Una terra aperta al mondo: sulle tracce di Antonio Tabucchi dal Portogallo all’Europa

Una terra aperta al mondo: sulle tracce di Antonio Tabucchi dal Portogallo all’Europa

Pubblichiamo l’intervento su Antonio Tabucchi di Maria Cristina Mannocchi al convegno “Regards croisés entre l’Italie et le Portugal”, tenutosi all’Università di Strasburgo l’11 aprile scorso.

In un racconto della raccolta “Si sta facendo sempre più tardi” di Antonio Tabucchi, l’io narrante, percorrendo la campagna toscana, si ritrova in una piccola chiesa, ma un attimo dopo, è in una taverna tra i monti di Creta. Poi è ancora nella chiesina toscana: entra, c’è una piccola stanza con una sedia gialla come quelle che disegnava Van Gogh in Provenza. Lì c’è una targa con scritto “Scelta vita futura, entrata libera”, frase che rimanda chiaramente alle religioni Orientali. Tutto il racconto parla della “nostalgia dell’irreversibile”, che è un’espressione del filosofo francese Vladimir Jankélévitch, ma anche un modo di definire la saudade portoghese.

Nel giro di mezza pagina c’è ancora un piccolo salto temporale e l’io narrante è con la donna un tempo amata in un ristorante nel sud della Francia, col mare che infuria come fosse l’Atlantico, e una canzone di Charles Trenet che li accompagna. E il racconto termina con una sorta di dissolvimento universale che evoca in chiave ironica la chiusura dell’operetta morale “Il Cantico del gallo silvestre” di Giacomo Leopardi: “basterà solo un minuscolo foro e tutta questa energia insensata se ne fuggirà come quando si buca il tubo del gas… fssss… fsss… tutto finirà in un attimo, in una modestissima bolla.” [1]

Il racconto si intitola “Il fiume”, metafora di un fluire continuo che attraversa lo spazio e il tempo, ed è uno degli ultimi racconti di Tabucchi, in cui il “gioco del rovescio”, che aveva caratterizzato la sua narrativa lusitana, diventa ricerca di “correspondances” intime e sottili tra luoghi apparentemente diversi.

Prendiamo il racconto “Il fiume” come paradigmatico non solo della poetica dell’ultimo Tabucchi, ma di una idea di Europa che nasce dal suo legame con il Portogallo. Che cosa tiene insieme una sperduta chiesina toscana, la metempsicosi, una taverna sperduta sui monti di Creta, una sedia gialla di un quadro di Van Gogh, Vladimir Jankélévitch, la saudade, e Leopardi? Per quanto riguarda i luoghi è facile notare come si tratti di posti isolati, essenziali, separati, protetti dal frastuono delle metropoli. Luoghi dove è possibile recuperare un rapporto autentico con le cose e con se stessi, sentire la voce della propria anima. E i pensatori e gli artisti nominati o evocati nel racconto pongono tutti in sostanza una domanda: chi siamo noi e qual è il senso del nostro essere nel mondo? Domande non nuove certo a cui gli scrittori e i poeti hanno tentato in genere di dare una risposta scavando nel proprio io.

Ma Tabucchi, riprendendo il suo maestro Pessoa, dice che il suo solo io non basta, ha bisogno di ritrovarlo in molti luoghi e in molti altri per poter intuire qualcosa di sé.

Maurice Blanchot ha detto che lo spazio letterario per uno scrittore consiste nella continua e inesausta ricerca di un centro: centro che non è fisso, ma si sposta per la pressione del libro e per le circostanze della sua composizione. [2]

Tabucchi, che ben conosce Blanchot, va oltre, e scrive: la letteratura non è stanziale, è nomade. Non solo perché ci fa viaggiare attraverso il mondo, ma soprattutto perché ci fa attraversare l’animo umano. [3]

