«Il marinaio migliore» di Catia Manna

«Il marinaio migliore» di Catia Manna

Recensione di Matteo Maxia alla raccolta poetica di Catia Manna: «Il marinaio migliore» (Ensemble, 2017)

I versi di Catia Manna sono un inno glorioso all’indispensabilità della Poesia come unica alternativa alla morte entropica dell’Essere contemporaneo.

Sono in qualche modo evocativi delle parole di Tiziano Terzani, il quale auspicava che «i problemi dell’umanità si sarebbero potuti un giorno risolvere grazie a una congiura di poeti, un piccolo gruppo che potesse prepararsi a prendere le sorti del mondo. Perché solo dei poeti, ormai, solo della gente che lascia il cuore volare, che lascia la propria fantasia senza la pesantezza del quotidiano, è capace di pensare diversamente».

L’invettiva dell’Autrice contro il non senso del vivere post-moderno è un trattato di Sociologia urbana e rurale, che sa consegnare al lettore un palinsesto di politiche di sviluppo interiore affinché “i corpi impazziti/privati del centro” possano affidarsi all’ultima risorsa degna di sostenibilità e, quindi, di speranza: la Poesia, appunto, in tutte le sue declinazioni.

«Il marinaio migliore» è un viaggio nelle acque grigie di città e periferie, nella torbidezza di rapporti interpersonali impietosamente spersonalizzati, di «manicomi a cielo aperto/dove indossare camici di equilibrio/e sperare che la logica/si salvi sulle strisce».

È sorprendente la capacità di Catia di indossare i panni della cronista di strada, di scattare delle istantanee di ordinaria follia quotidiana per inchiodare chiunque dovesse imbattersi nella sua Opera ad un esercizio di astrazione dall’esito paralizzante.

Come ci siamo ridotti? Qual è – quand’anche ce ne fosse ancora uno – il senso stesso del nostro stare al mondo? In che cosa siamo stati disposti a trasformarci, pur di continuare a (r)esitere, come “la carne al macello” tra i coltelli del tritacarne quotidiano? Ecco, nella Poesia di Catia si trovano, molto più intensamente espresse, sia queste domande che le relative risposte. I suoi versi, costante schiaffo morale a tutto l’assurdo che permea la Società, sono ambasciatori che sanno sempre e fedelmente dar voce all’animo “radicale” dell’Autrice.  Gridano il rammarico per un passato che, benché sempre e consapevolmente lungi dal rappresentare l’optimus, «Un tempo, almeno, eravamo in saldo/Un esercito industriale/di riserva/Non cani».

Catia sa porsi sempre in una prospettiva che potrebbe definirsi cinica, ma che in realtà discende da un estinto buon senso e, “semplicemente” e soprattutto, dalla sua grande sensibilità umana e artistica.

Come quando con “le colazioni in assenza di idee/per migliorarsi” sa rendere emblematico in modo disarmante ogni nostro risveglio, pronti come siamo a celebrare una nuova giornata da automi. Come quando, a più riprese, getta luce su quest’epoca del superficiale plastificato, in cui «siamo così attenti ad apparire/che non ci accorgiamo/che nessuno ci vede»; in cui, addirittura, «per essere fedeli/ci desiderano solo/se il nostro corpo/ha comprato/tutto il necessario/per diventare/immagine». Domande e risposte, si diceva. Che poi si tratta sempre di criticità evidenziate, di soluzioni auspicate: «Cos’altro ci rimane in questa/grande caccia al tesoro?/Nel piccolo/essere fuori misura».

Ecco, qualsiasi considerazione sulla cifra poetica di Catia Manna potrebbe anche finire qui. In quella semplice, (im)possibile responsabilità, in capo a ciascuno di noi, di trovare il sentiero che possa condurci a diventare ciò che siamo nati per essere. Pur soffocati dalla piovra del Sistema, dai suoi tentacoli di retaggi, convenzioni, sovrastrutture, riti di passaggio scanditi apposta per deviarci dalla dimensione più autentica delle nostre esistenze.

A tal proposito, un’altra – dirimente – domanda: in cosa si sostanzia, in quest’epoca di capolinea, la missione di una Poetessa? Innanzitutto, nell’esercizio del “diritto di tornare al cuore”, ed in quello di disobbedire a tutto ciò che lo vieta, ivi compreso quello di “procedere oltre il posto di blocco” che ha segregato ognuno di noi in vetrate di isolamento, nelle quali abbiamo imparato quasi morbosamente ad osservarci senza più sentirci, toccarci, conoscerci, amarci, viverci.

