi e alberi profumati,

come in un trittico di Bosch.

Ecco, ora anch’io vado perché suona il campanaccio.

Ci  furono mostre di calici sugli altari,

libri di Padre Armeno e di Soledad,

e un concerto di Rostropovic.

Usciti all’aperto prendemmo motorways.

Nella terra di miti, dove ci si scorda di nascere e di  morire,

c’erano cartelloni pubblicitari e blubell.

A San Marco di Castellabate

la stagione dei concerti era appena cominciata.

Il palco all’aperto aspettava il quintetto Gospel.

Si erano perse le tracce del sassofonista del Middle West.

Il primo showman raccontò la fuga d’amore di Greta con Stokowski.

Le passioni minime vennero con gli umori di Medea,

di fronte alle arti visive di Cornelis Escher.

Un relatore rimandò ad una nuova lettura

I Cent’anni di solitudine di Garcia Màrquez.

Quest’anno il postino non suonerà più di tre volte.

Et c’est la nuit, Madame, la Nuit! Je le jure, sans ironie.

 

 4

La cena fu come la voleva Lilly:

un tavolino con candele e fiori

e profumo Armani.

Le chiesi come stava Guglielmo.

-Di lui- disse, è rimasto un segnalibro

nella notte di San Lorenzo.

Monika, più sobria dopo il lifting,

prese la mano di Beethoven

per un tour Vienna – Berlino.

Declinando il futuro di Essere e Avere

le gote di Miriam si fecero rosse.

Sui muri della U2

splendeva il museo di Auschwitz.

Averna era suggestiva con l’abito blu.

In un angolo giocatori d’azzardo

puntavano sull’eclissi lunare.

-Allora, posso andare, Signora?-

disse la governante.

-Ho chiuso tutte le porte e le finestre.

Può stare tranquilla-.

Raccogliemmo  il riverbero di luce

nella stanza con profumo di violetta, e ligustro.

Una serata all’aperto, come clochard

e nessuna chiatta o pagaia alla riva

se non la fuga e il ritorno dopo il check-up.

Ѐ stata lunga l’attesa nell’Hospital day.

Il truccatore di morte

si è creata una Beautiful House

a pochi passi dal quartiere San Giovanni.

A Bilderberg  la povertà si arricchisce di nulla.

Tomasina rivede i conti

con le preghiere del sabato sera.

Un giorno verrà fuori chi ha voluto l’inganno.

Se metti mano all’album vedi solo ologrammi.

Un quadro di Basquiat al Sotheby’s di Londra

ha dato luce all’Africa Art.

Bisogna rimetterla in piedi la statua caduta.

 

43

Il tempo  mise in allarme le allodole.

Caddero èmbrici e foglie.

Più volte suonò il postino a casa di Hendrius

senza  la sirena e il cane Wolf.

Un Giudice si fece largo tra la folla,

lesse i Codici,  pronunciando  la sentenza.

– Non c’è salvezza per nessuno,

né per la  rosa, né per la  viola -,

concluse  il dicitore alla fine del processo.

Matius oltrepassò il fiume Joaquin

mantenendo la promessa,

poi salì sul monte Annapurna

a guardare la tempesta.

Un concertista si fece avanti

suonando l’Inverno di Vivaldi,

spandendo l’ombra sopra i girasoli.

Appassì il campo germinato.

Tornarono mattino e sera

sulle città dell’anima.

Suor Angelina rese omaggio ad Aprile

tornato con le rondini sul davanzale.

Restare a casa la sera,

calda o fresca che sia la stanza,

è trascorrere le ore in un battito d’ala.

Si spopolò il borgo.

Pianse il geranio la fine dei suoi giorni.

Fummo un solo pensiero e un’unica radice.

Chi andò oltre l’arcobaleno

portò via l’anima imperfetta.

Nostra fu la sera discesa dal monte

a zittire il fischio delle serpi,

il canto dei balestrucci.