Questo nomadismo di luoghi dell’io, questa ricerca di un centro che lo attrae in continuazione fuori dalle orbite stabilite è qualcosa che caratterizza la sua formazione fin da giovanissimo. Nasce a Pisa nel 1943 ma subito viene potato a Vecchiano, un piccolo centro della provincia toscana. Trascorre i lunghi pomeriggi d’inverno della sua infanzia ad ascoltare le storie dell’antifascismo raccontate dai nonni come una favola. A 19 anni, dopo aver visto al cinema Olimpia del paese “La dolce vita di Fellini”, decide di partire per Parigi. Quel Mastroianni schiavo e stanco della futilità della vita, e che molti anni dopo interpreterà il suo Pereira, è per lui l’inizio di una presa di coscienza, un’epifania. Quell’Italia corrotta che racconta Fellini non gli piace e ci deve essere un luogo dove la crisi della modernità si mostra in tutta la sua tragedia, da lontano forse è più facile capire quello che sembra troppo vicino. Per questo decide di andare a Parigi. È il 1964, per mantenersi fa il lavapiatti nella mensa universitaria, e ascolta come auditeur libre alla Sorbonne per caso le lezioni di Vladimir Jankélévitch, senza sapere che quella filosofia che dà valore ai fraintendimenti, ai rimorsi, agli errori, al rovescio apparentemente negativo dell’esistenza come terreno fertile del nostro essere nel mondo, lo sta preparando ad un incontro con un poeta decisivo per la sua formazione. Dopo un anno e l’ora di tornare a Pisa, andando verso la Gare de Lion per prendere il treno si ferma a una bancarella di libri ed è attratto dalla traduzione in francese di un poemetto di uno sconosciuto poeta portoghese: “Bureau de Tabac” di Fernando Pessoa. Forse lo comprò per una buffa assonanza col suo cognome, o perché era il libro che costava meno. Fu una folgorazione, lo lesse tutta la notte. La mattina arrivato a Pisa decise di iscriversi all’università al corso di Lusitanistica della professoressa Luciana Stegagno Picchio. Dopo circa un anno è a Lisbona con una borsa di studio.

Da questo momento in poi il Portogallo diventa per Tabucchi un luogo di vita e di conoscenza, ma anche il suo altrove letterario.

L’invenzione dell’altrove nella letteratura italiana risale a Boccaccio: nel Decamerone i 10 giovanetti scappano dalla peste di Firenze, luogo di caos, dolore e morte, e si rifugiano in campagna per trovare uno spazio del raccontare nel quale avere un sollievo e poter guardare con maggior chiarezza i mali del proprio tempo.

Un altro celebre esempio di altrove nella letteratura italiana si trova nell’”Orlando Furioso” di Ludovico Ariosto quando Astolfo deve volare sulla Luna con l’ippogrifo per trovare il senno e tutto ciò che gli uomini sulla Terra hanno perso.

Questi due concetti di altrove sono molto vicini a quello che rappresenta il Portogallo per Tabucchi: un luogo separato, protetto dal caos, in cui poter ritrovare anche lo spazio delle proprie origini. Si veda ad esempio il rapporto di specularità tra i primi romanzi toscani “Piazza d’Italia” e “Il Piccolo naviglio” con una forte impostazione popolare, corale e libertaria, contro i soprusi di ogni potere, e la presa di coscienza di “Sostiene Pereira” ambientato a Lisbona ma quasi interamente scritto a Vecchiano.

Ma soprattutto il Portogallo è un luogo dove poter ritrovare un rapporto più intimo con se stessi e porsi in ascolto dei propri fantasmi, delle proprie ombre interiori.

L’esempio più calzante è il romanzo “Requiem” sul quale la critica si è dilungata nel rintracciare i molteplici fili intertestuali che lo legano a Pessoa, alla cultura lusitana e francese. Ma qui c’è qualcosa di più, e per questo, come ho accennato precedentemente analizzando il racconto “Il fiume”, per quanto riguarda la poetica di Tabucchi propongo di sostituire la parola intertestualità, con la parola correspondance.

Correspondance così come è usato nella celebre poesia di Boudelaire: rintracciare legami intimi e sottile tra cose che si richiamano a vicenda, che non coincidono ma sono in dialogo l’una con l’altra.

