Tre poesie inedite di Jennifer Givhan. Traduzione di Alessandra Bava

Tre poesie inedite di Jennifer Givhan. Traduzione di Alessandra Bava

«The change» («Il cambiamento»), «The Polar Bear» («L’orso polare») e  «An Editor Advised Me To Stop Writing Mother Bird Poems» («Un redattore mi ha consigliato di smettere di scrivere poesie su mamme chioccia») sono tre poesie inedite di Jennifer Givhan. 

The Change di Jennifer Givhan

When I was still small I began growing antlers
as a stag grows antlers, as a girl grows
breasts. My chest remained flat&the blood
didn’t come, but the velvet skin
sprang spongy behind my temples. No one at school
laughed at the antlers like they did when I’d grown
hair under my arms&razor-scraped my shins
but mom said she would’ve given me warm
water& lotion. Instead the girls asked if I could
pierce my antlers like ears or a nose,& if they
hurt. The boys asked were they strong enough
to break glass, crush tin cans,& how long
would they grow?  The doctor
said to stick out my tongue&drink
peach tea from a soda fountain in the nurse’s
lounge so I could pee into a cup&prove
myself.  Sometimes a female deer grows
a stub.  He asked if there was any chance I could be
growing something else. I told mom
there was a boy but it didn’t mean anything—
I couldn’t even use a tampon yet.
Soon small red birds gathered& settled
as the velvet turned to bone, matured into branches.
They were too heavy& I knew I had a choice:
Mom scoured every myth, required
that every curandera crack eggs
over my belly, rub sagebrush across
my forehead, chant&pray. One even told me
to sing. I could learn to love my antlers. I could
wait to see if they fell off on their own—yet even
if they did, how long would they stay gone?

Il cambiamento di Jennifer Givhan

Quando ero ancora piccola hanno iniziato a crescermi palchi
come a un cervo crescono palchi, come a una ragazza crescono
seni. Il mio petto rimaneva piatto & il sangue
non giungeva, ma la pelle vellutata
spuntava spugnosa dietro le tempie. A scuola nessuno
rise dei palchi come fecero quando iniziarono a spuntarmi
i peli sotto le braccia & mi rasavo le gambe
ma mamma mi disse che mi avrebbe dato acqua
calda & lozione. Le ragazze invece iniziarono a chiedermi se potessi
bucarmi i palchi come le orecchie o il naso & se facessero
male. I ragazzi mi chiesero se fossero abbastanza forti
da rompere il vetro, da schiacciare lattine & per quanto
sarebbero cresciuti? Il dottore
mi chiese di tirare fuori la lingua & di bere
tè alla pesca da un erogatore di bevande nella
sala dell’infermiera così potevo mingere in un bicchiere &
affermarmi. A volte a una cerva cresce
un moncone. Mi chiese se vi era la possibilità
che mi stesse crescendo altro. Raccontai alla mamma
che c’era un ragazzo ma che non significava nulla—
non usavo ancora gli assorbenti.
Ben presto uccelli rossi si affollarono & si stabilirono
mentre il velluto diventava osso, maturava in rami.
Erano così pesanti & sapevo che avevo una scelta:
mamma passava al setaccio ogni mito, chiedeva
a ogni curandera di rompere uova
sulla mia pancia, di strofinare artemisia sulla
mia fronte, di cantare & pregare. Una mi ha anche chiesto
di cantare. Potevo imparare ad amare i miei palchi. Potevo
aspettare e vedere se sarebbero caduti da soli—ma se
anche fosse successo, per quanto tempo sarebbero andati via?

*

The Polar Bear di Jennifer Givhan

I’m just another asshole sitting behind a desk writing about this
–Facebook status update

What I’m asking is will watching The Discovery
Channel with my young black boy instead
of the news coverage of the riot funerals riot arrests
riot nothing changes riots be enough to keep him
from harm? We are on my bed crying for what we’ve done
to the polar bears, the male we’ve bonded with on-screen
whose search for seals on the melting ice has led him
to an island of walruses and he is desperate, it is late-
summer and he is starving and soon the freeze
will drive all life back into hiding, so he goes for it,
the dangerous hunt, the canine-sharp tusks
and armored hides for shields, the fused weapon
they create in mass, the whole island a system
for the elephant-large walruses who, in fear, huddle
together, who, in fear, fight back. This is not an analogy.
The polar bear is hungry, but the walruses fight back.
A mother pushes her pup into the icy water
and spears the hunter through the legs, the gut,
his blood clotting his fur as he curls into the ice
only feet away from the fray—where the walruses
have gathered again, sensing the threat has passed.
My boy’s holding his stuffed animal, the white body
of the bear he loves, who will die tonight (who
has already died) and my boy asks me
is this real? What I’m asking is how long will we stay
walruses, he and I, though I know this is not an analogy.

