Il senso segreto delle "Storiette" di Mario Perniola

Il senso segreto delle “Storiette” di Mario Perniola

Recensione-saggio di “Del terrorismo come una delle belle arti. Storiette” (Mimesis, 2016) di Mario Perniola.

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A gennaio del 2016 è stato pubblicato Del terrorismo come una delle belle arti. Storiette di Mario Perniola Ed. Mimesis. Per chi non lo sapesse Mario Perniola è uno dei maggiori filosofi italiani, un allievo di Luigi Pareyson come Umberto Eco e Gianni Vattimo. Per anni si è occupato, e si occupa ancora, di estetica; poco tempo prima l’uscita di queste storiette ha infatti edito per Einaudi L’arte espansa (ottobre 2015). Inoltre è direttore della rivista Àgalma, una delle più importanti riviste di filosofia, insieme alla più longeva Aut Aut. Negli anni ’90 ha pubblicato testi importantissimi per questa disciplina, L’arte e la sua ombra (Einaudi), Del sentire (Einaudi) e Estetica del Novecento (Il mulino).

Il testo in questione, che per comodità verrà indicato con il titolo di storiette, ha la particolarità di essere narrativo, non è quindi un saggio come gli altri lavori precedenti. Sebbene il libro sia uscito da poco non sembra che abbia avuto un’accoglienza adeguata alla portata del testo e l’importanza dell’autore; la trasmissione di Rai Tre Pane quotidiano gli ha dedicato una interessante puntata con dei giovani studenti in studio, in ambito letterario si rintraccia una sola recensione ad opera di Andrea Cortellessa.

È bravo il noto critico Cortellessa nel suo lavoro, ma nella recensione per le storiette di Perniola non credo sia riuscito a coglierne l’importanza né il senso più intimo del libro: procede nella sua recensione con accademica consapevolezza, riprende a lungo il testo nelle sue varie componenti testuali e paratestuali (quarta, risvolto ecc.). Cita interamente l’ultima delle storiette, l’ottava, la più breve e anche quella con i richiami più congeniali al critico letterario, si accenna infatti all’incontro con Moravia e Pasolini.

Ci vuol qualcosa in più per un testo come questo. Quando un filosofo si dedica a un testo narrativo, attualizza un problema che nasce con la filosofia stessa, con Platone e con Aristotele, la relazione tra esoterico e essoterico, tra linguaggio comunicativo e metalinguaggio filosofico.

Le storiette sono la narrazione del pensiero filosofico/estetico di Perniola, un negativo della prosa saggistica, e per negativo intendo la pellicola che poi darà l’immagine nitida e piena della fotografia, per questo vanno osservate con un’attenzione diversa e più intensa.

Con questo testo si entra nell’intimità del filosofo ma anche dell’autore pubblico, scopriamo alcuni retroscena della famiglia di origine e l’incontro con l’Internazionale Situazionista. A questa avanguardia e al suo fondatore, Guy Debord, Perniola ha dedicato diversi contributi, dalla monografia I situazionisti degli anni ‘70, riedita diverse volte nel 2005 e nel 2013 a saggi vari sparsi in riviste e testi miscellanei. Si deve a lui la ‘fortuna’ italiana, o gran parte di essa, di Debord e di quest’ultima avanguardia del Novecento.

Scopriamo che Luigi Pareyson era soprannominato ‘boy del severo’; troviamo conferma del grande interesse, o passione, dell’autore per il Buddismo e lo Zen, la grande considerazione tenuta per lo scrittore Yukio Mishima considerato un ultimo rappresentante dei samurai rōnin; che Peter Sloterdijk si è comportato da perfetto maleducato a un convegno, parlando per un’ora e mezza e andandosene senza dar modo a nessuno di far domande né di ricevere risposte.

Del terrorismo come una delle belle arti. storiette deve essere stato scritto più o meno contemporaneamente a L’arte espansa (2015), dove si presentano diverse modalità dell’essere artista degli ultimi cinque decenni. In questo lavoro si sottolinea come sia caduta la differenza tra Insider art e Outsider art:

La destabilizzazione del «mondo dell’arte» istituzionale implica nello stesso tempo la destabilizzazione di ciò che si considera il suo contrario, L’Outsider Art. Sono crollate le frontiere che dividevano ciò che era legittimo come «arte» da ciò che non era riconosciuto come tale: ne consegue che non è più possibile essere alternativi, non convenzionali, sotterranei e criptici? Possono essere considerati «artisti» perfino coloro che non lo hanno espressamente voluto o che addirittura non hanno mai pensato di essere tali. [1]

Queste destabilizzazioni sono state portate agli estremi prima dalla politica della Saatchi Gallery di Londra, con la sezione open access in cui ogni artista poteva crearsi una personale galleria nel sito della Saatchi stessa; poi dalla Biennale di Venezia del 2013 dal titolo Il palazzo enciclopedico.

