«Il salto» di Sarah Manguso e «La più amata» di Teresa Ciabatti

«Il salto» di Sarah Manguso e «La più amata» di Teresa Ciabatti

La morte può essere affrontata in vari modi: pianto, silenzio, rabbia, delusione, ansia, rassegnazione. Chi scrive, poi, ha infinite pagine per poter sviscerare il dolore; ma non tutti gli stili si equivalgono. Ciò accade, ad esempio, in due romanzi usciti in Italia a inizio 2017: «Il salto» di Sarah Manguso (NN Editore) e «La più amata» di Teresa Ciabatti (Mondadori).

Entrambi i testi raccontano di una morte vissuta davvero, e non frutto della fantasia, ma propongono uno sguardo differente sull’assenza.

La Manguso ha perso l’amico del cuore, la Ciabatti il padre adorato. Per la prima emerge il dolore di una delusione personale, quella che nasce dal rimpianto di rapporti allentatisi e di parole mai pronunciate in vista della fine.  Per la seconda affiora, invece, la rabbia mai risolta per un rapporto fondato sull’assenza enigmatica e bugiarda. Due scrittrici che raccontano la vita prima della morte (dal punto di vista del post-mortem) attraverso la lente dell’amicizia e della figliolanza, e che guardano all’evento tragico come rottura di una conoscenza dell’altro definitivamente monca, senza più futuro.

Se per Sara Manguso il rimpianto aleggia tra le righe («Soltanto il comportamento nei confronti dell’amato conta. Solo il comportamento è dimostrazione d’amore, è amore. Per questo mi vergogno del mio dolore.»), in Teresa Ciabatti è la rabbia ad avere la meglio; e non quella contro la fine che chiude ogni possibilità, ma nei confronti di un padre sconosciuto del quale non si riesce poi a chiarire molto («Chi era davvero Lorenzo Ciabatti?»). In entrambi i casi si tratta, comunque, di rapporti talmente pieni di sfumature e sentimenti da offuscarne i tratti oggettivi: un’amicizia intensa vissuta quasi come una fratellanza, e una figliolanza tormentata dalla posizione sociale prima stra-ricca e poi senza più un soldo. Due donne che hanno lasciato entrare nelle loro vite il potere distruttivo della morte, e che, attraverso la scrittura, cercano di scongiurarne gli effetti devastanti. Nonostante ansie e psicofarmaci, la loro penna è lucidissima, capace di raccontare una fine senza troppi cospargimenti di sangue.

Due vite segnate da una perdita, quasi incapaci di andare oltre quel momento tragico: due donne che attraverso l’evento autobiografico tentano di esorcizzare qualcosa che poi non passa, come la lettura, ma resta ancorato ai cuori di chi l’ha vissuto. Le modalità poi cambiano forma: la Manguso ha una scrittura molto narrativa, capace di mescolare luoghi e momenti differenti senza difficoltà alcuna; la Ciabatti è magmatica nel suo modo di mettere per iscritto la propria storia, attraverso un crescendo di sentimenti contrastanti che ne segnano l’età adulta, capaci di confondere la verità con l’elaborazione fantasiosa che possono avere i ricordi d’infanzia. E alla fine si rimane solo con una domanda: chi erano davvero i due uomini di cui leggiamo?