«PASOLINI VS PASOLINIANI - Letteratura Vs Narrazioni di genere»

«PASOLINI VS PASOLINIANI – Letteratura Vs Narrazioni di genere»

Il 20 luglio 2017 muore a Roma Pino Pelosi, unico condannato in via definitiva per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Dopo la sua morte  si è scatenata una piccola faida interna tra i vari pasoliniani. Questo articolo di Emiliano Ventura è, in un certo modo, una risposta.

Avevo deciso che non avrei scritto ulteriormente sul poeta Pier Paolo Pasolini, anche perché ho da poco pubblicato una monografia su questo argomento («P.P.Pasolini, Un poeta in-civile», Il seme bianco), consideravo l’argomento concluso. Poi accadono fatti ed eventi che costringono a ripensare e rivalutare il lavoro fatto, la dinamica che lo produce e la fenomenologia di alcune dichiarazioni.

Il grande evento del quarantennale dalla morte (2015) ha prodotto libri e articoli in gran numero, una lunga proliferazione di Pasoliniani che ha fatto ombra al Pasolini autentico. Prima il film «Pasolini» di Abel Ferrara (con William Defoe) e poi il più recente «La Macchinazione» di David Grieco (con Massimo Ranieri). Nel 2017 avviene la fuga di Johnny lo Zingaro, ripreso dopo un mese e, a luglio, la morte di Pino Pelosi.

Tutto questo ha provocato una dialettica e una polemica che si traduce, ancora, tra fautori del complotto e di chi lo esclude. È un paese che vive di estremismi, di fazioni accese che dimenticano il buon senso o il senso comune; l’antica pratica campanilistica dei Guelfi e dei Ghibellini, apocalittici o integrati, cattolici e laici, si ripresenta in ogni occasione, pur di rimane magistralmente divisi. Dopo più di quarant’anni ci si accaparra ancora tra chi sostiene l’innocenza di Pelosi e tra chi invece lo ritiene l’unico responsabile, chi si ritrae al solo pensiero che un potere politico sia corresponsabile dei delitti (ma non delle pene) della stagione delle stragi.

Ripercorro brevemente i fatti noti sull’omicidio del poeta, quei dati che ancora portano divisione estreme e insulti.

Fatti Vs opinioni

La sera del primo novembre 1975 Pasolini va a cena con Ninetto Davoli e la moglie al “Pomidoro” nel quartiere San Lorenzo. Il proprietario racconta che quella sera Pasolini non era tranquillo, a un certo punto gli dice: «Vattene da questo paese perché i cretini saranno padroni della tua vita». Lasciato il quartiere san Lorenzo va alla stazione Termini dove trova Pino Pelosi che conosceva da giorni o settimane, ripartono insieme.

I due si fermano al “Biondo Tevere” sull’Ostiense, sono le 23:00 ma i signori Panzironi, proprietari del ristorante non fanno fatica ad accogliere il poeta. Usciti dal ristorante prendono la via del mare per andare all’Idroscalo di Ostia. È probabile che abbiano un appuntamento con qualcuno per uno scambio, per riavere le pizze del film Salò; Pasolini ha con se tre milioni di lire, un’auto li sta già seguendo.

Qualcuno con un maglione verde e una scarpa sinistra numero quarantuno con calzare entra, o entrano, nell’auto di Pasolini; questi oggetti che non appartengono né a Pelosi né a Pasolini vengono trovati all’interno dell’Alfa. Arrivati all’idroscalo Pelosi e Pasolini vengono fatti scendere dall’auto, Pelosi sbattuto sulla recinzione, la rete metallica ne conserva ancora l’impronta, gli viene intimato di non impicciarsi; Pasolini viene picchiato da più persone, tre o quattro adulti con accento meridionale, mentre lo picchiano lo insultano “frocio, comunista”. Il poeta si difende e urla «Mamma m’ammazzano…aiuto mamma», riesce a sottrarsi al pestaggio, si sfila la camicia con cui tenta di asciugarsi il sangue dal viso, lo hanno colpito con un oggetto metallico, forse un crick.

A questo punto i cani di qualche residente hanno già cominciato ad abbaiare con forza. Un pescatore, il signor Ennio Salvitti, sente le grida e vede il pestaggio che si sta compiendo poco lontano, molti altri che hanno passato la notte nelle baracche hanno visto e sentito, nessuna parla. Lui sì, racconta tutto a Furio Colombo, ma nessun inquirente lo vuole ascoltare, né lo rintraccia.