Il principio che guida l’esposizione dei 158 articoli della Biennale è enciclopedico, crolla il paradigma su cosa sia arte e artista; in questo palazzo sono accolti inventori, disegnatori per delega, psicopatici, disegni antropologici, restauratori, fisici autodidatti e via dicendo.

La Biennale del 2013 ha radicalizzato l’idea populista che l’arte possa essere fatta da tutti; ecco l’espansione dell’arte e il suo accogliere figure e professionalità estranee al suo mondo.

Uno dei messaggi impliciti, per non dire segreto delle storiette, potrebbe riguardare il fatto che l’espansione dell’arte e dell’artista ha superato confini impensabili; l’artista si è tramutato, subendo un processo enantiodromico, nel suo peggior nemico, nella lontana figura semi mitica di Erostrato, l’incendiario del Tempio di Artemide ad Efeso.

Non potendo accettare la propria mediocrità, Erostrato, non ha saputo far altro che distruggere una delle meraviglie architettoniche della storia, riuscendo in questo modo a lasciare memoria del suo nome.

Come può oggi un evento artistico come una ‘personale’, o anche una Biennale, competere con il trauma provocato dalle immagini dell’11 settembre, con quelle degli attentati di Parigi, con le esecuzioni filmate dall’Isis?

L’artista che distrugge se stesso, come il seppuko pubblico fatto da Hykio Mishima nel 1970, non ha  avuto nemmeno lontanamente la risonanza di uno degli atti terroristici citati.

In questo contesto, abbracciando con uno sguardo ampio le opere precedenti di Perniola, possiamo meglio comprendere il titolo completo delle storiette, Del terrorismo come una delle belle arti, dove al di là del richiamo a De Quincey, si accenna alla possibilità di questo mutamento dell’arte in un evento traumatico-terroristico e viceversa.

D’altronde, nella storietta numero 5, è l’autore stesso a ricordare la frase del musicista tedesco Karlheinz Stockhausen che ha definito l’attacco dell’11 settembre “la più grande opera d’arte immaginabile del mondo”. Stockahausen in questo modo attesta e giustifica in pieno il titolo, e Perniola stesso più avanti dice che:

Non è solo Bin Laden il più grande artista dei nostri tempi. Anche noi occidentali non siamo da meno. Le immagini delle torture del carcere irakeno di Abu Ghraib possono essere interpretate come un esempio eccellente di Body art abietta. Dunque se l’arte è comunicazione trasgressiva, la soldatessa americana che è stata l’autrice di queste fantasiose piramide umane di corpi nudi, Lynndie England, è una grande artista […] Si può pensare che solo negli anni Sessanta siano nate le condizioni che consentono a criminali e terroristi di presentarsi come artisti. Questa possibilità è strettamente connessa con l’incontro tra l’idea dell’arte come trasgressione e la comunicazione di massa. [2]

Le storiette di Perniola dialogano direttamente con un’opera narrativa di un altro filosofo, il francese Jan Paul Sartre, le somiglianze non sono poi così peregrine come potrebbe sembrare. Quasi ottanta anni fa, nel 1939, il filosofo esistenzialista pubblicava Il muro, una raccolta di quattro racconti (storiette?). Sartre si impossessa del nome di un personaggio storico per farne il protagonista di un racconto, Erostrato; la critica coeva ha letto questo scritto come la parodia del Secondo Manifesto del Surrealismo di Andrè Breton, che invitava proprio a prendere a pistolettate la folla. La descrizione dell’Erostrato di Sartre ha i tratti somatici di Breton; la folta chioma, il monocolo, gli occhi da assassino e la diffusione di una lettera-manifesto.

Non avevo mai sentito parlare di Erostrato, la sua storia mi incoraggiò. Erano più di duemila anni che era morto e il suo gesto brillava ancora come un diamante nero.[…] Prenderò la pistola, scenderò in strada e vedrò se si può riuscire a fare qualcosa contro di loro [gli uomini]. Arrivederci, signore, forse sarete voi che incontrerò. Non saprete mai allora, con quale piacere vi ho fatto saltare le cervella. Altrimenti – come è più probabile – leggete i giornali di domani. Vi leggerete come un individuo a nome Paolo Hilbert abbia steso a terra, in una crisi di delirio furioso, cinque passanti sul boulevard Edgar-Quinet. Voi sapete meglio di ogni altro ciò che valga la prosa dei grandi quotidiani  […]. [3]

L’uomo passa all’azione e per strada spara prima a un passante e poi altri tre colpi a caso verso la folla che lo insegue urlando ‘assassino’, l’ultimo colpo lo tiene per se nascondendosi, poi però getta la rivoltella e si consegna. Oggi come non mai un testo narrativo ricorda così bene l’attualità di quanto è successo a Parigi nel 2015.