 

L’orso polare di Jennifer Givhan

Sono solo l’ennesimo stronzo seduto dietro una scrivania a scrivere di questo
–aggiornamento di stato su Facebook 

Ciò che mi chiedo è se guardare Discovery
Channel con il mio figlioletto nero, invece
delle notizie sui funerali delle sommosse, gli arresti
delle sommosse, nulla cambia le sommosse, sarà sufficiente per proteggerlo
dal male? Siamo sul mio letto a piangere per ciò che abbiamo fatto
agli orsi polari, il maschio sullo schermo a cui ci siamo affezionati,
la cui ricerca di foche sul ghiaccio che si scioglie lo ha portato
su un’isola di trichechi ed è disperato, è fine
estate e lui sta morendo di fame e, presto, il gelo porterà
tutta la vita a nascondersi,  e così va,
la caccia pericolosa, i canini affilati zanne
la pelli corazzate come scudi, l’arma innescata
a cui danno vita in massa, l’isola intera un sistema
per trichechi grandi come elefanti che, per paura, si stringono
l’un l’altro, che, per paura, combattono. Questa non è un’analogia.
L’orso polare ha fame, ma i trichechi si difendono.
Una madre spinge il suo cucciolo nell’acqua gelata
e trafigge il cacciatore tra le gambe, l’istinto,
il suo sangue raggrumato sul pelo, mentre si rannicchia nel ghiaccio
a  pochi metri dalla mischia — dove i trichechi
si sono raccolti di nuovo, percependo che la minaccia è passata
Mio figlio stringe il suo pelouche, il corpo bianco
dell’orso che ama, che morirà stanotte (che
è già morto) e mio figlio mi chiede
succede davvero? Mentre mi chiedo per quanto tempo rimarremo
trichechi, io e lui, sebbene sappia che questa non è un’analogia.

*
An Editor Advised Me To Stop Writing Mother Bird Poems di Jennifer Givhan

The kitchen of my past smells of carne adobada
and green chiles blackened on the comal.
These days, I don’t even like to boil eggs for fear
I’ll overcook them—the whites will ooze
through cracked shells streaming into grungy
water I’ve forgotten to salt. My family could
eat peanut butter sandwiches for dinner every night
without complaint. I sit down to write
but what’s the point? No matter how many beautiful stories
I create, some man whose uncle raped his mother
will snatch a young boy from the sidewalk
while he walks home, his mama waiting two blocks away
for his cowboy hat to turn the corner. But the hat
never comes and the boy she nursed and sang
Twinkle Star over and over while pouring bathwater
to soothe his fear of No More Tears
because even those burn—that boy who learned
to read by memorizing all the books at bedtime
but never would eat anything green not
smothered in barbecue sauce. Gone.
We vow never to let our children walk alone
but then my boy will run ahead in the mall
and I’ll lose him. It won’t matter how many poems
or baths. Except it will, like peanut butter.
The boy on the street, his too-large cowboy boots
forever walking home toward his mama. His mama
forever on the porch, searching the skyline for a hat.

Un redattore mi ha consigliato di smettere di scrivere poesie su mamme chioccia di Jennifer Givhan

La cucina del mio passato odora di carne adobada*
e peperoncini verdi abbrustoliti sul comal**.
In questi giorni non metto neanche a bollire le uova per paura
di cuocerle troppo—gli albumi si rapprenderanno
dai gusci incrinati fluendo nell’acqua
opaca che ho dimenticato di salare. La mia famiglia potrebbe
mangiare panini con burro di arachidi per cena tutte le sere
senza lamentarsi. Mi siedo per scrivere,
ma a che scopo? Per quante belle storie
io crei, qualche uomo il cui zio ha violentato sua madre
afferrerà un ragazzo dal marciapiede
mentre torna a casa, mentre sua madre a due isolati
attende di vedere il suo cappello da cowboy girare l’angolo. Ma il cappello
non giungerà mai e il ragazzo che ha allattato e a cui ha cantato
Stella stellina più e più volte mentre versava l’acqua del bagnetto
per placare il suo timore di Niente Più Lacrime
perché anch’esse bruciano—quel ragazzo che ha imparato
a leggere memorizzando tutti i libri all’ora della nanna
ma che non mangiava mai nulla di verde che
fosse ricoperto con salsa da barbecue. Andato.
Giuriamo di non lasciare mai camminare i nostri figli da soli
ma poi mio figlio mi supererà nel centro commerciale
e io lo perdo di vista. Quante poesie o bagnetti
sarà irrilevante. Tranne che succederà, come il burro di arachidi.
Il ragazzo per strada, con i suoi stivali da cowboy troppo grandi
che cammina per sempre verso sua madre. Sua madre
per sempre sul portico, a scrutare l’orizzonte per un cappello.

*marinata

**piastra

_________-

Jennifer Givhan è una poeta messicana-americana del deserto del sudovest. I suoi libri includono Landscape with Headless Mama (vincitore del premio Pleiades) e Protection Spell (Miller Williams Series, University of Arkansas Press). Ha ricevuto borse di studio da NEA, PEN/Rosenthal per voci emergenti e The Frost Place Latin@, oltre al premio di poesia della rivista The Lascaux Review.