Ma quanto è grande l’ombra di Mario Luzi?

Ma quanto è grande l’ombra di Mario Luzi?

Questa domanda ci permette di riflettere sull’opera di Mario Luzi, uno dei maggiori poeti italiani del Novecento.

Avrei voluto che questo articolo fosse stato scritto da David Foster Wallace, ma visto che tratta di un poeta italiano e di un contesto così tipicamente nostrano, sarebbe stato difficile che potesse averne le necessarie competenze; inoltre Wallace si è suicidato nel 2008, il che toglie ogni possibilità di realizzazione al mio piccolo desiderio.

Come stiamo trattando Mario Luzi nel 2017? Il maggior poeta del Novecento italiano. Sono diversi gli aspetti che vorrei toccare in questa breve digressione, più che contenuti strettamente poetico-critici mi soffermerò sul contesto istituzionale e culturale che accoglie il dopo Luzi; ricordo che il poeta si è spento nel febbraio del 2005.

Una cosa divertente che non farò mai più (tanto per restare al caro D.F. Wallace) è una tesi di laurea su Mario Luzi, qualcuno si sorprenderà nel trovare divertente una tesi di laurea. Meglio specificare alcune cose. Intanto perché affermo che ‘non farò mai più’, perché l’ho già fatto, più di quindici anni fa. E perché sarebbe divertente?

Se guardiamo bene l’attività di scrittura di una tesi, potremmo cogliere diversi aspetti divertenti.

Mettiamo di avere circa venticinque anni, e questo di per se è già un divertimento, di aver finito gli esami e di preparare il lavoro di ricerca per la tesi di laurea. Se sei costretto a lavorare otto-dieci ore al giorno e a studiare di notte, allora la ricerca per la tesi e la sua scrittura possono rivelarsi un incubo, ma se invece l’unica attività è lo studio, scrivere una tesi di laurea può essere molto divertente. Ci si alza con comodo, si va in facoltà, si gira per biblioteche e a volte si studia.

Partiamo dal presupposto di essere uno studente che sta ‘solo’ scrivendo la tesi.

Un laureando ha una cattedra di riferimento, un relatore e correlatore, dovrebbero fornire degli strumenti o indicazioni bibliografiche su cui far lavorare lo studente, dal canto suo, il laureando dovrebbe avere chiaro un progetto di ricerca da perseguire.

Diamo per scontate queste cose, abbiamo uno studente-laureando con un progetto chiaro di ricerca (ipotizzo un titolo: Gli aspetti metafisici dell’ultima stagione poetica di Mario Luzi), abbiamo una cattedra che sostiene il laureando e lo indirizza verso un percorso bibliografico di ricerca.

Poniamo che lo studente in questione abbia oggi venticinque anni, è cioè un nativo digitale, la prima cosa che fa è consultare la rete per informarsi, io più di sedici anni fa andavo in giro per biblioteche e librerie per mettere insieme una trentina di libri da cui partire per progettare e scrivere la tesi. Il nostro amico contemporaneo, è volenteroso, vuol fare bene la tesi, oltre a seguire le indicazioni del relatore persegue da solo una via di studio.

Pensa: vediamo se c’è un’istituzione, un centro di referenza che possa darmi ulteriore materiale di studio, di consultazione, per poter meglio sviluppare la ricerca sul poeta.

Google gli propone immediatamente alcune soluzioni, c’è un Centro Studi La barca a Pienza e un’Associazione Mario Luzi Poesia nel Mondo a Mendrisio, poi c’è un Premio Internazionale Mario Luzi con una Fondazione e un altro Premio Firenze per Mario Luzi. Inoltre al Gabinetto Vieusseux c’è il Fondo Mario Luzi, cioè la quasi totalità delle carte e della biblioteca personale del poeta toscano, il resto si trova al Centro Studi di Pienza.

Il giovane studente dovrebbe essere sufficientemente smaliziato da cogliere subito la grande autorità di Stefano Verdino come critico e conoscitore dell’intera opera luziana. Ma se così non fosse potrebbe anche impaludarsi tra tutti questi centri, fondi, associazioni e via dicendo.

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Comincia a scrivere ai vari contatti che trova sui siti, cerca documentazione a sostegno della sua tesi di laurea.

Da Mendrisio, Svizzera italiana, non riceve risposta mentre da Pienza rimandano direttamente all’autorità del Professor Stefano Verdino o del Professor Marco Marchi che è anche il fondatore del Premio Firenze per Mario Luzi. Scrive anche alla Fondazione che si avvale di collaboratori esterni, però risponde un operatore 402, ma quanti sono?,

L’operatore afferma che attualmente i collaboratori esterni non sono disponibili, invita lo studente a ricontattarli tra qualche settimana.

Allora il ‘nostro’ scrive direttamente al Gabinetto Vieusseux, il quale, grande com’è, non risponde e probabilmente la mail si è persa in chissà quale filtro antispam.

Dal Premio Firenze per Mario Luzi rinviano ai loro link curati dal professor Marco Menicacci, che possono sicuramente essere utili al lavoro del nostro laureando.