“Requiem” allora è il romanzo in cui più luoghi e linguaggi trovano una loro reciprocità. Un punto di incontro di più anime dello scrittore. È l’unico romanzo di Tabucchi scritto in portoghese, la lingua dell’altrove. E nasce da un sogno fatto a Parigi in cui lo scrittore parla con il padre giovane, vestito da marinaio che gli chiede della sua malattia. Nella realtà il padre di Tabucchi era morto da qualche anno, ridotto al silenzio da un cancro alla gola che i medici non avevano saputo curare. Nel sogno il padre, che nella vita si era sempre espresso in toscano, gli parla in portoghese. Eppure c’è una correspondance sottile tra le due lingue tanto da rendere il portoghese il lessico familiare di un sogno così intimo:

Ho sempre chiamato mio padre mi’ pa’, o semplicemente pa’ apocope di padre, come si usa dalle mie parti, nella campagna pisana al confine con la provincia di Lucca dove sono cresciuto. Quando all’università, cominciai a studiare il portoghese dissi un giorno a mio padre che la parola portoghese pa’ con l’accento acuto, costituisce, nella conversazione tra due uomini, una un’interlocuzione che indica affabilità e confidenza e che è la contrazione della parola rapaz. È l’unica parola portoghese che mio padre conosceva. E quando io lo chiamavo pa’, lui mi chiamava pa’.  [4]

Nel lessico familiare di casa Tabucchi dunque l’universo delle due lingue si era fuso in una sillaba: quando il figlio chiamava il padre con il pa’ toscano il padre rispondeva con il pa’ confidenziale portoghese. I due monosillabi non coincidevano nel significato ma si corrispondevano nel segno dell’ affetto, della complicità, della comprensione reciproca.

Nella lingua latina il verbo traduco, prima di assumere il significato di “tradurre”, indicava l’atto di trasportare qualcosa da una sponda all’altra del fiume, le truppe di un esercito, il bestiame. I Romani, gente pratica, sapevano bene che non si trattava di un’operazione facile perché nel passaggio di una sponda all’altra c’era sempre qualcosa che si perdeva o che ne veniva alterato.

Tabucchi da fine traduttore di Pessoa sa bene che il passaggio da una lingua all’altra non è mai indolore. Ma con “Requiem” gioca di ironia e di rovescio creando quasi delle leggende intorno alla traduzione di questo romanzo in italiano e in francese. Poiché è nato in portoghese mi è impossibile trasportarlo in altre lingue, dice. E così la traduzione italiana di “Requiem” è firmata dall’amico Sergio Vecchio, mentre quella francese è firmata da una certa Isabel Pereira, nome fantomatico, sintesi dei due suoi personaggi più importanti. In realtà se ne occupò lui stesso con l’aiuto di Bernard Comment.

Ma tradusse anche in italiano un capitolo di “Requiem” quello in cui si parla delle “Tentazioni di Sant’Antonio” di Hieronymus Bosch custodite al Museu de Arte Antiga di Lisbona. Come ha dimostrato nei suoi studi Alessandro Iovinelli [5] la versione che fece lo scrittore non si discosta poi molto da quella che sarà pubblicata da Sergio Vecchio. Ma quel quadro con tutti i suoi personaggi fantasmagorici e mostruosi è il cuore del romanzo, come se “Requiem” fosse un racconto con figure di Hieronymus Bosch. Non a caso la prima edizione portoghese di “Requiem” ha proprio in copertina le “Tentazioni di Sant’Antonio”, poi sostituito dal gatto blu di un celebre azulejos.

L’ultima volta che sono stata a Lisbona un caro amico portoghese mi ha regalato un’edizione elegante delle “Tentazioni di Sant’Antonio” di Bosch, con immagini che riproducono in grande i particolari del quadro. Il mio amico mi ha detto che era contento di farmi quel dono perché da bambino aveva un libro simile e si addormentava fantasticando su quei personaggi di un mondo all’incontrario. E poi perché come prefazione c’era un racconto di Antonio Tabucchi. Il libro si intitola “As Tentaçoes, um pintor Hieronymus Bosch, um escritor Antonio Tabucchi”. Non è mai stato pubblicato in Italia.

Ero sicura che la prefazione di Tabucchi fosse il capitolo di “Requiem” che parla di quel quadro e invece ancora in gioco del rovescio, o meglio di correspondance tra cose apparentemente lontane che dialogano. Come prefazione infatti lo scrittore ha scelto un altro racconto ambientato a Pisa , si intitola “Voci portate da qualcosa impossibile da dire cosa” e si trova nella raccolta “L’Angelo nero”.

