"Tocco magico tango". Intervista a Riccardo De Torrebruna

“Tocco magico tango”. Intervista a Riccardo De Torrebruna

Conversazione con Riccardo de Torrebruna, autore del romanzo “Tocco Magico Tango”, da poco ripubblicato da Ensemble. Intervista di Elisa Cianca.

Nella prima domanda che vorrei rivolgerLe c’è tutta la curiosità di sapere come nasce l’idea di inserire in un romanzo noir, in cui si delinea un mistero da svelare, un episodio drammatico della storia del nostro Paese: la tragedia del piccolo Alfredo Rampi di Vermicino, il bambino caduto accidentalmente in un pozzo e i successivi disperati tentativi volti a salvargli la vita:

“Come accadde? Sì, una sera di giugno, quando la luce non si stanca di esserci, lieve, fino a tardi. E poi delle gambette magre che corrono tra le stoppie prima d’incontrare il vuoto, il buio. Un corpo esile cade, scivolando lungo un imbuto di roccia. Lo sguardo spaventato che cerca lassù, in alto. La superficie che un attimo prima rispondeva alla certezza di correre ora lascia aperta solo la fessura di un dubbio, un ultimo spicchio di vita, acerbo. E lì, disegnato da una matita a pastello, il cielo sfuma, sempre più lontano. Un braccio non riesce più a muoversi, imprigionato nel fango. Un gemito, un colpo di tosse. Mamma ho paura”.

In altre parole: qual è la funzione narrativa svolta dall’episodio all’interno del testo?

Certamente la storia di Vermicino ha avuto per me delle risonanze tali, da creare l’idea che ci fosse un debito da saldare, da risanare, con l’impatto emotivo che essa ha prodotto. Di qui l’idea del romanzo, una sorta di dovere morale avvertito nei riguardi di Alfredino Rampi, un ragazzino caduto nel buco nero di un Paese inaffidabile e arruffone. Allo stesso tempo, e più semplicemente, c’ero anch’io tra i tanti milioni di “bambini italiani” che si sono identificati con la sua storia nell’arco di quei tre giorni in cui la tragedia si è consumata. Se si vuole cercare un senso al romanzo, sta proprio qui, nel compito di saldare questo debito morale, e a questo è completamente dedicato.

Nel romanzo “Tocco Magico Tango”, si compie la scelta di riportare alla luce, personaggi e questioni irrisolte di un passato che, per quanto recente (siamo negli anni ’80), appartiene al secolo scorso. Sembra infatti trascorsa un’eternità da quell’epoca non ancora iper-tecnologica in cui lo scorrere del tempo era scandito da ritmi più umani. C’è un profondo lavoro di documentazione sull’incidente del piccolo Alfredo, e una ricostruzione precisa e meticolosa di quelle ore drammatiche. Alla base di tutto questo si sente un’urgenza, un impulso, una necessità di scrivere e raccontare l’esistenza di una vita spezzata:

“La razza degli eroi e dei dinosauri era stata spazzata via dal grande silenzio del tempo, dalle orde dei barbari. Era restato solo il volto di uomini fragili, che onestamente avevano tentato di fare del proprio meglio. E se anche loro appartenevano alla schiera dei vinti, almeno avevano un’anima e avrebbero saputo riscattarsi. Il resto era nulla”.

Nel romanzo si racconta un’Italia che viveva ancora in una sorta di verginità rispetto al rapporto con la tecnologia: non ci sono telefoni cellulari, ad esempio; a un certo punto ne appare uno, quello del personaggio di Lampone, che traccia la strada di quanto sta per avvenire nel futuro della collettività. L’episodio di Vermicino mi aveva talmente preso che confesso di essermi documentato su quanto accadeva ora per ora. Poiché in quei giorni mi trovavo in viaggio, ad ogni nuova fermata del treno o della macchina compravo una copia di “Paese Sera” che all’epoca usciva in tre edizioni giornaliere, così da tenermi al corrente su ogni dettaglio. E proprio qui nasce lo spunto per raccontare la storia di Nino, un ragazzino di tredici anni e di come egli viva la tragedia di cui è testimone (come tanti altri inchiodati davanti alle televisioni), di come essa riverberi nel suo intimo, fino a imprimere una svolta precisa alla sua vita. Il romanzo diviso in due parti presenta queste due grandi tematiche: la prima si concentra sui tre giorni che vedono protagonista Nino durante la tragedia mediatica di Vermicino, che l’Italia e il mondo riescono a seguire grazie ad una scommessa televisiva apparentemente dedita al servizio dell’informazione. La seconda, quindici anni più tardi, presenta un’Italia meno timida nel rapporto con i mass media e con la comunicazione tecnologica, ma che in qualche maniera si è imbastardita. Nel romanzo, il personaggio di Lampone, compagno di scuola di Nino e suo dichiarato antagonista, incarna esattamente questo, un’Italia che sta crescendo con un’idea, una consapevolezza di sé ormai definitivamente votata al consumismo e al culto dell’immagine e delle mode; una forma di crudeltà mentale che appena quindici anni prima ancora non permeava il Paese.