Chiamammo Virginia

perché allontanasse i cani

dagli ulivi impauriti.

Robert non lesse più Genesi 2 Samuele,

e a durare ora sono le cuspidi al mattino,

la frusta che schiocca e s’attorciglia.

 

 

 

 

 

Lettura di Mariella Colonna Filippone.

Entriamo subito in argomento: “il viaggio”, nel titolo, potrebbe essere metafora della vita, ma la definizione è costrittiva, è anche “oltre” ed altro, c’è l’intrigante insieme dei legami culturali, dei ricordi, della comunicazione  con l’al-di-là e dall’al di-là.. Nella prima poesia c’è una Nascita che è aspra e arreca sofferenza, come la Morte.

David nasce vicino all’Unde Malum. Quello di Mario Gabriele è un “raccontare” per ricordi, per analogie, per simboli e con tanti riferimenti culturali più complessi che velano il mistero della “cosa in sé”.  Sull’argomento cito Giorgio Linguaglossa:

«Il carattere logocentrico della metafisica viene svelato per quello che è: una condizione limitata alla “Presenza delle cose”. Ma, se le cose non sono presenti, e forse non sono altro che parte di un gigantesco ologramma, ecco che il “frammento” si incarica di svelare che il loro “essere” non è che ologrammi proiettati sulla pagina bidimensionale dell’apparenza.»

 È però singolare la presenza del frammento in Mario Gabriele: egli, come la sua Evelyn, non svela mai tutte le carte, in particolare l’ultima. Fa “esplodere” alcuni significati, ma si guarda bene dal rivelarne altri, che serpeggiano nel testo creando aspettative, per poi sfuggire in modo sapiente all’attenzione di chi legge.

Ed è proprio questa capacità che il poeta ha di presentare e poi sottrarre allo sguardo curioso del lettore la messa fuoco della “cosa” nella pluralità delle dimensioni che rende la poesia di Mario Gabriele un evento unico nella storia recente della nostra poesia. I frammenti e le citazioni sono coordinati in modo di far cadere l’attenzione sull’uno o sull’altro dei simboli e dei personaggi, per poi subito dopo prendere le distanze, saltare i nessi logici, i passaggi intermedi e con rapide sequenze dribblare  la nostra attenzione. La poesia mette a fuoco dettagli marginali, quasi casuali ma mai nulla di eccentrico: ora una “farfalla”, ora una “orchidea”, ora “un cappellino di velluto rosso”, oggetti simbolici ma di un simbolismo svuotato.

 “prima di volare sul concerto

per pianoforte e orchestra di Richter”.( CANTOS, p.30) Poi altra virata:

 

“Donna Evelina piantò le orchidee nel giardino.

Lucy mi volle con sé a vedere l’erba sotto la pietra.

Un abate ci invitò a salvare l’anima….” 

 

“…Un cappellino di velluto rosso

accolse le lacrime del cielo

come un’acquasantiera.”

 

C’è, nella poesia di Mario Gabriele, il Novecento mitteleuropeo, in particolare direi una congenita intesa con lo stile britannico: pensiamo ai Beatles e ai Pink Floyd, che sembrano entrare spontaneamente nei versi del poeta, all’ironia e al distacco del nostro autore dai facili sentimenti. E, per affettuosa parentela linguistica non certo caratteriale, inevitabile la “collusione” con l’american stile (Andy Warhol e la Pop-Art, Keith Haring).

La cultura di Mario Gabriele è ampia e profonda, senza pregiudizi, congloba forme diverse di esperienza scritturale, con grande libertà di scelta: il pensiero va alla parentela con il Surrealismo (Magritte, Escher), resa meno astratta e, oserei dire, più mediterranea dal clima e dallo stesso orientamento geografico in cui prende vita l’opera poetica di Gabriele in immagini del tutto imprevedibili, espressioni di pura poesia “senza frontiere”. Alcuni esempi:

 

“Ѐ un giardino il tuo pensiero. Primavera ci guazza dentro.”;

 

 “Non è colpa di nessuno /  se la stagione si è dimenticata del ciliegio.”  

