SUL RESTARE UMANI: ALBERTO MORAVIA

SUL RESTARE UMANI: ALBERTO MORAVIA

Rileggiamo un autore fondamentale della nostra Letteratura: Alberto Moravia.

Diciamo subito al lettore che, al termine di questo articolo, intendesse riscoprire le opere di Alberto Moravia (1913-1990), che l’incedere su certe tematiche così anguste quali noia, disprezzo, disamore sono peculiari di un certo milieu -quello esistenzialista- piuttosto che di un singolo autore. Non ho in passato faticato nella lettura del grande romano, ma da tempo  lo avevo accantonato per dedicarmi ad altro.

Quando discutendo i classici Italo Calvino ne faceva l’apologia asserendo che non hanno mai finito di dire ciò che hanno da dire, stentavo a credere che un romanziere dell’età contemporanea sarebbe entrato in detto novero.Il mio scetticismo è stato di recente smentito proprio andando a ripescare un’opera di Moravia stesso, “Il Disprezzo”, la cui prima edizione risale al 1954. In questo romanzo le atmosfere di un classico idillio medioborghese vengono scosse dal palesarsi dapprima sommesso-poi sempre più evidente ed imbarazzante- di un sentimento di disgusto atavico da parte di Emilia nei confronti del compagno(io narrante) Riccardo Molteni.

La cosa non poco stupefacente, escamotage narrativo probabilmente, ma che per mia parte accetto di buon grado, è la reazione del Molteni stesso al problema, già da lui subodorato:
“(…)Si possono immaginare le cose più spiacevoli e immaginarle con la sicurezza che sono vere. Ma la conferma di queste supposizioni o meglio di queste certezze giungerà sempre inattesa e dolorosa, come se non si avesse immaginato nulla. In fondo io avevo sempre saputo che Emilia non mi amava più. Ma sentirmelo dire da lei mi fece lo stesso un effetto agghiacciante.” [1] e poi poco più avanti, meditando  sul bacio intercorso tra lui e una dattilografa:
“(…)Fui subito sicurissimo che non era stato il bacio, come ella adesso pretendeva di farmi credere.Era chiaro: in un primo momento Emilia era stata addirittura sorpresa dalla mia supposizione, tanto era lontana dalla verità; poi, un calcolo improvviso gliel’aveva fatta accettare. Non potei fare a meno di pensare che il motivo del suo disamore dovesse essere molto più grave di quel bacio senza conseguenze.” [1]

Ora, leggendolo nel suo contesto storico, questa franchezza forse pretendeva letterariamente di scuotere il lettore soprattutto mediante il riconoscimento delle proprie continue mistificazioni. Moravia, vicino a Dostojevskij, tentava continuamente di ribadire un certo tipo di aspetti dell’uomo, mediati da parte del filtro “romanzesco”. Quello che però mi ha lasciato interdetto, necessitando quindi il mettere per iscritto le mie sensazioni al riguardo, è il cavillare del personaggio; incorrendo a tratti in un modo anche patologico di vivere la relazione, egli è però partecipe della medesima e sotto alcuni aspetti anche curioso. Questa virtù, quella della partecipazione e dell’incappare anche a volte in degli stop, mi pare a volte qualcosa che dalla modernità è spesso bollato come “superfluo” , “dannoso”, “inutile”, a volte apertamente e più spesso tacitamente. L’impostazione insomma “efficiente” della prospettiva dell’esistenza individuale e sociale nella speranza di una rinascita neopositivistica dovrebbe in qualche modo bandire e asportare chirurgicamente ciò che di ancestrale ci preme e ci muove.

Il paradosso è che leggendo le opere di Moravia in questo modo esse assurgono ad un ruolo non già attuale ma addirittura di vaticinio; un paio di generazioni piuttosto inesperte circa la disamina dei sentimenti non dovranno certamente ricorrere a Freud – almeno non tutti- per osservare con più cura i contesti relazionali che si propongono loro. La vita scorre attraverso fluttuazioni potenti e il più accorto rischia di commettere un’imprudenza. Di questa umanità il lettore di Moravia si può accorgere certo ne “Gli Indifferenti”, “Il disprezzo”. Un’umanità spesso crudele o ignorante, beatamente compiaciuta della sua grettezza nei rapporti con l’altro la si può notare in certe pagine di “Agostino” e certo ne “La ciociara”; per contro è un improbabile sentimento di invidia quello che il lettore odierno può provare.

Invidia certo: per un’umanità che, pur logorata dal suo sentire intimo e dalle disgrazie che rinnovano le pene, non è d’altro canto inerte e frigida; o per coloro che lo sono, la frigidità assurge a topòs narrativo aggraziato, misterioso e talora irritante per gli altri, che ne sono soggiogati dal fascino. Per contro, rapportando incautamente la condizione dei protagonisti degli scritti di Moravia alle situazioni odierne, risulta che noi facciamo fatica a tenere il passo soprattutto con l’impegno a problematizzare circa le emozioni e gli scambi comunicativi che detti personaggi invece compiono.

In questa ottica leggere simili romanzi palesa davanti a noi stessi quale mutamento socioantropologico abbiamo vissuto negli ultimi sessanta-settanta anni e che alfabetizzazione emotiva possa compiere una letteratura anche apertamente non accademica, ma di capitale importanza autoeducativa e di sicuro valore testimoniale.

Rileggere Moravia come narratore per la prima volta, anziché come affabulatore; e davanti a tanta materia di riflessione-col rischio di incupirsi un poco- tutto sommato se ne andrà traendo un certo vantaggio, soprattutto nella continua demistificazione che è necessario operare con sé stessi per raggiungere quella che si potrebbe considerare un’adeguata contentezza e un senso di stima di sé libero da auto-incensamenti; traguardo che oggi risulta piuttosto ambizioso, data la nostra singolare condizione.