Una bella domenica di sole l’io narrante sta camminando per via Santa Maria quella che porta a Piazza dei Miracoli, i caffè, le strade sono piene di gente che conversa animatamente e si racconta la vita. E lui incomincia a giocare all’antenna ricevente, al auditeur libre, capta brani dei loro discorsi, frasi che lo colpiscono incomincia a ripeterle dentro di sé “fino a creare una faccenda che non esisteva e che ora esiste: la tua storia.” [6] Spesso l’atto di ascoltare è alla base dei racconti di Tabucchi. Ma poi le tante voci diventano una sola voce che gli parla di Tadeus e di Isabel e l’oscuro senso di colpa che lo perseguita nel ricordo di quel triangolo amoroso. E si ritrova in cima alla torre di Pisa a cercare nell’aria, nelle voci, una risposta che non arriva. Tadeus e Isabel sono i fantasmi che lo perseguitano in “Requiem”, e i protagonisti di un’incessante ricerca spirituale in “Un mandala, per Isabel”.

Ma che cosa unisce il racconto ambientato a Pisa alle “ Tentazioni di Sant’Antonio” di Bosch? La breve nota introduttiva che premette Tabucchi al volume racconta una sorta di nostalgia dell’assoluto:

Prima, nei bei vecchi tempi, chi cedeva alle tentazioni era un peccatore. Oggi è solo un trasgressore, o forse nemmeno questo, poiché non c’è più nulla da trasgredire. Ma se non c’è il peccato non esiste nemmeno il perdono, e in questo consiste il nostro inferno moderno: un luogo indifferenziato, senza miseria, senza riscatto, senza grandezza. Un giorno, mentre guardavo rapito “Le tentazioni di Sant’Antonio” di Bosch, ho pensato che se anche l’uomo moderno perdesse la tentazione, gli rimarrebbe tuttavia il rimorso. E così ho immaginato un personaggio ossessionato dall’idea del rimorso. Perché il rimorso esiste, certo. E a volte ci coglie ovunque, come fosse una tentazione suprema. [7]

Il senso di colpa, il rimorso e la nostalgia dell’assoluto, la saudade per un futuro che non c’è stato: sono aspetti dell’animo molto portoghesi a cui Tabucchi riesce a dare uno spazio dentro di sé proprio perché li riconosce in un’altra cultura diversa dalla sua di origine.

Fu subito conquistato dall’identità plurale del Portogallo. “La prima volta che arrivai qui avevo poco più della vostra età, e mi affascinò subito la cultura e la storia di questa terra da sempre aperta al mondo” disse Antonio Tabucchi nel marzo del 2010 agli alunni del Liceo Scientifico “L.Pasteur” di Roma in gita scolastica a Lisbona, in una Lectio magistralis dello scrittore che organizzai nell’aula magna dell’albergo dove alloggiavamo. In quella occasione Tabucchi ci diede molti spunti di riflessione non solo sui rapporti tra l’Italia e il Portogallo ma anche su un’idea di Europa come integrazione tra le culture. La correspondance, era diventata non solo una poetica ma un’etica, un’attenzione continua alle altre culture soprattutto se svantaggiate. La terra aperta al mondo lo aveva portato ad una scrittura aperta al mondo. Un sentire aperto al mondo. Agli alunni del liceo Pasteur di Roma, parlando della teoria della confederazione delle anime, spiegò che il cambiamento dentro di noi è sempre possibile. E parlò a lungo del suo impegno per il popolo Rom. [8] A Firenze era diventato amico e collaboratore di Don Alessandro Santoro per combattere il degrado dei campi nomadi alla periferia della città, come racconta nel pamphlet “Gli Zingari e il Rinascimento”.

Dalla poetica alla vita: lo scrittore che aveva raccontato una letteratura nomade, non poteva che vedere nel popolo nomade un’occasione per capire qualcosa di più dell’esistenza umana.