Il massacro continua, dita spezzate, un orecchio quasi staccato, contusioni in tutto il corpo, poi una macchina simile alla sua, un’Alfa GT 2000 veloce lo investe e lo uccide. Il branco si dilegua e minaccia Pelosi: «Sei stato tu, fatti i cazzi tuoi o sono guai», il ragazzo scappa con l’auto di Pasolini e viene arrestato da due carabinieri sul lungomare di Ostia.

La mattina del due novembre alle 6 e 30 la signora Lollobrigida, proprietaria di una delle “baracche” vede il corpo del poeta a terra e lo scambia per immondizia. In poco tempo lì attorno si crea un gruppetto di curiosi, nessuno recinta e isola la scena del delitto. È tutto un cancellare tracce, un poliziotto trova la camicia dello scrittore con un’etichetta della lavanderia con scritto “Pasolini”, tra i presenti si crea il gelo, non è un morto qualunque. La polizia di stato ha il cadavere del poeta, i carabinieri hanno già da tempo il presunto omicida, l’atavica competizione tra le due forze dell’ordine non facilita la collaborazione.

Pelosi confessa subito e si prenderà per trent’anni la responsabilità dell’omicidio, il suo avvocato Rocco Mangia che ha già difeso le belve del Circeo, i tre ragazzi fascisti che violentano due ragazze uccidendone una, viene presentato alla famiglia Pelosi da un giornalista del Tempo iscritto alla P2, presta gratuitamente la sua opera.

La perizia psichiatrica verrà fatta dal prof. Semerari, colui che farà le perizie “truccate” anche ai componenti della banda della Magliana, lo stesso Semerari verrà ucciso dalla malavita. Il processo Pasolini giudicherà Pelosi colpevole e unico responsabile dell’omicidio del poeta, sarà per legittima difesa a un’aggressione da parte dell’uomo ricco e “frocio” a un ragazzino povero.

Quando inizia il processo, a febbraio del 1976, sparisce Antonio Pinna, un piccolo delinquente di Donna Olimpia conosciuto da Pasolini, lascia all’aeroporto un’Alfa Gt 2000 blu, del tutto identica a quella del poeta. Nel 2010 le indagini verranno riaperte grazie a nuove testimonianze, come quella di Silvio Parrello, amico del poeta, grazie all’impegno di magistrati, avvocati e criminologi che oggi possono avvalersi di nuove tecniche investigative. È recente la scoperta del DNA di altre cinque persone, tra i reperti e gli oggetti personali che rimangono del caso Pasolini. Il che vuol dire che la scienza afferma che c’erano più persone con Pelosi, fatti non opinioni.

Questi sono fatti raccolti da testimonianze comprovate, fatti che rendono coerenti gli eventi incoerenti di quella notte; il viaggio fino all’idroscalo per un rapporto sessuale, il corpo massacrato e insanguinato del poeta senza che il suo assalitore ne venisse sporcato, la dichiarazione di Graziella Chiarcossi del ritrovamento dell’Alfa del poeta sulla Tiburtina, non a Ostia, con Pelosi a bordo. Lo dice anche in una recente intervista a «La Repubblica», ma nessuno ribatte: “Sulla Tiburtina? Ma il verbale dei Carabinieri recita Lungomare di Ostia?”. Poi afferma di avere un’unica certezza: l’assassino non era solo.

Genere Vs Mainstream

E allora come mai appena esce un libro, tipo quello di Simona Zecchi, «Pasolini Massacro di un poeta»[1], o un film, come quello di David Grieco, «La macchinazione», che sostengono i fatti coerenti con le testimonianze (mai raccolte dalle forze dell’ordine) spunta subito un’anima bella, un chierico della pagina scritta, pronto ad imputare all’autore o al regista di essere un complottista? Siamo talmente disabituati a pensare in autonomia da non poter fare a meno di allinearci a questo o quel giornalista, scrittore o politico, che “non crede ai complotti”.

Questa frase è ormai svuotata di senso, è come dire “non credo alla chirurgia estetica”, in realtà questa esiste, può non piacerti ma esiste eccome. Così come è sciocco non capire che i poteri politici hanno trame e accordi segreti, usano mezzi illeciti per i propri fini. Destabilizzare per stabilizzare, la politica della strategia della tensione, l’omicidio Moro, la bomba a Bologna, Ustica, tutti fatti senza colpevoli da trenta o quarant’anni.

Ditelo al parente di una di queste vittime che non credete ai complotti. Il che non vuol dire che c’è gente incappucciata che fa riunioni segrete sgozzando galli, quella è bigiotteria da format televisivo, ma la realtà è che un potere politico deve nutrirsi nel segreto, perché “sapere” è il potere dei poteri. Conoscere i nomi o i colori politici di questi burattini è meno importante di capirne la dinamica.