Ecco quindi che la Poesia rivendica prepotentemente il suo ruolo di ri-alfabetizzazione dei sensi della parola e delle parole ridate ai sensi, affinché ognuno di noi, si spera quanto prima possibile, «possa sentirsi in debito quando, assorto, realizza di essersi perso un bacio tra la folla».

Catia Manna ci dona versi dalla straordinaria bellezza, un invito accorato alla riscoperta della gamma cromatica di tutti i rapporti, individuali e collettivi. A riappropriarci della semplicità, a non perderci di vista tra la folla e a non perdere di vista la folla, non già intesa nella prevalente accezione a forte connotazione negativa, come insieme amorfo e caotico, ma come scrigno di Anime sacre portatrici di auree con cui dipingere di nuova luce la varietà del mondo: «se fossimo i nostri colori primari/saremmo diversi quanto le loro combinazioni».

La ricchezza espressiva della poetica di Catia non si lascia certo contenere in una recensione, ma si perde – senza mai disperdersi – negli infiniti rivoli del sentire, di quelli cercati e voluti dall’Autrice per condurre il lettore alla fonte e di quelli intimamente seguiti dal lettore per dissetarsi nella lettura.

Siamo al cospetto di un piccolo libro di circa settanta pagine ma, al contempo, di un biglietto in prima in prima fila per un concerto da camera: la nostra. Sono note pregevoli, quelle suonate da Catia Manna, con l’universalità del messaggio affidato al miglior pop e tutta la raffinatezza di un jazz delicato. Che non è mai, però, atmosfera di nicchia e ostentato esercizio di stile. Ma talento puro e governo dello strumento espressivo, al punto da non dover ricorrere quasi mai alla punteggiatura senza per questo far torto alla metrica e alla musicalità, come nelle migliori improvvisazioni senza spartito.

C’è inoltre un coerente richiamo a stare nel momento presente, a sorseggiare un caffè per il gusto di farlo davvero, senza pensieri e “lasciando la mancia alla ragione”.

C’è una monumentale restituzione di una delle caratteristiche più paradossali ma profondamente connaturate al bisogno di Amare. Quella che ci fa struggere tra l’istinto di erigere barriere a scopo protettivo e l’aspettativa romantica che qualcuno le sappia eludere senza distruggerle e senza distruggerci: «Piove/Gli ombrelli si perdono/e, in fondo,/aspettiamo sempre un temporale».

C’è l’Amore idealizzato, quello che, specie di questi tempi, ci appare schizofrenicamente scisso tra ciò siamo ancora in grado di sognare e quello che a malapena riusciamo ormai a intravvedere nel teatrino della realtà illusoria, nei social, nei modelli conformisti veicolati ed emulati della globalizzazione: «Osservo gli uomini dietro le quinte/e per domani vorrei/che l’amore con cui li immortalo/mi toccasse».

C’è il disincanto, quel male a cui il poeta fisiologicamente non può immunizzarsi, perché se si facesse gli anticorpi perderebbe la prerogativa di saper raccontare la vita come esito vissuto e sofferto attraverso l’espansione del settimo senso: «non potendo più vivere/di sola poesia/esco per abbracciare/un corpo qualsiasi».

C’è infine un titolo, che è inizio, conclusione, circolo vizioso e virtuoso di questo viaggio edito da Ensemble. Chi è “il marinaio migliore”? Forse quello che ha seguito la rotta della semplicità, lasciando il timone al comando del cuore almeno all’ingresso dei porti più suggestivi.

Per il resto, anche considerata la delicatezza di uno dei temi d’attualità più caldi – quello delle migrazioni – «siamo tutti stranieri/sballottati in alto mare».

Allora, forse e più che mai in questo Paradigma al tracollo, “il marinaio migliore” è proprio il poeta stesso. Non si tratta di un’affermazione supponente, che sottende a gerarchie della scala sociale. Più semplicemente, parafrasando Terzani, si tratta di giuste prospettive da rimettere a fuoco, di sensibilità da condividere, di strumenti da accordare su frequenze che abbiano ancora a che fare con l’umano e con l’umanità.

Il realizzare che occorre davvero fare «condoglianze/per aver sacrificato/i tempi morti» oppure «condoglianze/se non ti sei mai trovato/nel mezzo del tuo cammino/senza nessuno/da perdonare».

Il realizzare che, nel vuoto spinto di valori ed una vita che ormai ti alleva al solo istinto di sopravvivenza – facendoti al contempo dimenticare che esso dovrebbe innanzitutto cementarsi nella cooperazione -, “chiedere permesso è una maschera d’epoca”. Così come ringraziare, salutare, chiedere scusa.

Tuttavia, c’è ancora speranza. Ce lo ricorda, manco a dirlo, la Poetessa: «Se il nostro vicino risponde/possiamo ancora salvarci».