«Com’è tutta la vita e il suo travaglio. Lezioni su “Ossi di Seppia” di Eugenio Montale» di Leone Piccioni

«Com’è tutta la vita e il suo travaglio. Lezioni su “Ossi di Seppia” di Eugenio Montale» di Leone Piccioni

Recensione di Leone D’Ambrosio sul nuovo saggio di Leone Piccioni, l’illustre testimone del Novecento letterario.

«Com’è tutta la vita e il suo travaglio», Leone Piccioni, il più grande critico letterario vivente, testimone di tutta la poesia italiana del Novecento, amico di Giuseppe Ungaretti, prende in prestito il terzultimo verso della poesia di Eugenio Montale «Meriggiare pallido e assorto», all’interno della raccolta «Ossi di seppia», per dare il titolo al suo saggio critico edito da «Dante & Descartes» di Napoli.  In questo piccolo saggio di 90 pagine Piccioni raccoglie tutte le sue le lezioni (grazie anche agli appunti presi dai suoi allievi, tra questi il poeta Giuseppe Conte che ha scritto la prefazione, corredata dalla postfazione di Giuseppe Grattacaso) tenute nell’anno accademico 1979-1980 allo IULM di Milano su Montale, allora ancora in vita e che aveva vinto da poco il Nobel.

Con la maggiore semplicità possibile Leone Piccioni analizza e commenta il significato dei versi di ogni singolo componimento. Il “professore” Piccioni seleziona, così, i temi, il linguaggio e le immagini che caratterizzano la poesia montaliana. «Meriggiare pallido e assorto» è una delle prime poesie a essere state composte da Montale, probabilmente nel 1916, e ha il valore emblematico di introdurre il tema-chiave dell’estate infiammata che rende tutto arido e secco, come sarà poi tutta la poesia ermetica. Qui Montale esprime tutto il suo travaglio esistenziale nella prigionia della realtà, l’illusione di un possibile varco, sempre immanente e sempre inattingibile, la ricerca interminabile di un “filo da disbrogliare”.

“A poca distanza dallo IULM c’era una strada, via Bigli, dove Montale si era stabilito a vivere quando si trasferì a Milano. –scrive nella sua introduzione Leone Piccioni- Passati diversi anni, mi recavo spesso da lui la sera, finite le lezioni, anche quando erano state “lezioni montaliane”. Lo trovavo seduto in poltrona con un plaid sulle gambe, un po’ infreddolito, con la fedele Gina accanto che da molto tempo lo seguiva. Una volta dissi a Montale che nel pomeriggio avevo letto e commentato con i ragazzi il frammento bellissimo «Spesso il male di vivere ho incontrato». Montale mi chiese se sapevo a memoria quella poesia io gli dissi di sì; allora mi chiese di dirla insieme ad alta voce come in un coro, un coro che fu commovente e toccante. E vidi -oh, sorpresa!- che Montale piangeva.”

Negli ultimi anni, Piccioni ha prodotto alcuni libri che nella loro semplicità ma anche profondità, raccontano storie e testimonianze di un’epoca culturale tra le più significative del panorama letterario non solo italiano: il Novecento.  L’ironia e la competenza letteraria, in «Vecchie carte e nuove schede», «Memoriette», «Una intimità ormai impossibile», «Intimità e Memorie», pubblicati tra il 2011 e il 2016, fanno di Leone Piccioni il nostro maggiore testimone, protagonista e amico dei più illustri scrittori di quell’Italia letteraria, da Ungaretti a Gadda, Bacchelli, Prezzolini, Pampaloni, Cecchi, Saba, al “silenzioso” Bo, tanto per fare qualche nome.

Gli «Ossi di seppia»un libro che fin dall’apparizione, nel 1925, segnò una svolta nella storia della lirica moderna. Il titolo della raccolta allude agli scheletri delle seppie che galleggiano e sono trascinati a riva dalla corrente, perché rifiutati dal mare, che è protagonista della raccolta. L’analisi del testo e la commozione privata di Montale, sono per Piccioni “le cose e le occasioni più feriali della realtà che possono talvolta suggerire, accennare, il miracolo della presenza di Dio. E la poesia sembra farsi, anche qui, preghiera che quelle occasioni e cose non vengano meno.” Sergio Solmi comprese immediatamente la grandezza della poesia di Montale e fu il primo a segnalare la diversità di stile e di ispirazione rispetto ai poeti suoi contemporanei. Solmi, infatti, diceva che la poesia di Montale nasceva già con il suo “motivo individuale”, motivo che le dava un tono intimo e necessario che invano cercheremmo altrove. Per Gianfranco Contini, invece, il discorso di Montale è di un tono e timbro “familiare”.

Infelicità e dolore, illusione e inganno. Montale come Leopardi o come Pascoli? “Insomma, queste pagine disegnano una via per leggere Montale fuori da ogni montalismo di maniera- scrive Giuseppe Conte- Per riscoprire un giovane montale che, come scrive Piccioni, nel mare vede la propria adolescenza, e perciò, prima di ogni autocoscienza, il momento tormentato e gioioso dell’abbandono e dell’estasi.”