 

“Il tempo mise in allarme le allodole.

Caddero èmbrici e foglie. …

…Appassì il campo germinato.

Tornarono mattina e sera.

Suor Angelina rese omaggio ad Aprile

Tonato con le rondini sul davanzale.

Restare a casa la sera,

calda o fredda che sia la stanza

è trascorrere le ore in un battito d’ala. …

 

In viaggio con Godot non è facile, è una scrittura innovativa (non doveva essere facile neppure ai contemporanei di Dante leggere la Commedia), evita i luoghi comuni e non si adegua alle mode del tempo, pur essendo profondamente radicata nel nostro tempo.

L’originalità del linguaggio e la cultura non sono mai esibite, ma controllate, nella consapevolezza che qualunque concessione all’Ego allontana dalla “conquista” dell’Essere. Che cos’è l’essere per Gabriele? È una alchimia tra Essere e non-Essere, tra il dato e il non-dato. Assistiamo alle mirabili ipotiposi del Fantasma di Lacan che si traduce in una serie innumerevoli di personificazioni e citazioni, ottimo antidoto all’inespressività dalla banale e anonima uniformità del linguaggio unico di oggi.

L’ultima poesia del libro è una sintesi della poesia di Mario Gabriele ( p.106 ), e oscilla tra la nostalgia che sfuma verso l’ironia e l’ironia affettuosa che rende meno doloroso l’addio a cose e persone care, una costante nel linguaggio poetico di Mario Gabriele.

E concludiamo lasciando a lui la parola:

69

Un viaggio te lo prometto senza Capitan Nemo

anche se il meglio col tempo non è mai venuto.

Un viaggio con la barcula meravigliosa

e le ariettes oublièes at centrum interiora terrae

rectificandoque invernies occultum lapidem

veram medicinam.

Nella stanza qualche ritratto ancora esiste.

Ma c’è tanto da fare: rimuovere la polvere

ora che Lucy non è più la donna di prima.

ascoltami Zonin: – la tempesta non fa più paura,

ma rimane l’orso-vento a graffiare la pelle di Ketty -.

Ci sono stati eventi da dimenticare,

lutti che ancora ci appartengono.

Il gentiluomo William Browning, fuori dal cimitero inglese,

si era legato d’amore con Annie Barrett,

stanco di morti e di viltà nel mondo.

a Londra, Sotheby’s mette all’asta Impressionist & modern Art.

Ci sono Monet con La Place a Trouville,

Picasso e Toulouse Lautrec,

un paesaggio di Van Gogh e poi Cèzanne e Sisley,

Pissarro e Redon, ma il vero clou per il battitore

è La danseuse dans le fauteuil, sol en damier di Matisse del 1942.

C’è un tarlo che rode e picchia. Eppure qualcosa sopravvive:

un libro di Rainer Maria Rilke, tradotto da Giaime Pintor,

con la tua firma e dedica. Non è molto, ma mi fanno compagnia

il sax di Lester Young, la Jeremiah Sympfhony,

e la serie completa di Aus Meinem Leben,

Dichtung und Wahrheit, pubblicata sul Die Welt,

e il profumo lasciato da Charlotte von Stein,

che sembrava ritornata in carne e ossa al Café Bacon.

all’uscita dal Falun Folk Music,

dove BB King e Rùben Gonzales davano il meglio di sé,

come due usignoli in una notte di mezza estate,

indecisa, tra una lettera e un messaggio,

inviasti una cartolina-family,

datata 6 gennaio 2002 a Max e a Joseph,

con le renne e Santa Claus,

due o tre versetti alessandrini ed enjambement,

ed è stato tutto il tuo cadeau de coeur

prima di smarrirti nel freddo del pianeta,

a parte i baci-abbracci e qualche notizia dal Berliner Zeitung.

