Quanto silenzio, amore mio, per una parola vera

Quanto silenzio, amore mio, per una parola vera

Fabio Appetito, Mariano Macale e Marco De Cave. Insieme, i “Cardiopoetica”.

Di loro dicono: «Cardiopoetica è la storia di come tre vicini di casa, uno di fronte all’altro, abbiano dovuto pagare la multa per aver sbagliato corsia preferenziale a Roma e, per farlo, abbiano invece imboccato la via della poesia». Prima ancora di diventare “Cardiopoetica”, avevano esordito con «State scherzando, vero?» (Ensemble, 2012), e poi si erano ripresentati sulla scena della poesia italiana contemporanea con «Resushitati» (Il Foglio Letterario, 2013). Nei quattro anni successivi, oltre a continuare il loro percorso in ambito poetico, hanno portato avanti diversi progetti legati al mondo radiofonico e teatrale. Ora, invece, eccoli tornare alla ribalta con «Quanto silenzio, amore mio, per una parola vera» (Ensemble, 2017).                    Come le precedenti raccolte, il libro è stato promosso attraverso un tour, “Mica come Prévert”, ricco di tappe in tutta Italia. Tra reading e musica, il loro approccio con i lettori “modernizza” quello più tradizionale, riuscendo a coinvolgere un bacino ben più ampio rispetto a quello che siamo abituati ad aspettarci, purtroppo, quando si parla di poesia.

La raccolta, divisa in tre sezioni – Silenzio, Dubbio, Parola – racchiude i versi dei tre autori che, ognuno dal proprio personale, unico e particolare punto di vista, ci fornisce una visione di questi temi. Il silenzio racchiude tutte le cose non dette, tutte quelle non capite, racchiude il “resto”, quello che c’è oltre l’apparenza, oltre i falsi slanci. Fabio Appetito fa più volte riferimento a un amore passato, di cui restano solo delle orme. Si afferma nei suoi versi presentandosi come un uomo semplice, forte delle sue debolezze, unico nelle sue banalità, incompreso nella sua ricchezza d’animo.

Di’ di me./ Sai che ce n’è bisogno./ Sono già stato dimenticato da chi oggi mi ama.

I versi del silenzio di Marco, invece, rimandano a una continua sensazione di sospensione. Sono parole precarie le sue, e comunicano un tentativo continuamente bloccato, un qualcosa che prova, ma non riesce ad essere.

Tu che cercavi di riuscire/ su questa terra,/ e non in cielo/ […] /non potevi lasciarti andare/ quando l’andare era ovunque

Vi è, nelle sue poesie, una costante alternanza tra buio e luce. La luce mostra solamente falsità, è nel buio che si chiude la vera essenza.

I testi di Mariano sono i più crudi. Il poeta non vuole che alcuno spazio venga lasciato per i contorni, per i fronzoli. La nostra essenza si cela in quel che non si dice, che non si pensa, che non si vede. Quando parla di amore non si evince pessimismo, ma per lo più un realismo dalle sfumature un po’ ciniche: sa che quando qualcosa inizierà – e sarà bellissimo, non avrà comunque scampo dalla parola fine: tutto finirà, e lui non è nemmeno sicuro che riuscirà a ricordarlo.

Conserverò […] dei resti il resto, e di questo/ nemmeno un ricordo, quando la vita violenta mi possiede

In una delle prose che dedica alla sezione “Silenzio”, il poeta, ribadendo il suo tentativo di spogliarsi dell’inutile per nutrirsi dell’essenza, scrive:

C’è chi porta questo vuoto in modo consapevole e chi lo struttura con archibugi culturali, letture, gotiche giravolte. […] Che c’è di male? Niente. Ed è proprio questo il punto: la perfezione chirurgica, con la quale si evita o si nasconde il male.

Il tempo di questi versi è veloce e rarefatto, non si vive o si assapora lentamente; solo in un futuro incerto ci sarà modo di rivalutarlo, di pensare a certi momenti, di cercare un significato che nel presente immediato non si coglie. Il silenzio, nelle poesie dei tre autori, è accostato al suo esatto contrario: “Il carnevale dei tuoi silenzi”, “il respiro delle statue”, “il sentire troppo tra chi era stato sordo”. Il gioco di ossimori è costante in tutta la raccolta, il che ci svela come questa figura retorica sia particolarmente amata dai tre di Cardiopoetica.

