"Aveva un volto bianco e tirato. Il caso Re Cecconi": intervista a Guy Chiappaventi

“Aveva un volto bianco e tirato. Il caso Re Cecconi”: intervista a Guy Chiappaventi

Conversazione con Guy Chiappaventi, autore del libro “Aveva un volto bianco e tirato. Il caso Re Cecconi” (Tunuè), presentato in anteprima a Più Libri Pù Liberi.

Presentato in anteprima a Più Libri Più Liberi, Aveva un volto bianco e tirato di Guy Chiappaventi, edito da Tunuè, ripercorre un fatto di cronaca che colpì l’Italia sul finire degli anni Settanta: l’omicidio di Luciano Re Cecconi, calciatore simbolo della Lazio scudettata del 1974, una squadra tanto forte quanto controcorrente che per alcune peculiarità e contraddizioni è diventata, a suo modo, leggendaria.
Per molti, questa vicenda si sintetizza in una ragazzata finita male: il giocatore, all’apice del successo, sicuro di essere riconosciuto, finge una rapina all’interno di una gioielleria della Roma bene; l’orafo, impaurito, prende la pistola e spara all’idolo della tifoseria biancoceleste. Ma è andata proprio così?

Guy, innanzitutto complimenti per il bel libro, un volume che ho potuto leggere e apprezzare prima che vedesse la luce. Ci puoi spiegare bene l’intento di quest’opera (molto accurata nella documentazione e ben scritta)? Si può rispondere, in qualche modo, alla domanda della premessa?

I soprannomi contano nella vita. Contano a scuola, nelle bande criminali, nelle squadre di calcio. Re Cecconi era Il saggio. Uno lineare, che aveva fatto la fame da ragazzino, raramente fuori posto in un gruppo di “pazzi, selvaggi e sentimentali”. La tesi della ragazzata non mi ha mai convinto. Siamo sicuri che con il gioielliere non si conoscessero? Il resto (e le possibili risposte a questa domanda) è nel libro.

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Conosco la tua lazialità, “bellissima malattia” che condivido con te. Puoi dirci cosa rappresenta Re Cecconi per i laziali? Perché, passano gli anni, e quella squadra, la brigata del ’74, continua ad affascinare così tanti scrittori? È davvero, secondo te, una delle squadre più “letterarie” di sempre?

Perché è una meteora. In trecento giorni passa dalla serie B alla lotta per lo scudetto. Lo perde per un nulla all’ultima giornata, nel ‘73. Lo vince l’anno dopo e poi deflagra: nelle morti di Maestrelli e Re Cecconi, l’addio di Chinaglia, l’arresto di Wilson per il calcio-scommesse. Una gioventù bruciata del calcio. Senza dubbio quella squadra è letteraria: due spogliatoi come due clan, le pistole, il paracadutismo, le notti al Jackie’O, le botte, un gruppo di peones che scala l’establishment del calcio, la vittoria nel pomeriggio del referendum del divorzio, le morti. Irripetibile.

Nel libro hai integrato alla narrazione dei fatti molti documenti per dare un taglio di inchiesta giornalistica. Come mai hai deciso questa tecnica narrativa anziché lavorare sull’emotività immaginifica che il personaggio poteva facilmente offrire? Quanto ti ci è voluto per mettere insieme quest’ingente documentazione? 

Un anno di lavoro, all’incirca. Ho fatto il giornalista. Non volevo romanzare nulla. E lavorando sulle fonti, atti giudiziari e giornali dell’epoca, mi sono accorto di sapere pochissimo della storia. Credevo che l’orafo fosse morto, non sapevo che la sua vita avesse molti punti di contatto con quella di Re Cecconi, che nella gioielleria la sera dell’omicidio ci fossero nove persone, di cui tre bambini.

È stato difficile scindere il giornalista dal tifoso?

No, non è stato difficile. Quando faccio il giornalista, non ho casacca. E non mi interessava neppure fare un libro da una parte sola. Non avevo una tesi precostituita, anche se mi duole molto che Re Cecconi, oltre a una morte giovanissimo e all’apice della carriera, si porti dietro, ingiustamente secondo me, la damnatio memoriae, il marchio dello stupido che nella Roma violenta anni ’70 va in giro a fare scherzi scemi. Togliergli questa patina è una delle chiavi del libro.