Che rapporto intercorre tra la figura di Alfredino e Nino, il ragazzo protagonista del romanzo?

“Ecco che rinasceva l’ipotesi di raggiungere Alfredo e tirarlo fuori prima che fosse troppo tardi. Non lo sapeva come. Si sarebbe offerto di entrare nel pozzo? Forse. Ma qualcosa avrebbe fatto. Non sarebbe restato a guardare come gli altri. […] dopotutto Alfredo meritava un rischio del genere. Glielo doveva. La sua voce non era forse la voce di una paura che anche lui aveva conosciuto? Di notte, tutte le volte che era rimasto da solo a casa. Appena sua madre usciva, magari con quella scusa assurda di andare a comprare il caffè, e lui si metteva ad accendere  tutte le luci. Tutte le luci che trovava. Sapendo già che un angolo oscuro ci sarebbe sempre rimasto e un’ombra, sbucata dal nulla, alla fine lo avrebbe colto di sorpresa”.

Nino, il protagonista del romanzo, viene raccontato nei primi giorni dell’estate che segna la fine della sua infanzia e poi nel momento in cui sta per varcare la linea d’ombra, sulla soglia dei trent’anni. Il suo rapporto con Alfredino è un rapporto che ha a che fare con molte cose, ma soprattutto con il fatto che entrambi si trovano a vivere la dimensione del buio: l’uno prigioniero del pozzo, l’altro perché nel tentativo di rendersi utile e quindi andarlo a salvare cade nella trappola di un adulto più forte della sua incosciente esuberanza. Mi riferisco in questo caso alla figura di un professore di latino che diventa decisiva per il futuro della sua vita. In qualche maniera, queste due situazioni hanno a che fare proprio con la dimensione del buio e soprattutto del sottosuolo.

L’immagine del pozzo forma con il cielo una coppia metaforica di opposti: da un lato il pozzo, il buio pesto, l’oscurità da cui si è avvolti e in cui ci si sente intrappolati; dall’altro uno spazio ampio, esteso, che eleva l’anima anche verso la speranza di respirare, vivere, sognare:

“Lassù in alto, un puntino si schiariva, come una biglia di vetro. Possibile che in  tanto tempo che era lì non ci avesse visto passare nemmeno una nuvola? Potevano essere così limpide le giornate senza di lui?”

Può spiegarci il valore simbolico di queste bellissime immagini?

Per Alfredino, il buio sarà il percorso tragico della morte; per Nino, continuerà ad essere una dimensione da comprendere e da cui sforzarsi di riemergere, perché nella sua maturità questo conto aperto lo condurrà all’esplorazione del sottosuolo di Roma. Il sottosuolo, l’ombra, l’oscurità rappresentano una dimensione, un destino scritto nella sua vita: finché non riuscirà a risalire dalle profondità della sua anima, lasciando affiorare la parte oscura di sé, non potrà saldare il conto con la tragedia personale vissuta nei giorni di Vermicino.

I suoi lettori sono abituati a uno stile letterario, a tratti raffinato, una scrittura densa e corposa, attenta a descrivere i piccoli dettagli che fanno materializzare davanti agli occhi immagini da sogno e d’incanto, paesaggi esotici, talvolta lontani dal quotidiano (si pensi a Mardjan). Nella nuova edizione del suo romanzo, ampiamente riveduta, al contrario, sembra ci sia una virata verso la realtà, un improvviso, radicale scarnire all’essenziale le descrizioni. Ritmi e sonorità appaiono più concitati: la scrittura si pone sotto il segno dell’oralità, del gergo giovanile, a volte, della spontaneità colorita e verace della strada. C’è in Lei che persegue uno stile ricercato, la nostalgia di una lingua profanata, maltrattata, contaminata?