La seconda sezione è dedicata al dubbio. Mariano vive questo sentimento riferendosi in particolar modo all’abitudine degli uomini di fingere, soprattutto a se stessi.

Ogni tanto tornerai a dubitare, è normale. Tornerai a chiederti se quella è la strada giusta o se siamo stati abbastanza bravi da riuscire nell’inganno migliore dai tempi dell’eden: mentire non a dio, ma a se stessi.

Intorno a sé vede pochezza e desolazione. Parla di:

Cimiteri di vivi/ che sgomitano/ per avere un’altra misera chance.

Fabio vive questo sentimento in maniera quasi analoga, anche lui vede finzioni intorno a sé, e la consapevolezza delle persone stesse di questo costante inganno.

La mente ha trovato i suoi modi di giustificarsi

L’attesa ha un ruolo importante, si lega all’età adulta e lo trasforma, lo porta a gettarsi nei suoi vizi.

mi trovi d’accordo, tuttavia, in questo/ rinviarci a vicenda: ho imparato a credere/ che rateizzando la cenere di ciò che siamo/ si muore più lentamente.

I versi di Marco, invece, sono struggenti e malinconici. L’inquietudine gli è data dagli abbandoni subiti, dalle impronte che hanno lasciato.

Infine, ci troviamo nella sezione “Parola”. Quella in cui vengono fuori tutte le cose che si possono, che si devono dire. Le poesie di Mariano sono colme di parole, di frasi che sembrano scritte di getto, come se stesse dando via ad uno sfogo senza freni.

E non ti scriverò neanche come fanno i poeti,/ quelli che fanno baciare le rime/ ma che usano i preservativi/ per timore di partorire un Capolavoro

Il culmine del suo sfogo arriva con Tu mi fai ridere come un pazzo furioso, colma di pathos, di istinti strabordanti nelle sue parole onomatopeiche, che ci parlano attraverso più sensi. Anche se il silenzio è colmo di parole, e il linguaggio adatto a capirlo è quello conosciuto dagli analfabeti. La parola non racchiude il significato che siamo abituati a concepire, è in ogni cosa e non conosce specifiche chiavi di lettura. Fabio coglie l’occasione per dichiarare i suoi sentimenti più profondi, ma anche per dire quello che non ha importanza, eppure c’è. Parla di Stalin e della donna che ha amato, del golf e delle colpe, dei peccati e dei cognomi buffi sui citofoni.

Ho costretto le mie parole all’ammutinamento. […] Alcune si sono ribellate: pirati di razza hanno preso il comando.

Marco esprime il desiderio di essere ascoltato, di essere capito.

Vorrei che tu fossi in un luogo in cui tu possa ancora leggermi

Tra tanto parlare, tra uno scarno scambio di cronache, di vite a casaccio passate ad approvare le approvazioni, l’osservazione dell’autore è semplicemente questa:

Quanto silenzio, amore mio, / per una parola vera

I tre poeti si ispirano nei loro versi a diversi autori, legati a stili e tradizioni diverse. Raccolgono la negatività di Montale: il sapere cosa non sono e cosa non vogliono; la schiettezza della Merini, con i suoi accostamenti apparentemente privi di nesso logico e la sua irruenza; le grandi capacità evocative delle parole più semplici di Neruda e la sua istintività. I riferimenti che troviamo nel testo attingono da svariate sfere: letteratura, architettura, arte, teatro, medicina, mito. Parole semplici e quotidiane, talvolta gergali, sono accostate ad altre più auliche oppure tecniche. Il ritmo delle poesie è veloce, così come l’alternarsi di luci e ombre, di presente e ricordi, di caos e silenzio. Diverse prose intervallano le poesie nelle tre sezioni, si tratta di lettere di amicizia, o d’amore. I Cardiopoetica, privandosi dell’aurea che ha da sempre ruotato attorno alla figura del poeta, e non necessitando di ghirigori e toni aulici, colpiscono il lettore nel modo più forte, efficace e rapido, non dandogli alcun modo di ripararsi dietro a muri di finzione o ipocrisia, ma facendo sì che si confronti con il proprio sé più scarno, vulnerabile e vero.