Anche Perniola nelle sue storiette dialoga a lungo con l’avanguardia surrealista, quando va in Messico si aspetta di trovare il paese surrealista descritto da Breton, per poi citare apertamente proprio questo manifesto:

A prima vista vi sembrò che tutto si fosse ridotto a ciò che Breton nel Secondo Manifesto del Surrealismo definisce “l’azione surrealista più semplice”: uscire in strada e sparare a caso, finché si può tra la folla. [4]

Consapevole che la ‘bolla speculativa’ del romanzo si è ormai conclusa, Perniola ci consegna queste  storiette, un termine che ha la sua dignità e che è già stato usato nel precedente Contro la comunicazione del 2004, la teoresi saggistica del testo veniva introdotta da tre fatti narrati come storiette. D’altronde nel bel saggio Il ’68 messicano: nati per essere vinti, ma non per negoziare la consapevolezza che non si potesse più scrivere un romanzo è ben resa:

Le forme letterarie tradizionali della commedia e della tragedia, del romance e della satira sono stati modelli della storiografia ottocentesca. Essi sono inadeguati per raccontare l’età che si è aperta col Sessantotto, la quale procede per avvenimenti-matrice imprevisti (come la rivoluzione iraniana, la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’attacco alle Torri Gemelle, il collasso dell’economia mondiale. [5]

In una delle otto storiette scopriamo la fatica sostenuta dall’autore per scrivere questo saggio, che così poco è stato apprezzato nel convegno messicano a cui è stato dedicato. In quello scritto si esprime l’idea che in Messico si sovrappongono cinque regimi di storicità che sono: premoderno, moderno, archimitico, comunicativo e individualistico.

Tutto questo trovò ben poco ascolto ed aveste l’impressione che non interessasse nemmeno agli organizzatori della conferenza. Insomma non vedeste nessuna esperienza surrealista, ma un tener duro, nonostante tutto, nonostante le decine di migliaia di omicidi legati al crimine organizzato, nonostante i corpi smembrati e le teste tagliate […] qui come altrove lo stato non ha più bisogno di pensatori. [6]

Il saggio sul ’68 Messicano non avrà interessato il pubblico della conferenza a cui era diretta, ma a chi scrive ha però suggerito e ‘provocato’ un lungo saggio che si conclude con: “Un mito, una volta fondato, ha l’attitudine a ripetersi, dando così ragione a Sallustio che nel trattato Sugli dei e il mondo dice che ‘queste cose non furono mai ma sono sempre’”.

Messico e Giappone sono gli estremi paesi ma anche le mitologie a cui si fa più spesso riferimento nel lavoro di Perniola e le storiette non sfuggono a queste due mitologie.

Verso la fine, l’autore, assume quasi i toni del filosofo guerriero da lui stesso teorizzato in un capitolo di Disgusti, o forse è più adatta l’immagine del samurai-rōnin, in particolare ricorda a tratti il Musashi del Libro dei cinque anelli.

Miyamoto Musashi è stato uno dei più noti samurai del Giappone, anche lui un rōnin, raggiunti sessant’anni decide di ritirarsi in meditazione e a scrivere il suo Gorin no Sho, Libro dei cinque anelli. Gorin vuol dire cinque anelli, termine buddista che indica i quattro elementi dell’universo; chi (terra) mizu (acqua), hi (fuoco), haze (vento), infine il ku (vuoto) è l’essenza dei fenomeni nell’universo, il fenomeno ku esiste per se stesso. L’anello (rin) simboleggia le verità in cui si trovano questi elementi.