Non dice niente a nessuno il nome di Assange e di Snowden, il grande progetto PRISM ed ECHELON, la grande sorveglianza elettronica (informatica-telematica) delle nazioni occidentali, con la connivenza dei grandi server? Come risponde l’anima bella, “io non credo ai complotti”. Nemmeno io credo al complotto dei templari per rovesciare la Chiesa o al complotto dei savi di Sion, sarebbe sciocco, e su questa sciocchezza, Umberto Eco, ha costruito due romanzi, «Il pendolo di Foucault» e «Il cimitero di Praga».

Non posso far finta di non sapere che a luglio del 2001 un documento della C.E. chiedeva di limitare le intercettazioni e il lavoro di ECHELON, e che poi a settembre ci sia stato l’attacco terroristico che ha portato a un potenziamento e uno sviluppo di ECHELON. Dopo l’11 settembre, questa sorveglianza informatica è aumentata notevolmente, il che vuol dire che un potere politico-economico ha accresciuto il suo sapere.

Non posso fare a meno di notare un paradosso nel condizionamento dei mass media, l’immagine degli aerei che colpiscono le due torri sono talmente forti e note da essere definite l’opera d’arte più importante del XXI secolo. Qual è il paradosso? Abbiamo le immagini di un’area poco sorvegliata mentre mancano del tutto quelle dell’area più monitorizzata del mondo, intorno al Pentagono ci sono più di 1000 telecamere ma nessuna ci ha mostrato l’attacco.

Ma come risponde l’anima candida del giornalismo italiano “non credo ai complotti”.

La nostra letteratura non ha mai affrontato questi temi, a parte Pasolini, Sciascia e Eco, che purtroppo sono tutti e tre morti. Quello che da noi è considerato complottista e dietrologico è invece uno degli oggetti principali della letteratura statunitense. Thomas Pynchon, Don DeLillo, David Foster Wallace, anche James Ellroy o Stephen King, hanno più volte trattato dell’omicidio J.F.K e del complotto della CIA. Il bellissimo «Libra» di Don DeLillo è un romanzo con protagonista L.A. Oswald, «American Tabloid» di Ellroy si apre con la famosa frase “L’America non è mai stata innocente” e tratta più o meno dello stesso argomento, «22 11 63» è il noto romanzo fantastico di Stephen King sull’omicidio J.F.K. L’assassinio di questo presidente è un evento matrice e traumatico per gli USA, che non ha impedito ai suoi narratori di esserne la voce critica. Thomas Pynchon, fin dal bellissimo «L’Incanto del lotto 49», ha raccontato, più volte, di una cospirazione mondiale che getta un’ombra sull’America felice degli anni ‘60, per non parlare dell’ultimo «La cresta dell’onda», dove affronta proprio gli effetti del 11 settembre.

«Infinite Jest» di David Foster Wallace parla di un film talmente seducente che provoca una vera e propria dipendenza, l’intrattenimento annebbia e confonde come una droga. «Underwold» di Don DeLillo vede tra i protagonisti J. Edgar Hoover, l’ormai leggendario capo dell’F.B.I.

Non mancheranno le critiche di anime belle, dell’io non credo ai complotti, anche negli USA, ma la voce della letteratura non si interrompe, lo stesso avviene per i giornalisti che non si fanno problemi ad esercitare la critica verso il potere e la politica. Questo è il compito di una stampa libera, che in Italia non esiste, stiamo passati dal 77° posto al 52° nella classifica della libertà di stampa, di intellettuali e scrittori indipendenti, che si fatica ad individuare, quelli che denunciano vengono subito apostrofati come complottisti o ignorati, come il bel film di Federico Bruno, «Pasolini la verità nascosta»[2], finito nel 2013 e mai distribuito. Quello che non viene fatto dalla letteratura (forse solo Saviano percorre questa strada) viene raccontato e sottolineato, dalla narrativa di genere (o letteratura popolare), il poliziesco italiano. La trilogia di Simone Sarasso («Settanta», «Confine di Stato», «Il paese che amo») che recupera l’incipit di Ellroy e ci sussurra che “L’Italia non è mai stata innocente”; Giancarlo de Cataldo con «Romanzo criminale» e altri titoli racconta il periodo delle stragi e non solo:

«La stazione era sventrata. Le sirene ululavano. Militari e volontari, fianco a fianco con le mascherine al naso, scavavano le macerie in cerca di un segno di vita. Qualcuno piangeva, i più moltiplicavano gli sforzi per rimandare l’appuntamento con la rabbia e lo sgomento. Arrivarono le troupe televisive. Una folla di parenti angosciati assiepava i binari. Circolava una parola maledetta e rivelatrice: strage. Le lancette del grande orologio del piazzale Ovest erano ferme sulle 10 e 25. L’ora in cui il cuore dell’Italia aveva preso a sanguinare».