Mi è molto piaciuto un tuo precedente libro, Pistole e palloni, che racconta ancora quegli anni e quella squadra. Ritieni davvero ci fosse quel clima sempre in bilico tra sport e violenza dentro e fuori lo spogliatoio?

È una squadra che si è inventata un poligono di tiro dinamico all’hotel Americana, dove vive i ritiri. Le luci delle camere si spengono con un colpo di pistola. Spesso finisce a botte: tra loro o con chi li sfida, come gli inglesi dell’Arsenal dopo una partita di coppa. Sono ragazzi di vent’anni negli anni ’70. La violenza è un’altra cosa ma non mi piace chi dice che con questa storia delle pistole ho esagerato. Gli episodi sono mille: a cominciare dalle revolverate tirate nei piedi dall’autista del pullman prima della partita per fargli fare un giro di corsa intorno al suo mezzo, come rito scaramantico.

Torniamo ai fatti raccontati dal libro. Secondo te si farà mai veramente luce su quanto successo? Da parte dei familiari delle due parti in causa hai avuto riscontri? Come hanno reagito, a quaranta anni dall’accaduto, alla riapertura di una ferita ancora non ben rimarginata? 

È una vicenda dolorosa per entrambe le famiglie. Per motivi diversi. Vorrei rispettare la loro riservatezza.

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Sei contento di come sta andando la promozione del libro? Se a Roma, infatti, sono sicuro che l’opera susciti un grande interesse (anche solo per curiosità), mi piacerebbe sapere come stanno reagendo nelle altre città e nelle altre regioni. Questa vicenda è ricordata anche fuori dalla Capitale?

A Roma il libro sta andando molto bene, così almeno mi pare di aver capito da quanti mi scrivono e dalla presentazione che abbiamo fatto all’Eur, con la sala strapiena. Fuori è più difficile. E poi qui entriamo in un altro campo: quella delle librerie, degli ordini e della distribuzione del libro, dell’editoria indipendente. Tutte cose di cui tu potresti dire meglio di me.

Di quella brigata, l’uomo simbolo era però indubbiamente Giorgio Chinaglia, Giorgione, Long John, o in qualsiasi altro modo si voglia chiamarlo. Anche la sua vicenda (la gloria, l’addio, il ritorno, la morte in esilio) è molto letteraria. A quando un libro su di lui?

Su Chinaglia, l’eroe eponimo di quel gruppo, ci sono già troppi libri. Mi hanno sempre affascinato le figure più marginali. E poi in generale considero “Aveva un volto bianco e tirato” il mio ultimo libro sulla Lazio del 74.

Da tifoso a tifoso. Sono più di dodici anni che il rapporto tra tifoseria e dirigenze si è incrinato, creando un solco difficilissimo da colmare. Oggi la Lazio non solo ha perso il suo fascino ma stenta a trovare personaggi simbolo o semplicemente positivi. Condividi questo mio pessimismo o per te c’è una piccola luce all’orizzonte?

Sono pessimista, sì. Credo che per forza di cose una palingenesi della Lazio, per tutto quello che è successo in questi anni, debba passare da un passaggio di mano della società. Il matrimonio è incrinato: non mi interessa neppure ripercorrere tutti gli errori e da parte di chi. Ma senza cambiare, non si va avanti

Grazie. In bocca al lupo per tutto e complimenti per il volume (bello anche nella veste grafica scelta dagli editori) e a presto.

Grazie per tutto. Volevo solo dire che il 14 gennaio, per il quarantennale della sua morte che cadrà pochi giorni dopo, ricorderemo Luciano Re Cecconi, parlando di lui e della nebulosa che c’è intorno al suo caso. Lo faremo con i suoi ex compagni di squadra (più qualche altro ospite), con le foto del grande fotografo Marcello Geppetti, mescolando calcio, Lazio, cronaca, il funerale, il processo e il 1977 (perché questa storia cade nel 1977, con la cacciata di Lama dall’università, l’omcidio di Giorgiana Masi e tutto il resto). Ci ritroveremo alla Dolce vita Gallery (la galleria gestita dal figlio di Marcello), in via Palermo 35, sabato 14 gennaio alle 18.30. L’ingresso sarà libero e tutti poteranno intervenire. A presto.