Recensione di «Nebbia» di Simone Carucci

Recensione di «Nebbia» di Simone Carucci

Recensione di «Nebbia», il primo romanzo di Simone Carucci, che sarà presentato oggi, 22 giugno 2017, alle ore 21:00 al BiblioBar, nei pressi di Castel Sant’Angelo.

«Nebbia» è il romanzo con cui Simone Carucci, vincitore di un concorso letterario indetto dalla casa editrice Ensemble e rivolto a scrittori esordienti, fa il suo ingresso nel difficile mondo dell’editoria.

Il protagonista è Paolo Tifali, uomo in carriera, padre affettuoso di Laura e marito fedele di Margherita. Paolo ci conduce con sé nel viaggio interiore che lo vede ambientarsi in una vita completamente diversa da quella a cui era abituato. L’improvvisa notizia dello scoppio di una guerra e della conseguente decisione dello stato italiano di proteggere i cittadini, isolandoli in lussuosi prefabbricati, strappa lui e la sua famiglia dalla loro quotidianità: non sarà più possibile uscire di casa, né avere contatti con nessuno al di fuori del proprio nucleo familiare.

Ma, se casualmente essi scoprissero che tutto ciò a cui avevano creduto nei tre anni di reclusione fosse in realtà una menzogna degli enti governativi, volta ad annullarli e robotizzarli, potrebbero trovare il modo di sottrarsi alla finzione e di coinvolgere il maggior numero di persone possibile? Noia, isolamento, accettazione incondizionata possono lasciare il posto alla ribellione, alla riaffermazione della propria identità?

Tra riflessioni sulla vita e sull’arte e numerosi flussi di coscienza, si delinea l’avventura che porta alla scoperta della verità. Jacque e Nadine, una stramba coppia di artisti francesi, spalleggia e al contempo contrasta i protagonisti nell’insidioso viaggio. Attraverso i tanti ostacoli da superare e le macabre scoperte da digerire si arriva ad un finale che, per niente prevedibile, lascia il lettore più che mai frastornato.

Avvalendosi di intrecci fantasiosi e risvolti che sanno di surreale, Simone Carucci va a toccare temi più che mai attuali e concreti, illuminandoci su una realtà che per abitudine tendiamo a sottovalutare.

Ci parla di quanto sia possibile sentirsi soli seppur circondati da persone importanti, come i familiari più stretti. Ci porta a riflettere sulla facilità e sul rischio per i genitori moderni di perdersi nella confusione urbana della propria routine, non notando ciò che succede ai propri figli, fragili e quanto mai malleabili nella loro più tenera età. Ci pone di fronte alla diffidenza dell’uomo nei confronti dello sconosciuto, anche se unito a lui dalla stessa difficoltà e dalla stessa paura.

Così, mentre la storia prosegue fornendoci vari spunti di riflessione, l’autore ci conduce a quello più importante: fino a che punto i media e gli enti che lo “governano” possono e vogliono condizionarci? Fino a che punto noi riusciamo ad accorgercene e a ribellarci? Ne abbiamo poi davvero voglia, o fin troppo spesso troviamo più comodo e rassicurante accontentarci di quello che ci viene raccontato? La manipolazione dei media, le bugie delle istituzioni governative, le false informazioni che ci inondano costantemente sono travestite, nel racconto, da nemici e ostacoli insidiosi. I tempi e i luoghi restano piuttosto indefiniti, l’autore ce li lascia solamente intuire, giostrando il racconto tra astrattezza e dettagliate descrizioni, mostrando il reale attraverso l’immaginario.

Se siamo disposti a chiudere un occhio sull’inesperta vanità dello stile narrativo, fatto di dialoghi pomposi e passaggi narrativi talvolta troppo verbosi, possiamo lasciarci risucchiare da una storia che a tratti ci lascerà con il fiato sospeso e che, attraverso il finale a sorpresa, ci svelerà quanto sia disillusa la posizione dell’autore riguardo i temi trattati.