Da tempo guardo gli Zingari per cercare nell’altro l’estraneo che c’è in me –scrive- Non c’è nessun merito, è un semplice tentativo di capire chi sono, capire chi siamo. [9]

A livello europeo si battè contro le espulsioni del popolo Rom, in cui vedeva il segnale pericoloso di un ritorno all’Europa delle frontiere, quasi presentisse l’avvento oggi di un’Europa dei muri. [10] Fece arrivare la sua protesta fino alla Corte Europea di Strasburgo, dove fu anche tra i fondatori del Parlamento degli scrittori in difesa dei diritti civili.

Ed era anche questo un modo di riconnettersi alle sue radici toscane, alla mamma levatrice che aiutava le donne Rom a partorire senza chiedere nulla in cambio.

Nel mio libro “La trama dell’invisibile, sulle tracce di Antonio Tabucchi” ho raccontato luoghi e incontri della sua vita e della sua scrittura. Ho conosciuto persone di un umanità straordinaria come Don Santoro e Ioanna Koutsoudaki di Creta.

Ha giustamente osservato Malgorzata Kobialka recensendo il mio libro:

Antonio Tabucchi est un auteur particulier. Certains universitaires et directeurs de recherche ont remarqué que, contrairement à leurs autres étudiants, ceux qui écrivent sur Tabucchi, l’auteur italien est une partie intégrante de leur vie, comme un ami très proche, comme une philosophie, un engagement à la fois personnel, poétique et politique à défendre. S’agit-il d’une communauté de pensée, d’une reconnaissance, d’une “filiation” secrète ? [11]

Come spiega Tabucchi in una sua ultima intervista rilasciata a Don Santoro, indignarsi per le ingiustizie non basta, bisogna passare ad un agire utile per cambiare le cose, secondo il principio antico dell’humanitas: sono un uomo e mi interessa tutto ciò che è umano. [12]

È questo forse che unisce gli appassionati di Tabucchi sparsi in tutto il mondo: infatti, come ha recentemente scritto Paolo Di Paolo [13], dal Giappone, alla Corea, al Pakistan sono in continuo aumento i giovani studiosi e gli scrittori che si occupano di lui.

***

[1] A. Tabucchi, Si sta facendo sempre più tardi, Feltrinelli, 2001, p. 36.
[2] M. Blanchot, Lo spazio letterario, Einaudi 1967, p. 3.
[3] A. Tabucchi, Di tutto resta un poco, Feltrinelli 2013, p. 16.
[4] A. Tabucchi “Autobiografie altrui”, Feltrinelli 2003, p. 39.
[5] A. Iovinelli, Requiem di Antonio Tabucchi e le sue traduzioni, in «Campi Immaginabili, rivista semestrale di cultura» 48/49, 50/51, Rubettino 2014, pp. 371-389.
[6] A. Tabucchi, Voci portate da qualcosa, impossibile da dire cosa, in L’angelo nero, Feltrinelli 1991, p. 14.
[7] As Tentaçoes, um pintor Hieronymus Bosch, um escritor Antonio Tabucchi, Queztal Editores, 1989, Nota di A.T, traduzione mia.
[8] M. C. Mannocchi, La trama dell’invisibile, sulle tracce di Antonio Tabucchi, Ensemble 2016, pp. 27-48.
[9] A. Tabucchi, prefazione a D. Lamuraglia Il libro di Cristo gitano, Firenze 2005, p. 10.
[10] https://blogs.mediapart.fr/jamesinparis/blog/250312/le-cri-de-colere-dantonio-tabucchi-contre-la-politique-de-nicolas-sarkozy.
[11] http://www.lacauselitteraire.fr/la-trama-dell-invisibile-sulle-tracce-di-antonio-tabucchi.
[12] A. Tabucchi in U. Benedetti, S. De Martin, F. Ritondale (a cura di) Uno strano amore, nuovi compagni di viaggio, Edizioni Piagge, Firenze 2013, p. 115.
[13] P. Di Paolo Tabucchi di tutto il mondo, in «Orlando esplorazioni», n°10, primavera/estate 2017, p. 2. Tutto il numero della rivista, che riporta gli atti di un convegno su Tabucchi tenutosi a Roma alla Casa delle Letterature nel novembre 2016, affronta il tema dei richiami all’opera dello scrittore nella letteratura mondiale ed europea.