SESTO "QUADERNO BARBARICO": POESIE INEDITE DI RICCARDO CANALETTI

SESTO “QUADERNO BARBARICO”: POESIE INEDITE DI RICCARDO CANALETTI

Il sesto “quaderno barbarico” è dedicato al poeta Riccardo Canaletti.

Ansimi e mi colpisci. Piena nelle notti
Fredde di novembre confondi di nuovo
Il volto. Buio a luce spenta e nessuna figura
Solo il corpo caldo contro il mio, nel fingere
La bestia. Ma mostro non sono stato mai
E ti tocco senza graffiare. Ti sfioro
Come polline su la neve, donando stelle al tuo
Fianco lieve. È questo gesto avido che ci
Chiama, si ripete in ogni frase. È un gioco
Da inventare e reinventare

L’immaginazione è stata cuore di ogni sguardo
Cercandoci ciechi
E non trovandoci. Prendendoci vicino.

***

È quando mi porgi il seno che dubito
Dell’esistenza di ogni cosa. Non mi affaccio
Oltre la tua schiena se tieni la mia mano
Sotto il collo. Non m’affaccio e

Non mi scanso. Nella coperta di caldo che va
Contro la stagione, una lacrima di luce
Ti annienta. E ora non sei che una particella
Il triangolo perfetto della perfezione. E vai oltre
Questa compiutezza, tu sì ti discosti
E non vuoi essere così assoluta. Ma è difficile sai
Non essere e mentire la tua natura

Così chiara, così limpida. Così fresca. Sei un sangue di cielo e foglie. Sei della
Delicatezza delle cose che passano. Ma tu resti, non puoi dimenticare
Come la pianta fa alla fine di ogni primavera. Tu
Che cerchi un altro spazio non hai compreso, sei tu
Lo spazio intero.

***

È l’immagine che sovrasta e annienta
Dove non abbiamo luce, una montagna
Cava, una miniera d’aria. Un motivetto
Accennato nella piazza, un percorso che è
Tempo, soltanto tempo ormai. A questo

Ci muove l’inverno che arriva, che vuoto
Nello spazio bianco, intermezzo tra noi e
Il prossimo cielo. Più prossimo è quel velo
Che candeggia sopra il capo. Più prossimo
Un ritorno, anche smorzato, al tuo sentire.

Vicino , soffocato,sta il merlo che sa: fuori di lui
Noi , in questa alterità senza fine, oltre l’anello
Del mondo che stringe e costringe al silenzio
Serale ogni uomo.

***

I

Memorie della luce fu l’inizio
Delle neve, istmo della mente
Chiaro. Ieri sulla rena, impegnati
Con le reti, i pescatori parlavano.
E le dita non si feriscono più, tanto
È il sale, tanta è la voce di quel mare
Che li ha uccisi già mille albe. Rientrano
Nel porto ogni giorno, tra i fari verde
E rosso, imboccano la costa come
Un domino, tutti punti che ritornano
Nella sintassi perfetta della pesca.
Ieri pure la raccolta nel folto
Delle Marche, mani d’ambra che
Strappano le sterpi accanto al grano
Vergine, la moglie (la madre) a casa
Finita la pista a intrecciare lo spago.

Oggi niente è naturale, grandi portici
Grande l’edificio dell’Alma Mater
Piene le strade e niente spiaggia, niente
Costa, né la tiepida vallata baciata dall’abbazia.
Non c’è più il pane caldo dell’amico
E l’unico bar con le freccette diventa cento
Locali, venti piazze, mille vie. Non c’è più
Il profilo affusolato di una pianta sul fiume
E l’acacia non arriva tra gli odori; non si
Abbaglia lo spazio di girasole, a me nemmeno
Caro, niente ritorna alla sua casa. Una continua
Uscita. La città è un’estradizione. Siamo
Allora colpevoli di aver scelto questi specchi

Di avere disertato la piccola ape, o la fila
Di formiche nel balcone. Non abbiamo più
La gramigna che sale alle pareti, solo urbana
Grigia edera che copre la storia. Fu quella neve

Durata solo un giorno, appena oltre la mattina
A ricordarmi l’altro mondo, l’altra vita. A me
Fu sempre estranea, il fango e l’odore del fiore
Non furono mai miei. E questa nuova scena è
Un abito più adatto. Ma perdo – poco a poco –
La memoria della luce. Di quei frammenti una voce
Solo resta, la tua, Madì, come la madeleine
Che provoca il ritorno. Con te sono in un’altra
Orbita, egualmente lontana dal passato e
da Bologna, più fuori ancora della cometa
di passaggio e dunque
per sempre.

***

Stanotte la tua voce è mancata
All’appello. Entravo e il tuo odore
Si impastava sul bacino. Ma tu eri
Anche dietro, in ascolto. Eri due
E ti sei formata nell’addio che non
Hai osato dire. Sai cosa parla il mare
             (un oggetto semplice come la fine
Così da distrarre il continuo che lo fa
Vecchio)
E nell’oblio di un dolce miele la tua stella
Si è fatta pianto e io ho scavato
Senza tregua per trovare ancora la pietra
Asciutta, senza tregue per trovare ancora la pietra
Asciutta del tuo sorriso. Sulle tue labbra
Un sudore che ho perso
E nei tuoi occhi quello stringermi il petto
Se mi giro per coprirmi
E non mostrarti la mia malattia. Ma tu lo sai
Sai sempre che ci si muove.

E ne abbiamo la conferma –

Sai, tentiamo il bordo delle cose
Aspettando il profilo dell’alba.

***

Vedi, il libro modellava la mia vita
Ogni frase mi indossava come un faro
E io guardavo, mi muovevo e rientravo
Piano nel porto delle cose. Quelle vere.
È falso che le preghiere siano altro
Dalla vita. È falso anche che incominci
Il mondo fuori da una stanza. Prendi me
La mia camera che come un universo
Si muove intorno quando sei presente e
Piega come armi nella resa ogni spigolo.

Cosa più di una preghiera può esistere
Per parlare di questa materia che ci tocca
Senza motivo. Siamo gettati nell’eterno
E l’eterno è in queste foglie che resistono
Allo sciupio dell’inverno.

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Riccardo Canaletti nasce nelle Marche nel 1998, dove frequenterà il liceo scientifico presso l’istituto F. FILELFO di Tolentino. Nel 2016 vince il premio dedicato a Sibilla Aleramo Città di Civitanova Marche e inizia una collaborazione con Umberto Piersanti. Suoi maestri sono lo stesso Piersanti e Nicola Bultrini. Nel 2017 inizia il percorso di studi in filosofia presso l’Università di Bologna e nel gennaio 2018 esce la sua prima raccolta, La perizia della goccia (ae Edizioni). Collabora con Poetarum Silva, Atelier poesia e Auralcrave. Gestisce il blog di approfondimento culturale Prospectus. Sue poesie sono apparse su Yawp, Carteggi Letterari, Poetarum Silva, Pelagos letteratura, Menti sommerse e bel blog della RAI di Luigia Sorrentino. Hanno scritto di lui Poetarum Silva, Yawp, Voxx. Tiene alcune lezioni per istituti superiori e ha partecipato all’evento organizzato per la giornata mondiale della poesia 2018 dell’Università di Torino.