A questi nomi e titoli si possono aggiungere il collettivo di Wu Ming e i polizieschi di Carlo Lucarelli.

Negli USA il romanzo massimalista («Il romanzo massimalista», Stefano Ercolino, 2015) si afferma come forma privilegiata della narrativa, tra estetica modernista e postmoderna, uno degli argomenti più spesso affrontati rimane la paranoia e l’ipotesi di complotto «La teoria del complotto è la sostanza narrativa di gran parte della grande narrativa americana del Novecento» («Ipotesi di complotto. Paranoia e delirio narrativo nella letteratura americana del Novecento», Giuseppe Panella, Riccardo Gramantieri, 2012).

Quello che negli USA è oggetto di forme narrative massimaliste, in Italia è terreno della narrativa popolare o di genere, volendo proporre una dialettica specularmente geometrica, quello che in America è massimalista in Italia è minimalista. Se Thomas Pynchon scrive romanzi in cui serpeggia la paura di un complotto segreto, se Don DeLillo racconta di L.A Oswald e di J.E. Hoover, nessuno gli dà del complottista o li accusa di dietrologia. Se in Italia qualcuno racconta di Cefis, di servizi segreti deviati e dell’omicidio Pasolini, come Simona Zecchi e David Grieco e Federico Bruno (ognuno con le sue idee), ecco che spunta l’anima bella a dire “io non credo ai complotti”. Il vecchio vizio dei provinciali, e trattiamo come provinciali i nostri pensatori più internazionali.

Cronaca Vs poesia

Per quanto mi riguarda non ha importanza sapere il nome dell’esecutore materiale o dei mandanti, questo può essere importante per la famiglia, può riguardare la giurisprudenza e la cronaca. Quello che è fondamentale in quell’omicidio è il linguaggio che è iscritto con una grammatica diversa, parla una lingua alta, della poesia e della profezia. È un’immagine simbolica, è il punto più alto, o più basso, dell’agone del poeta contemporaneo, un poeta che letteralmente agonizza.  Se Baudelaire nei «Piccoli poemi in prosa», ci ha consegnato l’immagine dell’aureola del poeta caduta nel fango, Pasolini ha messo il suo corpo senza vita in quel fango. L’omicidio dell’Idroscalo rappresenta il rifiuto della civiltà contemporanea del ruolo del poeta, dell’intellettuale e della cultura; il ’75 è il punto più alto di quel conflitto, in un mese si registra la morte di Pasolini e la premiazione a Stoccolma a Montale, da lì in poi ci sarà l’indifferenza verso la poesia e il poeta.  Questa è la grammatica con cui è scritto quel delitto, è un omicidio che riguarda la polis e la poesia, che riguarda ognuno di noi[3].

Troppo spesso gli allievi postumi, gli amici di “recupero”, i parenti alla lontana, parlano più per protagonismo proprio che per vera conoscenza, si sa che l’ombra dei grandi è altrettanto grande e accoglie tanti, troppi personaggi discutibili. Per questo un giornalista, uno scrittore che sia tale, ha la responsabilità di capire i fenomeni in cui vive, ma soprattutto non può fare spallucce e dire “io non credo ai complotti”, senza specificare o capire cosa sia un complotto, perché dimostra di essere sciocco come i personaggi che Umberto Eco ha preso in giro nei suoi romanzi. Lo scrittore, il giornalista, o genericamente l’intellettuale, tra i vari compiti, hanno quello non meno importante di salvare Pasolini dai Pasoliniani.

[1] Cfr. Simona Zecchi, «Pasolini Massacro di un poeta», Ponte alle Grazie, 2015. È uno dei libri migliori sull’omicidio del poeta, una ricostruzione accurata e ponderata condotta da una giornalista molto preparata.

[2] Uno dei film migliori su Pasolini insieme a «Pasolini delitto italiano» di M.T. Giordana. Inoltre nel film di Bruno si può vedere uno dei pochi Pasolini veramente credibili interpretato da Alberto Testone. Sul film di Abel Ferarra c’è poco da dire.

[3] Mi permetto di rinviare al mio saggio,«P.P.Pasolini un poeta in-civile», Il seme bianco Editore, Roma 2017.