Su Paul Auster. Caso e destino

Su Paul Auster. Caso e destino

Alcune riflessioni sull’opera letteraria di Paul Auster, uno dei maggiori romanzieri americani contemporanei.

La commedia umana si diversifica, ma altrettanto facilmente si riduce a stereotipo-piuttosto che ad archetipo. Tra i romanzieri che si succedono anno dopo anno, uno i cui personaggi invece paiono disgiungersi dalla fissità insincera di certa narrazione è a mio avviso Paul Auster. Da Martin Frost de “La vita interiore di Martin Frost”, a Daniel Quinn di “Città di vetro”, sino alla divinizzata e divinizzabile Nancy Mazzucchelli de “Le follie di Brooklyn”, Auster ci consegna il privilegio di specchiarci su un fondo a volte misero e a volte variopinto, quasi carnascialesco. Una carriera particolare, quella di Auster, che si disvela partendo-o almeno così è noto- da esperimenti di tipo giallistico sotto pseudonimi, da traduzioni e romanzi brevi; sino ad un vero caso editoriale, cioè la “Trilogia di New York”, che segna un vero spartiacque nel suo iter artistico-letterario. Dopotutto però, nella serie di romanzi e storie che egli ci porta, facendo i dovuti raffronti, cosa possiamo estrudere, suggere, estrapolare? Si direbbe che l’unica possibilità dell’uomo sia quella dell’intervento del Caso, che distribuisce a manciate occasioni e delusioni. Questo almeno per ciò che Auster riporta in maniera laconica; con più attenzione si scopre che non è tutto.

Esistenze particolari e amori strazianti, aspre disillusioni e piccole ricchezze quotidiane; questo mi è parso di vedere nelle opere di uno dei grandi vecchi americani. Prendendo da Dickens la descrizione accurata e da tematiche filosofiche -forse esistenzialistiche- le angosce e i conseguimenti dell’universale singolare  , Auster traccia ritratti che si imprimono vividi nell’immaginario di colui che si proponga di leggerli; egli inoltre esplora la possibilità del fallimento qui ed ora, tematica ricorrente e inquietante, che però nel suo articolarsi con le vicende umane ha tutto il sapore di un’antinomica “mistica del quotidiano”. La tensione palpabile e capillare di opere come “La musica del caso” o “Invisibile” ci danno una viscerale presa diretta sulle tensioni irrefrenabili che in questa esistenza come uomini e donne ci è dato ed è possibile sperimentare. A discapito però del fatalismo che si ravvisa in alcuni casi, avallabile o meno, i protagonisti degli scritti Austeriani hanno una coscienza viva e fertile, in simbiosi con quelli-lapalissiano ma non ovvio-dei romanzi della sua seconda moglie Siri Hustvedt. Mondi che s’intersecano, sia pure solo per un attimo.

Un’altra cosa che illumina la prosa di Auster e certamente la caratterizza è un’oggettivazione del quotidiano e delle cose. Opere come “Nel paese delle ultime cose” , “4321”, “Sunset Park” rinnovano l’interesse che a volte si spenge per un sensoriale ricco, un mondo terreno protagonista anche nei suoi momenti d’inaspettata grazia, opera di un Caso che pare esser molto accorto nel dispensare sorprese. Il “Caso” riprende le esistenze e le riporta a galla dal limbo, con un colpo di telefono o un film alla tv che crea suggestioni, fa ridere e apre nuovamente un cuore serrato dall’indifferenza del mondo o dalle ostilità subite. Allora un vecchio attore diviene il catalizzatore, il “trigger” dell’avventura-o della disavventura che finisce accettabilmente bene- e ci spinge a riflettere sulla vita per l’ennesima volta e non senza grattacapi.

Come detto precedentemente però il viaggio di Auster è viaggio nella vita e non solo sofisma. Perciò ecco comparire, in “Leviatano” l’orrore e il turbamento sotto forma di bomba, e poi l’11 settembre, tutta la violenza del 68′ americano in 4321 e le possibilità di morti accidentali, l’amore vissuto con intenso trasporto ne “La notte dell’Oracolo”-con conseguente angoscia- e ancora il plot twist amaro di “Mr. Vertigo”. Tutto questo si inanella alle altre vicende dell’umano, cosicché in ogni vicenda particolare si rinnovino alcuni “universali”.

