«Campanile di nebbia» di Marco Simionato

«Campanile di nebbia» di Marco Simionato

«Campanile di nebbia» (Ensemble,2017) è la prima raccolta poetica di Marco Simionato.

L’opera raccoglie i versi che l’autore ha composto nell’arco di dieci anni, tra il 2007 e il 2017. Divisa in quattro sezioni, Terra, Cielo, Fuoco e Acqua, la raccolta è dedicata al lago di Como, dove l’autore vive e al quale sono diretti diversi riferimenti.

Vedo ma non credo/ alla bellezza di luci/ del lago di Como.

I versi di Simionato sono scarni ed essenziali. La forza della sua poesia, che non conosce liricismi ed enfasi, è nelle poche parole che egli usa: pungenti, forti e schiette. Il suo linguaggio raggiunge le vette più alte del linguaggio e quelle più basse.                                                                In tal modo, anche quello che solitamente è considerato “disgustoso” e quello che viene fuori dai pensieri meno nobili diventa oggetto di poesia, perché è capace di rendere il messaggio in maniera veritiera, di esprimere il pensiero senza il peso di un inutile perbenismo e senza nascondersi dietro lo sfarzo di versi elaborati e pomposi.

Tu corpo di grazia,/ anima di strega,/ vuota o piena/ come il pitale del piscio,/ puttana usuraia/ che senza usarla/ la dà via.

Gli accostamenti del poeta danno vita a immagini insolite e a una singolare vicinanza di concetti tra loro lontani, se non opposti. Egli affianca “le preghiere” al “cesso”; il “Cristo” ai “ceri da un euro”; la “misericordia” allo “scontrino”; la “pisciata” al Nirvana; i “superalcolici” allo “spirito santo”

Potrò essere il terreno imbevuto del tuo sangue?/ E la colonna della tua fustigazione?/[…] /perché il calendario ha inchiodato il Venerdì/ perché non vedo del Sepolcro aperto l’ora.

Come nei versi appena riportati, i riferimenti al Venerdì Santo e al Cristo, inchiodato, sofferente, risorto, sono costanti nelle poesie di Simionato. Sono il riferimento a un dolore che appartiene a tutti noi, a qualcosa che ci condiziona e che non possiamo che accettare.

Lacerato con le braccia/ crocifisse/ l’una al passato/ l’altra al futuro/ tese entrambe con ricordi di chiodi.

Le pagine di «Campanile di nebbia» sono imbevute di malinconia e di ricordi belli ma dolorosi, danno origine a fiumi di lacrime, che spesso finiscono in bicchieri alcolici. Soprattutto nella sezione “Fuoco”, che contiene diverse poesie ambientate in discoteca, l’alcol diventa sfogo alla solitudine, alla mancanza di scopi, ai ricordi, e spesso diventa vomito… a “Fine serata”.

Non cerco me stesso/ nel fondo della bottiglia:/ cerco il bardo cantore/ di un ondeggiare/ senza scopo.

Un amore finito in maniera inaspettata e inspiegabile ricorre in più poesie. “Noi (1)”, “Noi (2)”, “Noi (Epilogo – un anno dopo) e molte altre ancora. È un amore che da intenso e totalizzante ha lasciato nient’altro che la tristezza di una pizza mangiata ora in solitudine, di una casa vuota.

Un’altra frattura,/ un altro voltarsi,/ un altro paio di lacrime/ spaiate/ e la sua pelle profuma/ solo se è il bacio d’addio.

Chi si diventa, dopo tutto questo? Dopo aver conosciuto la solitudine, aver perso l’amore, aver affogato il dolore nel vomito ed essere stato la conseguenza di azioni mai compiute, della storia.  Non so di chi più indosso le vesti, dice l’autore, che osserva tutto ciò e tutti coloro che lo circondano con misericordia, tranne se stesso.

Ci sono pezzi di me/ in angoli sparsi,/ cumuli vivi/ che neppure pagata/ una donna potrebbe pulire,/ sporcizie meravigliose/ dove puro e impuro/ parlano tra loro/ trasfigurati dalle lacrime.

Riflessiva, profonda e pulita, la raccolta poetica di Marco Simionato crea uno squarcio nella quotidianità, lasciandoci vedere oltre la crudezza delle cose e della vita e donandoci, di questo insieme, un significato più profondo.