"Gli aranci di Tadeusz" di Barbara Serdakowski

“Gli aranci di Tadeusz” di Barbara Serdakowski

Recensione di “Gli aranci di Tadeusz” di Barbara Serdakowski. Articolo di Gabriella Becherelli

Chi è Tadeusz?

È l’archetipo della ricerca d’identità proiettata verso una qualità del vivere e non del sopravvivere, ed è anche un giovane polacco vissuto negli anni sessanta.

È figlio del dopoguerra questo giovane uomo dell’est che decide di migrare in un altro paese, dove altri uomini a loro volta partono per altri luoghi in cerca di un’altra vita. Questa terra è la Sicilia.

C’è sempre un posto dove immaginiamo sia possibile la felicità. Questo miraggio è legato al DNA del nostro essere che ci proietta verso la ricerca di un sogno a propria immagine e somiglianza. Dio, inteso come trascendenza e inconscio, non è riuscito a creare un mondo perfetto, ma tende alla perfezione e a sconfinare, così la coscienza percorre le orme di questo dio nascosto verso una terra promessa che non ha confini. Ma i confini in questa realtà ci sono per tutti, sono difficili da varcare, perché “il Mio non corrisponde a Dio”. Migrante forse è il termine giusto per Tadeusz, per definire il distacco dal paese d’origine, ma la sua storia ha il sapore di unicità che abbraccia tutti.

La narrazione inevitabilmente ci riporta alla mente il problema drammatico del flusso migratorio che stiamo vivendo adesso, ma qui il tema è trattato a livello esistenziale e personale dalla scrittrice, che percorre attraverso di lui la sua stessa storia. Il realismo che ne consegue è dipinto con dei colori forti che toccano la vista e attivano l’olfatto, proiettando il lettore a identificarsi in una ricerca comune.

La Sicilia è un’isola, il posto ideale per raccontare l’estraneazione e la profondità dei rapporti, il silenzio la frammentazione e la ricerca d’identità. La tematica dello straniero, porta con se il dramma della solitudine, della diversità, del desiderio di quella dimensione che integri il senso di umanità fra gli esseri. La scrittrice è stata in Sicilia per capire l’atmosfera e assaporare gli odori aspri negli aranceti, per respirare la brezza del mare e un tempo che scandisce le ore molto più lentamente.

Ha compreso il silenzio che ne consegue, quello che apre le ferite e le purifica, le trasforma in una nostalgia che sorride .

La sua visione narrativa ha il sapore di un realismo antico, che evoca Pirandello e Verga. Questo si contrappone e si dilata nella dimensione surreale del sogno, nell’illusione soggettiva del protagonista, costituita da aspettative composite e strutturate dall’ego.

Questo è il punto in cui tutti ci sentiamo uniti nel coro dell’illusione e della sua fedele compagna, la disillusione.

Noi siamo Tadeusz.

Come lui, ma in senso metaforico, siamo stati morsi da un cane, un randagio fra i randagi. Il morso fa male, ma ci ricorda che siamo vivi e che la nostra carne ci appartiene per breve tempo, come apparteniamo al proprio paese d’origine. Questo senso d’identità è anche difficoltà a immaginarsi realmente in altro luogo. A volte la terra scelta per vivere si rivela troppo brulla per la propria anima, richiamata ancora dal canto delle sirene di provenienza.

Halina è l’essenza del sogno, l’ amore che rimane dov’è, così mantiene la sua purezza e non si deteriora in una vita standard. Per un momento lui s’immagina insieme a lei in Polonia a intraprendere un’esistenza in cui la presenza diventa assenza, perché profusa dal grigiore della fatica e dall’indifferenza degli altri. Halina nella sua mente sfumerà piano piano proprio come in un sogno, ma rimarrà un amore.

Lui vive due dimensioni, quella che riguarda la sua scelta e quella che sarebbe stata. Quando Don Santino muore, (il vecchio che assisteva) anche lui vuole morire, forse perché vuole migrare ancora, ma la sua ricerca non finisce così. La realtà è molto diversa dal sogno anche se intensa e dolorosa, vale la pena viverla ancora. Ha visto visi tagliati nella pietra, ha mangiato con la gente del suo paese, la Polonia: cipolle cetrioli e panna acida, un piatto denominato miseria. E’ stato accettato e poi rifiutato dalla Sicilia, ed è rimasto comunque lo straniero, il contaminante.

Il linguaggio è un altro aspetto importante dell’opera, scritta in italiano e a tratti nella lingua siciliana.

Il dialetto diviene lingua, quando una forte identificazione col paesaggio e la sua storia ne sono totale appartenenza.

La lingua di un luogo è strutturata in sintonia con la natura ed è utilizzata nel racconto solo in alcuni punti, dove è evidente l’estraneazione o la condivisione dello straniero con la gente del posto.

Il linguaggio è suono e gesto che varia a distanze minime in quei piccoli paesi immersi nella campagna, rispecchia i toni forti e le varianti espressive ricche di una gestualità bruna come la terra, azzurra e intensa come il mare.

Da questo piano dimensionale, che racchiude le frammentazioni di una vita e il tentativo di costruire l’immaginato, avviene il grande balzo.

La vertigine del cambiamento prende nuovi spazi, nuovi tempi.

Tadeusz migra in una dimensione opposta: l’America, il luogo dell’illusione per eccellenza.

La scrittura si trasforma nell’immediatezza del presente. Lascia definitivamente le tonalità di un mondo antico, abbandona i suoi silenzi, il suo passato, le sue asprezze ma anche le sue meraviglie.

Siamo nel pieno di un altro sogno, di un’altra illusione, quella degli anni ’70.

Tadeusz incontra un’altra donna, un amore terreno ma stavolta non ideale.

Anche lei come lui e come tutta l’umanità in quel momento, insegue un sogno di libertà e di identità.

La disillusione che spesso consegue ad ogni sogno, non deve determinare la rassegnazione verso l’unico senso della nostra vita: la ricerca suprema dei luoghi dell’essere, nei principi di felicità e giustizia.