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Sesso, Amore e mondo interiore in Auster.

“Finora non aveva avuto molte occasioni di restare in ozio, e questa nuova inazione gli provoca smarrimento. Per la prima volta in vita sua si ritrova solo con sé stesso, senza nulla di concreto tra le mani, nulla che gli faccia distinguere un momento da quello seguente. Non si era mai occupato granché del suo mondo interiore, della cui esistenza era cosciente, ma come fosse un’entità ignota , inesplorata e pertanto oscura anche a lui.” (Fantasmi)

In alcuni giorni, di fronte ad eventi e pensieri, ci si potrebbe chiedere “come ho fatto a ignorare tutto ciò?” “dove ero?” domande che talvolta lasciano un sapore amaro, ma hanno in sè la possibilità di farci conoscere in maniera integrale, facendoci avvicinare forse a ciò che siamo o vorremmo davvero essere. Sono atti concreti e quotidiani, fatti che ora s’ignorano ora si notano. In Auster questi eventi sono i segni della vita ; come in un film si susseguono eventi e considerazioni interiori: noi ne siamo, in questi romanzi, i testimoni privilegiati. Auster pare esser grato ai personaggi di condividere con lui e con il lettore dolori e riscatti, quotidiano e imprevisto; tanto da inanellare il gioco d’identità -si veda ad esempio “Trilogia di New York ” e “La vita interiore di Martin Frost”- con le storie stesse, sino al punto di fusione identitaria e rispecchiamento continuo. La capacità di mettersi ancora una volta in gioco, senza prosopopea o fervorini ma con vivido realismo e un piccolo anelito alla felicità , non solo ne fa un narratore elegante, ma pure uno scrittore “di vita vissuta” , che preferisce riportare delle prospettive, anche strazianti a volte, piuttosto che sistemi teoretici di dubbia efficacia. Lo scetticismo di Auster non impedisce ai personaggi di buttarsi in vicende rocambolesche, storie d’amore o avventure sessuali totalizzanti; ma piuttosto ne riduce l’abbaglio riportandone i particolari più significativi:

“Rincasando alle cinque e mezza trovai nella segreteria un messaggio di Grace. In tono pacato e dimesso, con un serie di frasi semplici e dirette, smantellava il castello di infelicità cresciuto negli ultimi giorni intorno a noi.”. (La notte dell’oracolo).

L’evoluzione del suo quotidiano è testimoniata in ogni suo particolare, persino nelle intimità maggiori: quelle della preoccupazione per il destino altrui e non di meno per il proprio, mentre eventi collaterali e tangentizi imperversano e mettono di fronte a bivi. Si potrebbe azzardare insomma a dire che Auster faccia scorrere, lungo il quotidiano, una lieve e percettibile scia di poesia e introspezione che come il letto d’un fiume, ora s’ingrossa e straripa, ora si ritrae.

In summa. Il focus di Auster è l’umano agire, pensare e sentire: un posto in cui le persone sembrano essere bombardate dalle loro ossessioni, guidate dalle più varie intenzioni. Anche qui però possiamo ravvisare qualcos’altro, addentrandoci: i protagonisti hanno la scelta , quasi sempre, di una seconda opportunità, a second chance , un topos classico nel folklore americano e un privilegio che probabilmente qualunque uomo, di fronte alla caduta vorrebbe avere[2]. Insomma non è l’esistenzialismo crudo del Camus de “La caduta”[3]. Sembra che i personaggi di Auster, a differenza di Clemencé, si diano la possibilità di perdonarsi . Qui vi è poi la scelta della dramatis persona, qui si rinnova invece un motivo estrapolato dalle esperienze quotidiane che si mescolano alle grandi vicende romanzesche; la scelta è quasi sempre sofferta, raramente inconscia , a volte dettata da cause di forza maggiore. Messa in questi termini, quella di Auster è una lucidità che stupisce e di cui, nonostante la mia personale ammirazione, a tratti diffiderei. La sua prosa evidenzia il percorso umano cercando un potenziale equilibrio, cosicché ad atti barbari vi siano responsabilità non proprio rasserenanti che alcuni dei personaggi si accollano; la fratellanza umana, sotto l’egida oramai onnipresente del Caso , ogni tanto mette da parte le meschinità e si rimbocca le maniche per un obiettivo comune.

