"Una banda di Idioti" di John Kennedy O'Toole

“Una banda di Idioti” di John Kennedy O’Toole

Sarebbe piuttosto riduttivo recensire “Una banda di idioti” di John Kennedy O’Toole[1] partendo, invece che da una prospettiva letteraria, da una psicopatologica o di etnoanalisi. Volendo però rimanere nell’ottica narrativa, nel rispetto del testo e dell’autore, è necessario però procedere in altro modo. La peculiarità del sapere liberal-garantista (non dimentichiamoci che la letteratura faceva parte delle cosiddette “arti liberali”) è quella di offrire la fruizione dell’esperienza così com’è, limitando l’inferenza critica a poche e necessarie disambiguazioni. Procediamo dunque, come consueto, per gradi.

Sostenere che un certo tipo di approccio all’esistenza sia imprudente e sicuramente deletereo è più che giusto; tuttavia è altresì corretto per pienezza ontica ed onestà tenere presente anche la fatticità dell’esperienza primaria[2]. Nel romanzo “Una banda di Idioti” ambientato a New Orleans nei primi anni 70′, la “fatticità” prende le sembianze di un rodomonte corpulento e agitato di nome Ignatius B. O’Reilly[3]. Qui già vi è una finezza, magari solo un calembour innocente o un rimando preciso: l’assonanza del cognome con il modo di dire americano “ah si,davvero?” motto che ratifica e sottolinea probabilmente un’indignazione e una stizza che è stata testé espressa. Effettivamente l’indignazione c’è: Ignatius, dominato nel pensiero dal filosofo Boezio [4], ma assolutamente disagiato e caotico quantomeno nella vita quotidiana, sembra essere ai suoi occhi l’unico in grado di ristabilire-parole sue- un po’ di “geometria e teologia”, in un’ America a suo avviso vicina alla catastrofe e alla totale depravazione. Già la quarta di copertina, nella edizione del 1998 della Marcos Y Marcos, lo annuncia : “Quando nel mondo appare un vero genio, lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda contro di lui. “. Si viene perciò a creare, intorno al nostro Ignatius, tutto un stuolo di personaggi che per ragioni strutturali potremmo dire secondari, ma che per caratterizzazione e particolarità non hanno nulla da invidiare al protagonista. Ignatius, trentenne frustrato e pieno di idee su come il mondo dovrebbe andare, è in aperta contraddizione con sé stesso e in lotta ideologica, legale e a volte persino fisica con chiunque gli si paventi sulla strada. La sua intransigenza, abbinata ad una “valvola” che a volte si chiude rischiando di provocargli un collasso, lo fa imbattere, quasi come una profezia che si autodetermina in personaggi clowneschi, falliti e parassiti, o semplicemente a volte nei cromatici e promiscui personaggi che di New Orleans sono la firma. Il suo continuo dibattersi, come un elefante in una cristalleria, ci rimandano un’epopea che presa nel suo senso letterale è molto amara, vissuta come una lotta impari contro il sistema onnipervasivo. Vista invece con sufficiente distacco è un vero viaggio nelle paranoie e fisime di un presunto erudito che “si degna” di far la morale a tutti quanti, non riuscendo però nemmeno a tenersi un posto come venditore ambulante di hot-dog.

Il caso, anzi la Fortuna non è certamente quello delle storie di Paul Auster, dove adeguatamente filtrata da personaggi molto scettici ha una rilevanza credibile. É invece invocata a gran voce da un mitomane che, completamente immedesimatosi in una concezione non solo idealista, ma addirittura melodrammatica della vita, fa credere ad altri di aver perso il senso della realtà, approfittandosi a più non posso delle sue millanterie. Attraverso le sue varie vicissitudini si rivelano, come in un gioco di specchi, aspetti sempre attuali di un proletariato urbano goffo, sgraziato, un po’ svitato ma tuttavia umanamente simpatico e in qualche caso di buon cuore. Alcuni piccoli interessi, abbastanza miseri dal punto di vista cronachistico, sono invece descritti con arguzia e oculatezza. Ciò che però ancora una volta fa da collante a queste istantanee un po’ sbiadite è l’eccentricità di Ignatius, divertente e tragica al tempo stesso da divenir monito ai fanatismi, vademecum per la dabbenaggine e oggetto di sorrisetti significativi. Chi però volesse ridurre il tutto ad un semplice castigat ridendo mores si sbaglierebbe a mio avviso; l’autore del libro si suicidò a trentadue anni. L’indagine sulle motivazioni sarebbero irrispettose e non attinenti al ruolo che rivesto in questa sede; tuttavia mi pare opportuno riportarlo alla memoria per aggiungere un tassello fondamentale che ci permette di inquadrare meglio questo libro, che nel 1981 vinse persino il Premio Pulitzer per la narrativa, postumo. Forse la profonda disillusione per il nevroticismo dell’epoca contemporanea e per le utopie mai realizzate-il romanzo fu bocciato da diversi editori- in alcuni casi ci trascina in fondali oscuri, senza sapere se saremmo in grado di risalire in tempo. Forse una presenza apparentemente benevola ma agghiacciante-una madre oppressiva- mina la stabilità di una persona decisamente diversa dalle altre. Così, tra qualche risatina e alcuni momenti in cui “la valvola si chiude”, Ignatius e O’Toole di rimando ci pongono un interrogativo che invece non fa tanto ridere, vale a dire: può l’uomo davvero vivere una vita degna di questo nome in mezzo ai suoi simili? Domanda che, per portata, non potrebbe essere esaurita nemmeno da un corso universitario.

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Note

[1]-Per dei profili esaurienti di John Kennedy O’Toole:

https://www.biography.com/people/john-kennedy-toole   

https://it.wikipedia.org/wiki/John_Kennedy_Toole

Il primo dei due siti è in lingua inglese.

[2]-Pienezza ontica, fatticità-Entrambi i termini hanno a che fare con l’Essere della cosa in sé, l’Essere in quanto essere. Per pienezza ontica s’intende uno stato di completezza dell’oggetto preso in questione; per fatticità invece s’intende l’0esistenza fattuale che la cosa in sé, l’oggetto primario della speculazione possiede. (N.d.A.)

[3]- Assonanza tra O’Reilly e “Oh, really?”.

[4]-Anicio Manlio Severino Boezio è stato un filosofo medioevale. Tra i suoi scritti, il più noto è certamente il “De consolatione Philosophiae” scritto quando fu incarcerato. L’immedesimazione di Ignatius sta tutta nella convinzione strenua e fondante di essere vittima di un complotto e un martire, senza però che egli faccia seriamente dietrofront rispetto ai suoi atteggiamenti di ricerca volontaria di situazioni scabrose e alterchi di vario genere.