 

2

 Il Decalogo è chiaro, il Codice pure.

I convenuti furono chiamati all’appello.

Chiesero perché fossero nel Tempio.

A sinistra del trono c’erano angeli e guardie del corpo.

Solo il Verbo può giudicare. L’occhio si lega alla terra.

Non ha altro appiglio se non la rosa e la viola.

Un gendarme della RDT, lungo la Friedrichstraße,

separava la pula dal grano,

chiese a Franz se mai avesse letto Il crepuscolo degli dei.

Fermo sul binario n.1 stava il rapido 777.

Pochi libri sul sedile.Il viso di Marilyn sul Time.

-Quella punta così in alto, che sembra la Torre Eiffel cos’è?-,

chiese un turista.

-Ѐla mano del mondo vicina all’indice di Dio-,rispose un abatino.

Allora, che salvi Barbara Strong,

e il dottor Manson, l’abate De Bernard,

e i morti per acqua e solitudine,

e che non sia più sera e notte finché durano gli anni,

e che ci sia una sola primavera

di verdi boschi e alberi profumati,

come in un trittico di Bosch.

Ecco, ora anch’io vado perché suona il campanaccio.

Ci  furono mostre di calici sugli altari,

libri di Padre Armeno e di Soledad,

e un concerto di Rostropovic.

Usciti all’aperto prendemmo motorways.

Nella terra di miti, dove ci si scorda di nascere e di  morire,

c’erano cartelloni pubblicitari e blubell.

A San Marco di Castellabate

la stagione dei concerti era appena cominciata.

Il palco all’aperto aspettava il quintetto Gospel.

Si erano perse le tracce del sassofonista del Middle West.

Il primo showman raccontò la fuga d’amore di Greta con Stokowski.

Le passioni minime vennero con gli umori di Medea,

di fronte alle arti visive di Cornelis Escher.

Un relatore rimandò ad una nuova lettura

I Cent’anni di solitudine di Garcia Màrquez.

Quest’anno il postino non suonerà più di tre volte.

Et c’est la nuit, Madame, la Nuit! Je le jure, sans ironie.

 

 4

La cena fu come la voleva Lilly:

un tavolino con candele e fiori

e profumo Armani.

Le chiesi come stava Guglielmo.

-Di lui- disse, è rimasto un segnalibro

nella notte di San Lorenzo.

Monika, più sobria dopo il lifting,

prese la mano di Beethoven

per un tour Vienna – Berlino.

Declinando il futuro di Essere e Avere

le gote di Miriam si fecero rosse.

Sui muri della U2

splendeva il museo di Auschwitz.

Averna era suggestiva con l’abito blu.

In un angolo giocatori d’azzardo

puntavano sull’eclissi lunare.

-Allora, posso andare, Signora?-

disse la governante.

-Ho chiuso tutte le porte e le finestre.

Può stare tranquilla-.

Raccogliemmo  il riverbero di luce

nella stanza con profumo di violetta, e ligustro.

Una serata all’aperto, come clochard

e nessuna chiatta o pagaia alla riva

se non la fuga e il ritorno dopo il check-up.

Ѐ stata lunga l’attesa nell’Hospital day.

Il truccatore di morte

si è creata una Beautiful House

a pochi passi dal quartiere San Giovanni.

A Bilderberg  la povertà si arricchisce di nulla.

Tomasina rivede i conti

con le preghiere del sabato sera.

Un giorno verrà fuori chi ha voluto l’inganno.

Se metti mano all’album vedi solo ologrammi.

Un quadro di Basquiat al Sotheby’s di Londra

ha dato luce all’Africa Art.

Bisogna rimetterla in piedi la statua caduta.

 

43

Il tempo  mise in allarme le allodole.

Caddero èmbrici e foglie.

Più volte suonò il postino a casa di Hendrius

senza  la sirena e il cane Wolf.

Un Giudice si fece largo tra la folla,

lesse i Codici,  pronunciando  la sentenza.