Di sei istituzioni culturali, che poi sono cinque, due non rispondono, una rinvia a collaboratori esterni, una rimanda a Stefano Verdino, l’altra alle proprie pubblicazioni segnate tra i link.

Un po’ poco per il nostro giovane e volenteroso laureando, se fosse un po’ più attento a determinate dinamiche potrebbe capire meglio alcune cose.

Per esempio, tre di queste associazioni e istituzioni sono strettamente correlate tra di loro, e sono l’Associazione di Mendrisio, il Centro studi La barca e il Premio Firenze per Mario Luzi.

I nomi dei vari comitati, presidenti, segretari e via dicendo si rincorrono con grande regolarità nelle tre istituzioni. Presenzia, ovunque, il figlio di Mario Luzi, l’ing. Gianni Luzi.

Il Gabinetto Vieusseux ha naturalmente una storia a se e molto più antica, la Fondazione risulta legata a un Evento Festival di natura privata di cui non si hanno altre notizie.

Ci sono molte foto che ci ripropongono l’immagine di Mario Luzi, ed è un piacere poter osservare ancora il volto e gli occhi del poeta, sarebbe bello che fossero molte di più. Lo vediamo vicino a Giovanni Paolo II, in occasione della pubblicazione della Passione la via Crucis, e con Carlo Azelio Ciampi per la nomina a Senatore a vita.

Poi c’è una sorta di corto circuito. Ci sono altre immagini che ritraggono i vari presidenti e segretari di queste associazioni, vicini a Papa Francesco e a Giorgio Napolitano.

Il nostro laureando, oltre a non cogliere bene il fatto, comincia a disamorarsi, non raccoglie e non trova ciò che sperava, non ha sostegno nelle istituzioni che portano il nome del poeta su cui si sta laureando.

In questo piccola storia di ordinaria distrazione e disorganizzazione, c’è un vizio e una forma mentis tipicamente italiana, il nostro laureando è troppo giovane per poterla cogliere.

Per questo mi sarebbe piaciuto che questo articolo lo avesse scritto David Foster Wallace, il suo occhio analitico e la sua ironia lo avrebbero reso tagliente come una lama giapponese.

Ma quel è il vizio di cui si parlava? È il gusto, per non dire la necessità, di seguire l’ombra. Mi spiego meglio. Se non so scrivere, non so dipingere, non sono un bravo architetto e via dicendo, ma sono bravo a tessere relazioni, posso cercare di divenire un intimo conoscente di qualcuno più bravo di me.

Allora mi metto a seguire, ascoltare, aiutare e a prodigarmi per un grande pittore, un grande filosofo o un importante poeta, più è grande l’autorità di chi seguo e più ombra produce, ed è talmente larga, quest’ombra, da accogliere tante persone.

Se per caso questa grande autorità dovesse mancare prima di me, io posso sfruttare le mie doti di relazioni, posso presentare una certificata e prolungata conoscenza, posso far rilucere una fiducia accordatami dalla grande autorità che purtroppo non c’è più.

E allora posso creare Associazioni, Centri studi, Premi, posso prendere fondi da Regioni, Comuni e stato. Fondi che mi consentono di fare cose anche pregevoli, riviste, siti, premi; mi consegnano, o mi autoconsegno, una credibilità di studio e da studioso.

Non ho i titoli e non sono in grado di far parte di un comitato scientifico, allora lo creo ex novo con altri grandi veri nomi, tanto io sono bravo a tessere e relazioni, poi io mi metto a capo del comitato, o se sono modesto mi metto tra i segretari.

Quanto è grande e accogliente l’ombra dei grandi.

Poi i fondi delle Regioni, dei comuni e dello stato finiscono, com’è naturale che sia, perché io non sono il, MIBAC o il Comune di Roma o di Firenze, non sono un’Università, perché io in fondo sono bravo a tessere relazioni ma non ho una mia preparazione solida, accademica, accreditata. Mi nutro di volontariato, ma quando il volontario non è più disponibile devo pagare il professionista, e se non ho i fondi la mia baracca si arena.

Rimangono istituzioni svuotate dalle buone energie, quelle che c’erano, rimangono attività interrotte e risposte non date a un laureando che cerca di crearsela quella preparazione, ma che deve prima capire tutto questo, deve cadere in mille sentieri interrotti, prima di riuscire a districarsi e ad uscire da questa grande ombra.

Sia detto chiaramente che qui non c’è nulla di losco o di illecito, se mai manca un po’ di buon senso e di educazione per non dar fastidio a chi sta studiando sul serio. A chi è veramente un ricercatore e che di santini e di omaggi, di foto con presidenti e papi ne fa volentieri a meno, pur di riuscire a svolgere bene il lavoro di ricerca.

Al di là dell’ironia, a chi scrive, sono arrivate tante, tante lamentele da laureandi e dottorandi che hanno vissuto quanto raccontato.

Quanto mi manca David Foster Wallace; ecco perché avrei voluto che fosse stato lui a scrivere questo articolo, ecco perché fare una tesi di laurea su Mario Luzi è ‘una cosa molto divertente che non farò mai più’.

Emiliano Ventura