«Io sono un’amazzone» di Niky D’Attoma

«Io sono un’amazzone» di Niky D’Attoma

«Io sono un’amazzone» è una raccolta di storie e, allo stesso tempo, il resoconto di come queste storie sono state trovate, di come sono state raccontate e poi scritte.

Il nuovo romanzo di Niky D’Attoma, edito da Ensemble, raccoglie le esperienze di moderne guerriere di tutti i giorni, “amazzoni”, che lottano contro un nemico che cresce dentro il loro corpo: il tumore al seno. Articolato in tre parti, la prima è ambientata a Bari e si intitola “Storia naturale”, ovvero «quello che succede quando nessuno interviene e si può solo stare a guardare. Ѐ come evolve il male se non c’è nessuno a darsi da fare». La seconda, “Amazzonomachia”, si svolge a Roma e ci porta nel pieno della battaglia contro la malattia. La terza parte, ambientata in una non meglio identificata città del nord Italia, è “Amazzone ferita”, e racconta soprattutto il coraggio che ci vuole per arrivare a mostrare con orgoglio le proprie ferite e le proprie cicatrici.

Quella dell’autore è un’indagine a tutto tondo. Cosa si prova quando si scopre di avere un tumore? E a dover combattere qualcosa che è dentro di sé? In che modo amare una persona che soffre di tumore sconvolge la propria vita? E dal punto di vista sessuale, ci si abitua a dinamiche diverse? Dal punto di vista medico, invece, quali sono le figure professionali che entrano in gioco, e di cosa si occupano? E cosa dire dell’aspetto simbolico? Il seno è, in tutte le tradizioni, il simbolo della femminilità, del nutrimento e della maternità: cosa significa per una donna dovervi rinunciare?

D’Attoma prende appuntamenti con “amazzoni” che hanno voglia di raccontarsi e con i mariti, passa del tempo con loro, con il risultato di finire spesso coinvolto nelle loro dinamiche interpersonali. Come quando si imbatte nella storia di Manlio e di sua moglie Maria Grazia: mentre lei svolgeva i suoi cicli di chemioterapia, lui smaltiva il suo dolore nel bar dell’aeroporto. Lì, per la prima volta, Manlio era riuscito ad esprimere a qualcuno, a Francesca, la barista, il suo problema: sua moglie era malata di tumore al seno. Quando, in seguito, l’autore si reca all’appuntamento con Maria Grazia per l’intervista, la trova proprio insieme a Francesca, a discutere animatamente riguardo la relazione che quest’ultima aveva intrecciato col marito, mentre lei svolgeva la sua terapia.

C’è poi chi, come Pina, ha superato la battaglia e si appresta a scoprire una nuova sé e a riprendere in mano la propria vita, nonostante gli abbandoni subiti durante la malattia e un corpo che non riconosce più; c’è chi, come Alice, vive la sua sofferenza più acuta circondandosi dell’amore immutato del marito; c’è chi ha fatto in modo che il mondo intero la abbandonasse per poter combattere da sola la propria guerra e si prepara a fare il grande ritorno, come Pentesilea; e chi, come la Francesca a cui abbiamo già accennato, può tirare un sospiro di sollievo, perché quel nodulo che l’aveva spaventata così tanto non celava niente di preoccupante.

Oltre a parlare con le “amazzoni”, D’Attoma incontra anche diversi specialisti che accettano di collaborare con lui per la stesura del suo libro. Tra questi, Claudia, dottoressa dell’ambulatorio di psiconcologia dell’Istituto Oncologico di Bari, che aiuta le famiglie ad affrontare la malattia di uno dei loro componenti e Raffaella De Franco, professoressa di Bioetica all’Università di Bari.

Le storie che l’autore raccoglie lungo il suo percorso sembrano inseguirlo, le domande che ha bisogno di fare lo rendono inquieto, pensieroso. Le donne stesse, spesso, sentono l’esigenza di vivere insieme a lui alcuni momenti importanti, in modo tale che egli possa raccontarli senza omettere alcunché. D’Attoma ha la capacità di trasmetterci in totale trasparenza tutte le sue emozioni e sensazioni. Il suo modo di entrare in sintonia con le protagoniste del libro e delle battaglie riesce a renderle vicine anche per noi lettori, che possiamo percepire il loro dolore e la loro forza.

«Nei bunker i macchinari per la radioterapia somministrano radiazioni e nei reparti decine di flebo gocciolano i loro medicamenti. In questo momento miliardi di cellule tumorali lottano per la loro fame di esistenza e miliardi di cellule sane cercano di difendersi, molecole si scontrano, corpi reagiscono, si preparano stanze operatorie, bisturi incidono, separano, il sangue fluisce. Centinaia di cuori battono, tamburi tribali di una battaglia campale nella quale la resa equivale alla morte. In questo momento molte persone tra questi corridoi, queste sale, si muovono tra la vita e la morte come in un teatro d’ombre e mormorano preghiere e bestemmie, e si riscoprono felici, innamorate, salve o disperate. È questo ciò che voglio raccontare. Questa unicità che si rinnova, si moltiplica ogni giorno, questo fiorire incontrollabile di storie, ognuna con il suo ritmico alternarsi di luce e ombra».

Egli non si limita a fornirci delle fredde interviste e il suo percorso interiore si intreccia a quello delle “amazzoni”: siamo partecipi anche del tormento che lo accompagna durante tutto il viaggio, un vuoto che non trova il modo di essere colmato, un qualcuno di ormai troppo lontano a cui lui scrive una serie di lettere che, presumibilmente, non saranno mai inviate.

C’è anche un’altra particolarità in «Io sono un’amazzone»: la musica. Ogni storia, ogni donna ha/è una canzone. Così, l’autore ci fornisce una playlist che ci accompagni durante la lettura, capitolo per capitolo.

La sua scrittura è diretta e di getto, la narrazione è di impatto e allo stesso tempo intima. Vi sono constanti riferimenti all’arte e alla mitologia greca.

Un viaggio alla scoperta della malattia e di se stesso perché, alla fine, dopo tutte queste incredibili donne, c’è soltanto Niky, che riesce a liberarsi di un po’ del suo passato accettando un invito che, chissà, potrà segnare l’inizio di un nuovo cammino.