"Fuori Stagione"  di Silvio Ramat

“Fuori Stagione” di Silvio Ramat

Recensione: “Fuori Stagione” (Crocetti) di Silvio Ramat.

Che la poesia operi sul filo del rasoio tra una felicità conservata stretta alle proprie braccia, o sia il prospetto d’una rivoluzione rapida, estatica, infantile o ancora un viaggio mistico nel quotidiano grandemente dipende non solo dalla capacità dello scrittore, ma pure dalla vita che ne traspare. Vita intesa come flusso di “Anima” , tornata finalmente nel novero di ciò che plasma il mondo, persino quello “3.0” . Vivissima nel fremito e perciò talvolta persino amena, essa trapassa e traspare in momenti che la tecnologia sembra aver congelato, ma siamo ancora alla ” maya”. In realtà essa si muove ancora, sebbene usi una grazia felina, che dobbiamo farci carico di indagare.

Concetto fuori stagione è quello di Anima, così come il titolo della silloge poetica di Silvio Ramat – Fuori Stagione, 2017,  Crocetti editore- e qui Anima traspare, s’infiamma, si specchia, lascia andare. Vi sono qui fughe brevi, ritorni ordinari, memorie e rimpianti.  Con un taglio semplice ma non austero Ramat, poeta fiorentino il cui curriculum non ha certo bisogno di presentazioni-rimarca piccole perle, insegue frammenti di passione e d’umano, ma non s’inganna sulla natura mutevole, eredità  montaliana.  Eppure la solerzia nell’approntar scrittura è quella esperta, non più giovane e immersa nell’ideale, quanto arricchita-se lice dirlo- di cautela e mitezza, condita con punte melense e melanconiche. Una riprova di quella poesia mediterranea così intima da esser , per paradosso , comune e collettiva.

Così:

“La terapia è una consunzione, lenta”
e
“C’è ancora equilibrio tra i due carichi”

Brevi intuizioni, o meglio “glympses”, bagliori di Anima? Certo non per questo Ramat distoglie gli occhi dall’ordinario, al contrario: mostra come persino il più fine dettaglio abbia il suo intrinseco valore, purché sia capace d’esser delineato al fuoco della poesia. Un fuoco che crepita di dolori talvolta, ma in esso si rinnova e mostra spazi, persone, riflessioni. Momenti brevi, intersezioni, pause, intermezzi. Un fuoco nostalgico, d’uno che parla di “XX secolo” ma nondimeno è partecipe, o almeno mi pare, del ventunesimo con una irrefutabile lucidità. Sappiamo però quanto è facile che s’offuschi, questa lucidità e perciò egli stesso pare accorgersene, e mostrare :

“è una fortuna una manna
che qualcuno mi cerchi e mi saluti
con intenzione d’amore”

verrebbe da chiedersi quale messaggio, ma niente davvero pare più lampante: il disvelarsi chiaro
dell’Anima delle lettere, che qui si rifrange nello specchio mediterraneo, italico romantico, consapevole e un poco amaro, ironico inguaribile sornione. Un discorso che per necessità e vocazioni pare esulare totalmente da ciò che suole e sembra dover occupare i giorni di molti di noi, nondimeno-si preserva- ancora vivo in piccoli, privatissimi anfratti.