Allora chi potrebbe essere il lettore di Auster? Forse tutti forse nessuno. Non perché “zarathustrianamente” egli glorifichi la sua opera; ma perché è la sua opera ad incastonarsi con perizia e a creare strutture ed analogie intercomunicanti, con personaggi e “fantasmi” che vanno da una parte all’altra. Qui insomma i “Godot” [4] da aspettare sono tanti, a volte fino a mettere il lettore in uno stato di dubbio, di perplessità. Eppure talvolta arrivano, cambiando le carte in tavola. Quello che potrebbe aver fatto di Auster uno dei romanzieri più letti degli ultimi venti anni è la sua capacità di coniugare registri diversi (scrittura da cinema e giallistica con taglio romanzesco, dialoghi misurati, musicalità della prosa data forse dalle traduzioni di poesie) senza però sprofondare nella tentazione di privilegiare la forma a discapito del contenuto.

A questo proposito vi è un’ultima e pedissequa nota: “4321”, opera magna la cui incubazione è durata ben otto anni, è stata salutata da alcuni come un capolavoro, da altri come un catalogo modesto di virtuosismi. Ebbene: il virtuosismo c’è, ma si lega in maniera semantica alle narrazioni. Il gioco combinatorio degno d’un Lullo[5] o di un algoritmo segreto-l’algoritmo Divino, eterno fantasma Austeriano?- si congiunge in maniera più che adeguata alle vicende così chiare eppure così altalenanti di Archie e dei suoi compagni di esistenza. Dopotutto, come direbbe l’autore, “Stories happen only to those who  are able to tell them” ,   le storie accadono solo a coloro che sono in grado di narrarle. Ma queste forse sono solo storie…

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[1]- Paul Benjamin Auster è uno scrittore, regista, traduttore ed intellettuale americano, nato a Newark nel 1947 . Scrittore prolifico e teso alla sperimentazione di generi e registri, la sua opera è pubblicata in Italia prevalentemente per Einaudi  in continua ristampa.  Vive a New York con sua moglie Siri Hustvedt e la figlia Sophie.

Alcuni indirizzi utili per approfondire:

https://biografieonline.it/biografia-paul-auster

https://www.britannica.com/biography/Paul-Auster

Oltre alla voce wikipedia che è comunque ben nutrita. (Consultati il 07-05-2018)

[2]- Il topòs del fallimento si sussegue come “altro lato” del mito americano del pioniere(laddove per pioniere s’intenda un non meglio identificato self-made man) . Molti autori lo individuano, tra cui ad esempio Arthur Miller  in “Morte del commesso viaggiatore”, John Cheveer nei “Racconti”, in “Falconer” e nei suoi Diari, Philiph Roth in alcuni romanzi. Nessuno di questi autori però, a differenza di Auster, ne fa uno dei temi  principali e ricorrenti della propria ricerca. D’altro canto secondo le notizie  su Auster questa fu per l’autore una preoccupazione più che consistente per molti anni, specie sul fronte economico.

[3]-Ne “La Caduta” di Albert Camus il personaggio principale Clemencé rimane insoddisfatto nella sua sete di redenzione personale e non riesce a perdonarsi.

[4]- Qui il riferimento è a Samuel Beckett, e alla sua famigerata opera “Aspettando Godot” in cui i personaggi attendono invano l’arrivo di un certo Godot.

[5]-Raimondo Lullo è stato un filosofo catalano la cui peculiare opera, “Ars combinatoria” si prefiggeva di creare una mappa universale del sapere e più genericamente dell’esistenza umana coi suoi oggetti. Tutto il tema attraverso la cultura rinascimentale europea e sembrerebbe che Auster riprenda, sia pur contestualizzandolo nel nostro tempo, questo intento: specie in 4321, anche se alla “mappa” qui si uniscono Caso e Destino.