Il vero protagonista del libro dei cinque anelli è il concetto fondamentale di Hejo, strategia:

Hejo è l’arte del samurai […] coloro che percorrono la via dell’Hejo, sia in Cina che in Giappone, sono chiamati «maestri di tattica militare» […] In passato l’Hejo era compreso fra le dieci deità e le sette arti come attività utile. L’Hejo è indubbiamente un’arte, ma la sua utilità non è ristretta alla sola scherma. [7]

Importante per la riuscita in un’arte qualsiasi è la strategia, Hejo, Musashi afferma costantemente questo principio:

Con il termine Hejo intendo designare tutto ciò che un bushi deve conoscere e non solo per quanto si riferisce all’arte della spada […] Conoscendo la via dell’Hejo si può comprendere tutto il resto. [8]

Le storiette sono le tracce (narrative) di un pensiero che viene da lontano e che oggi è accessibile a tutti, anche a chi sia digiuno di filosofia o di estetica, ma che abbia la voglia di capire le più intime dinamiche della nostra contemporaneità; per far questo Perniola ci consegna una vera e propria strategia (Hejo):

Voi non serbate rancore nei confronti di alcuno. Talora foste perfino grato nei confronti dei nemici o di coloro che vi danneggiarono, perché vi diedero una grandissima energia per difendervi da loro e vi indussero ad intraprendere imprese che non avreste mai iniziato senza questa spinta. Ma questo non vuol dire che siate inoffensivo e mansueto e coloro che hanno scambiato la vostra posizione di attesa per debolezza, perché prima di agire indugiate a lungo per studiare il campo di battaglia, se ne pentirono amaramente […] Condurre a termine con un buon esito un’azione richiede molto sangue freddo e perfino un certo distacco emozionale rispetto al risultato finale, altrimenti si fanno solo atti sconsiderati. [9]

Alla fine si può considerare questo aspetto della strategia (Hejo) come un senso segreto delle storcete, la cultura del Giappone pervade tutte e otto le sezioni del libro ed è a un altro testo capitale di questa nazione che si deve far riferimento per concludere, si tratta dell’Hagakure, ne è autore Yamamoto Tsunetomo a servizio del daimyo Nabeshima Mitsushige (16321700).

Il tema principale di Hagakure è la morte, indicata come una via del samurai, oltre a tutta una serie di precettistica sull’azione e l’etica del samurai. Una delle edizioni italiane lo ha riproposto con il commento di Mishima, (La via del samurai, Bompiani 1987) questo costituisce un interessante approfondimento sull’opera dello scrittore giapponese che ha sempre venerato questo trattato sull’agire del guerriero.

La peculiarità dell’Hagakure attrasse lo scrittore che vedeva nel periodo storico da lui vissuto, la condizione del Giappone post bellico, il riproporsi dell’epoca e della situazione di decadenza e di perdita dei valori tradizionali espressa già nel manuale di Tsunetomo. Nell’estate del 1967, cioè tre anni prima del suo clamoroso seppuku, scrisse un commento ai primi tre volumi dell’Hagakure.

Forse è proprio Yukio Mishima ad incarnare il senso segreto nel titolo delle otto storiette, con il suo essere allo stesso tempo un grande artista e un distruttore (Erostrato) di un grande artista, quasi un paradigma del destino dell’arte e dell’artista stesso nell’epoca della comunicazione di massa. Assume implicitamente importanza anche la strategia e il suo uso applicato non solo nel lavoro ma anche nella vita; così come il distacco e la distanza che lo Zen e lo stoicismo hanno insegnato all’autore, le storiette si chiudono con questa ‘funzione escapologica’ della filosofia.

Avete trovato la scappatoia della filosofia la quale è un passe-partout che apre molte porte, per il carattere atopico, cioè non ha luogo proprio ma può stare da tanta parti, nella botte di Diogene o sul trono di Marc’Aurelio, sulla cattedra di Hegel o sempre in viaggio come Nietzsche. [10]

Una attestazione di una personale visione del ‘grande stile’, una capacità di stare al mondo dell’allievo di Luigi Pareyson e l’amico di Guy Debord, tra il mondo dell’ufficialità delle Istituzioni e il mondo della marginalità degli irregolari; due condizioni ben rese dalle metafore del trono e della botte. Ecco perché l’accademia con cui Andrea Cortellessa ha recensito le storiette di Perniola non è sufficiente, si è fermato sul trono ma non è entrato nella botte di Diogene.

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[1] Mario Perniola, L’arte espansa, Einaudi, 2015, p. 51.

[2] Mario Perniola, Del terrorismo come una delle belle arti. Storiette, Mimesis, 2016, pp. 123-124.

[3]  J.P. Sartre, Erostrato ne Il muro, Einaudi, 2005.

[4] Mario Perniola, op.cit., p. 127.

[5] Ágalma 17, cfr. Mario Perniola Il ’68 messicano: nati per essere vinti, ma non per negoziare.

[6] Mario Perniola, op.cit., p.128.

[7] Miyamoto Musashi, Il libro dei cinque anelli, Edizioni mediterranee, Roma, 2010, p. 43.

[8]  Ivi. p. 55.

[9] Mario Perniola, pp. cit., pp. 199-211.

[10] Ibidem, p. 211.

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