«Tana libera tutti!» di Franco Piol

«Tana libera tutti!» di Franco Piol

«Tana libera tutti!» è il romanzo, diviso in una serie di racconti collegati tra di loro, di Franco Piol, edito da Augh! nel novembre 2016.

La storia è ambientata nella Roma del secondo dopoguerra, una Roma inedita, che la maggior parte di noi non ha potuto conoscere e che non può rammentare. A raccontarcela è qualcuno che ormai ricorda con nostalgia, un anziano che immagina di poter giocare ancora a nascondino con i suoi amici d’infanzia, a Piazza Navona; che spera, nonostante gli acciacchi dell’età, di riuscire ancora a trovarli, a rincorrerli, a leggere le loro menti per capire dove possano essersi nascosti oppure, almeno, di riuscire ad attrarli a sé attraverso quel gioco con la vita, durante il quale erano pieni di speranza e di coraggio, come possono solo i bambini.

Per ognuno dei ragazzini del “nascondarella” l’autore ci fornisce un racconto. Il comune denominatore tra di loro è quello di essere cresciuti senza un padre.

Alcuni bambini vivono in orfanotrofio, qualcuno gironzola per le strade di un quartiere ormai scomparso e qualcuno è “spedito” al nord da solo, all’età di cinque anni. Ciascuno di questi bambini è un pezzo dell’autore, è un pezzo della sua infanzia che lui cerca di ricostruire e di capire attraverso gli occhi più saggi dell’età adulta. Vuole recuperare ogni lato della sua fanciullezza prima di dimenticarlo del tutto: ognuno di questi personaggi insisteva per uscire allo scoperto e, dopo una notte intera a Piazza Navona, finalmente ci riesce.

Attraverso i racconti innocenti e ingenui dei piccoli protagonisti, possiamo capire cosa significhi sentirsi abbandonato e, allo stesso tempo, quanta forza in più dia il non essere costantemente viziato e “sorvegliato”. Entriamo nelle dinamiche dei rapporti tra bambini, scopriamo una competizione priva di cattiveria, un coraggio dettato dall’impulso e un osservare senza giudicare, un dimenticare subito le cose brutte viste o subite. Affrontiamo, sempre attraverso occhi puri, temi forti come le umiliazioni effettuate nei confronti dei minori da funzionari religiosi e le pratiche mediche ancora “barbare” come l’aborto clandestino che, in questo caso Carletto, percepisce come una forza malefica presente intorno a lui e che esorcizza improvvisando una lotta tra bottoni.

Le donne del racconto sono donne “tuttofare”, spesso sole ed indipendenti, sono mamme che lavorano duramente per crescere i propri figli. Personaggi veraci e semplici si susseguono per farci incontrare una società che affronta un periodo difficile, quale il dopoguerra, con speranza e gioia di vivere, apprezzando ciò che si ha e non rimpiangendo ciò che non si ha.

La Roma del secondo dopoguerra è parte fondamentale della storia, è sfondo e personaggio principale. Piol ricorda il bombardamento aereo di San Lorenzo del 1943, il piano di risanamento approvato dalla Giunta Trapani – che diede il via ad una serie di dolori sfratti esecutivi, i quartieri e le strade che ora non ci sono più, le canzoncine quasi dimenticate, le usanze scomparse. Viviamo l’attaccamento al quartiere, che è una vera e propria casa, e la voglia di celebrarlo con feste popolari, che erano vissute con un coinvolgimento pieno e genuino.

L’autore dedica il libro proprio a Roma, “sua madre”. I suoi racconti vogliono rievocare la sua città, “ormai abbattuta, per sempre scomparsa”. Un’ombra di questa trasformazione la vediamo a fine libro, con la sconfitta degli abitanti del Rione di Ponte, costretti ad abbandonare il loro amato quartiere.

Ogni storia ha la voce narrante del bambino, tranne la prima, quella di Giannino, che si snocciola nelle parole di una mamma sola, che cerca di trovare un nuovo padre per il suo piccolo. Spesso i racconti sono intervallati e vivacizzati dalla presenza di canzoni e poesie popolari, di cui l’autore si avvale anche in qualità di scrittore di poesie e di testi teatrali. Fornisce ulteriore veridicità e vivacità al testo l’utilizzo di parlate dialettali nei dialoghi. Abbiamo, ad esempio, il dialetto di Conegliano degli zii di Mattia, quello calabrese di suor Gertrude e la parlata romana presente nel libro in maniera costante.

Il racconto è realistico e verace, vi è una gradevole ironia di fondo, ma tutto ciò non impedisce all’autore di lasciarsi andare ad intensi momenti di lirismo e poesia, soprattutto nel rievocare la Roma di un tempo e la sua infanzia ormai andata.

Questi elementi potrebbero permetterci di catalogare il libro come un romanzo neorealista. Il libro ci porta indietro in una storia fin troppo attuale ma già molto velocemente superata.