– Non c’è salvezza per nessuno,

né per la  rosa, né per la  viola -,

concluse  il dicitore alla fine del processo.

Matius oltrepassò il fiume Joaquin

mantenendo la promessa,

poi salì sul monte Annapurna

a guardare la tempesta.

Un concertista si fece avanti

suonando l’Inverno di Vivaldi,

spandendo l’ombra sopra i girasoli.

Appassì il campo germinato.

Tornarono mattino e sera

sulle città dell’anima.

Suor Angelina rese omaggio ad Aprile

tornato con le rondini sul davanzale.

Restare a casa la sera,

calda o fresca che sia la stanza,

è trascorrere le ore in un battito d’ala.

Si spopolò il borgo.

Pianse il geranio la fine dei suoi giorni.

Fummo un solo pensiero e un’unica radice.

Chi andò oltre l’arcobaleno

portò via l’anima imperfetta.

Nostra fu la sera discesa dal monte

a zittire il fischio delle serpi,

il canto dei balestrucci.

Chiamammo Virginia

perché allontanasse i cani

dagli ulivi impauriti.

Robert non lesse più Genesi 2 Samuele,

e a durare ora sono le cuspidi al mattino,

la frusta che schiocca e s’attorciglia.

 

 

 

 

 

Mario M. Gabriele è nato a Campobasso nel 1940. Poeta e saggista, ha fondato nel 1980 la rivista di critica e di poetica Nuova Letteratura. Ha pubblicato le raccolte di versi Arsura (1972); La liana (1975); Il cerchio di fuoco (1976); Astuccio da cherubino (1978); Carte della città segreta (1982), con prefazione di Domenico Rea; Il giro del lazzaretto (1985), Moviola d’inverno (1992); Le finestre di Magritte (2000); Bouquet (2002), con versione in inglese di Donatella Margiotta; Conversazione Galante (2004); Un burberry azzurro (2008); Ritratto di Signora (2014): L’erba di Stonehenge (2016). La porte ètroite (1916). Ha pubblicato monografie e antologie di autori italiani del Secondo Novecento tra cui: Poeti nel Molise (1981), La poesia nel Molise (1981); Il segno e la metamorfosi (1987); Poeti molisani tra rinnovamento, tradizione e trasgressione (1998); Giose Rimanelli: da Alien Cantica a Sonetti per Joseph, passando per Detroit Blues (1999); La dialettica esistenziale nella poesia classica e contemporanea (2000); Carlo Felice Colucci – Poesie – 1960/2001 (2001); La poesia di Gennaro Morra (2002); La parola negata (Rapporto sulla poesia a Napoli (2004). E’ presente in Febbre, furore e fiele di Giuseppe Zagarrio (1983); Progetto di curva e di volo di Domenico Cara (1994);  Poeti in Campania di G.B. Nazzaro; Le città dei poeti di Carlo Felice Colucci;  Psicoestetica di Carlo Di Lieto (2006); e in Poesia Italiana Contemporanea. Come è finita la guerra di Troia non ricordo, a cura di Giorgio Linguaglossa, (2016). Si è interessata alla sua opera la critica più qualificata: Giorgio Barberi Squarotti, Maria Luisa Spaziani, Domenico Rea, Gaetano Salveti, Giorgio Linguaglossa, Letizia Leone, Luigi Fontanella, Ugo Piscopo, Giorgio Agnisola, Stefano Lanuzza, Sebastiano Martelli, Francesco D’Episcopo, Pasquale Alberto De Lisio, Carlo Felice Colucci, Ciro Vitiello, G.B.Nazzaro, Carlo di Lieto. Altri interventi critici sono apparsi su quotidiani e riviste: Tuttolibri, Quinta Generazione, La Repubblica, Misure Critiche, Gradiva, America Oggi, Atelier, Riscontri. Cura il Blog di poesia italiana e straniera Isoladeipoeti.blogspot.it e Altervista.