Lo stile di questo romanzo è in realtà anch’esso piuttosto ricercato perché poggia su una ricerca della lingua e in particolare della fraseologia e del dialetto usati a Roma, che ha un debito esplicito con due autori che sono stati molto importanti per me: il primo è Pier Paolo Pasolini con i suoi due romanzi, “Una vita violenta” e “Ragazzi di vita” e l’altro è Carlo Emilio Gadda con “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”. Entrambi gli scrittori, non essendo romani, hanno intrapreso uno studio sistematico e approfondito del linguaggio, servendosi del dialetto romanesco con naturalezza e spontaneità. Mi ha sempre affascinato la loro maestria nel reinventare una lingua che riflette al tempo stesso un carattere e un temperamento specifici a loro estranei. Per quanto concerne il mio rapporto con questo tipo di linguaggio, essendo io romano e cresciuto nella periferia romana, la vita di strada mi ha sempre attirato. I personaggi estremi e a tratti border line di queste borgate mi hanno sempre appassionato.

“Camminava a passi svelti sul ponte Palatino, lungo il parapetto di ferro. Si girò a guardare il Ponte Rotto, in mezzo al fiume. Perché era così attratto da quel ponte senza braccia, franato da tutt’e due le parti e isolato dalla corrente? Un corpo indefinibile, quasi clandestino, abitato da erbacce, da gabbiani, da testarde radici e da evanescenti incontri di fantasmi che forse si ripetevano anche quella notte. Più indietro, la sagoma bianca dell’Isola Tiberina galleggiava come la pancia di una balena arenata. […]Risalì lungo le architetture misteriose del Teatro di Marcello, lungo i nodi di pietra e gli strati che fanno di Roma una città eterna, e dunque irreale. Perché non trarne le conseguenze, svelando l’inganno di cui sono succubi i suoi abitanti e le loro eventuali reincarnazioni. Condannati a ripetersi in uno scenario eterno, e dunque senza speranza. Se non fosse nato a Roma, libero dalla guaina così opprimente del passato, non gli sarebbe mai successa una cosa del genere”.

In questo brano Roma viene definita “una città eterna, dunque irreale”: potrebbe spiegare il significato di questa definizione? Inoltre, sarebbe interessante comprendere quanto l’ispirazione del romanzo sia scaturita dalla città di Roma, in altre parole, è possibile immaginare un’altra ambientazione come sfondo della vicenda?

Roma è necessaria alla nascita del romanzo e forse sarebbe stato difficile ambientarlo in un’altra città, dal momento che essa ha un sottosuolo ricco di testimonianze di un passato tutt’ora inesplorato.  Roma è una città le cui stratificazioni di civiltà passate hanno permesso la conservazione di tesori inestimabili. Da questa complessità ancora oggi in parte sconosciuta, derivano la bellezza e il fascino di una realtà inafferrabile, talvolta sfuggente. In tal modo un’aura di mistero avvolge luoghi e personaggi. Il suo essere un organismo imperfetto che non si presta alla modernizzazione, ma soltanto al caos è una caratteristica ideale per ambientare questa storia perché essa riflette sul caos, su una  mentalità piena di approssimazioni e pressapochismo che continua ad attraversare la realtà italiana. Quindi Roma, in questo, è perfetta. Se poi mi è concessa una citazione, ricorderei alcuni versi di Baudelaire in cui la città che lo abita gli appare così: “Formicolante città, città piena di sogni, Dove lo spettro in pieno giorno s’attacca al passante! I misteri colano d’ogni parte come linfe Dentro i canali stretti del colosso possente”. E aggiungerei anche una scheggia di Eliot: “Città irreale, sotto la caligine di un’alba invernale”.

Per concludere, Roma nel suo essere definita la “città eterna” riflette a suo modo il ciclo e l’eterno ritorno di quella mentalità italiana che nell’episodio di Vermicino  è stata in qualche modo smascherata. Proprio per questo, l’episodio tragico è stato rimosso dalla coscienza nazionale, nessuno ha più voluto parlarne. In questo senso Roma è una città eterna, dunque irreale, perché qualcosa che è eterno, e votato a ripetersi, conserva una natura profondamente irreale.