"Nulla caduco" di Marco Incardona

“Nulla caduco” di Marco Incardona

Recensione di “Nulla caduco” (Ensemble), una raccolta poetica di Marco Incardona. Articolo di Chiara Nobilia.

“Nulla caduco” di Marco Incardona: un titolo che suggerisce molteplici orizzonti di senso, e la cui densità è rappresentativa della densità dell’intera silloge, percorso di riflessione esistenziale e filosofica condotto su sentieri non battuti e magistralmente tradotto in lingua poetica.

Forti e insieme raffinatissime, le liriche di “Nulla caduco” sanno contattare l’inconscio e l’ombra – in accezione junghiana – che abbiamo dentro, convocano il nucleo ancestrale, e spesso rimosso, che ci abita, fanno risuonare quelle corde profonde che solitamente, in quel nuotare in superficie che è il quotidiano, restano silenti.

“L’arte – spiega Picasso – scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni”: in questo senso, le poesie di Marco Incardona sanno turbarci e condurci senza appello di fronte al dolore e alle implicazioni e complicazioni del vivere, riuscendo spesso a far confluire dilemmi complessi nella brevità di qualche verso, o nel lampo di un’unica domanda – o voragine: “Potrò chiedere a mia madre, perché mi ha messo al mondo?”.

Colpisce immediatamente, approcciando le liriche, il lessico utilizzato dall’autore: parole scelte, articolate in combinazioni calibrate nelle quali la finezza estetica non risulta mai fine a sé stessa e agevola, invece, una migliore ricezione della pregnanza di significato. Coraggiosamente e decisamente, Incardona attinge ad un patrimonio linguistico – e, quindi, culturale – di matrice classica, impastando i suoi testi con termini aulici come “strali”, “masnadieri”, “paladini”, “odi” e con sequenze di analogo sapore, come “il vessillo isso”, “armata schiera”, “alla comunione anelo” –  operando queste scelte il poeta corre il rischio di risultare fuori da questo tempo, che invece riesce a scandagliare e penetrare, rivelandone punti deboli e vizi: maneggiando con sorprendente efficacia elementi e riferimenti classicheggianti, infatti, li cala perfettamente nel nostro oggi temporale e nel suo – e nel nostro – oggi interiore.

Emerge, in questa raccolta sontuosa e immaginifica, un io poetico che si denuda e che, esplorando il proprio universo interiore, esplora anche l’universo interiore del lettore. L’io poetico è esperienziale e costantemente in fieri, coinvolto in una relazione piena e vitale con le parole: si aggrappa ad esse come ancore di salvezza nel corso della propria esperienza umana, le stringe, le scaglia, le scrive rendendole laceranti come squarci. L’attività di scrittore è, per l’autore, una necessità urgente, un bisogno, come trasuda nei versi “vomito parole” e “lasciar traccia dovevo”; il rapporto con la poesia è totale e totalizzante, e privo di qualunque intento celebrativo del ricchissimo patrimonio culturale e filosofico che costituisce l’evidente impianto della silloge: seppur nella pluralità di rimandi e riferimenti, infatti, e di riflessioni che le originano – consideriamo, a titolo esemplificativo, le citazioni di apertura della silloge: Severino,  Heidegger, Adorno… – le poesie di Marco Incardona risultano precise e funzionali, volte a smantellare le obsolete architetture del senso comune, e a suggerire nuove prospettive e ipotesi di significato. Le liriche, lucide e nette nell’individuare i mali del contemporaneo – fulminante è lo sguardo del poeta sul nostro oggi, su questi “tempi ardui e saturi di tutto”, sulla nostra società dominata dalla sottocultura dell’immagine e del presenzialismo – quando danno del tu al lettore lo fanno con una delicatezza scevra da ogni giudizio e moralismo, per trasmettere messaggi esortativi e di stimolo: “Non perdere l’occasione/ non tornerà”.

Ancora, elemento caratterizzante nella raccolta, la morte: l’autore la dipinge ed esorcizza in maniera liberatoria e, trovando il coraggio di addentrarsi nei suoi personali inferi, ci mostra come entrare nei nostri, rendendo con immagini straordinariamente efficaci e feroci il dolore animalesco insito nell’esistenza: “vita scorticata”, “angoscia morde come la fame”, “intenti tumefatti”, “sperma di morte”, “coiti sbranati”, “lago di sangue”…

Non può, poi, in questa silloge, non avere un ruolo di rilievo la mente – soffermiamoci, a questo proposito, sulle parole che il poeta sceglie per rappresentarla: “mente come aspersorio senza fondo”, “ruvida tavolozza”, “mente esterrefatta”, “crocevia della mente”, “campi della mente popolati di prefiche piangenti” – e, dunque, il pensiero: Incardona, infatti, è un cercatore di significato e di nuovi significati, giacché “l’organismo palesa il suo famelico bisogno di senso”; la sua ricerca, frutto di un’istanza personale, diviene poi, nella condivisione, sociale. “La solita feroce domanda mi corrode”: l’autore spesso resta inappagato, ma non per questo pone fine alla sua riflessione filosofica, esistenziale, metafisica, perché così facendo si tradirebbe e tradirebbe la propria natura; al contrario, ci pungola, ci pone sempre nuove domande, ci mostra quella “realtà che palesa le sue sfasature” e, così facendo, ci regala una silloge piena di spunti, di precipizi, di orizzonti.

La ricerca di senso è pulsante e costante in ognuna delle poesie, battito cardiaco di questa splendida raccolta nella quale Marco Incardona condivide il suo sguardo sul mondo: uno sguardo che amplifica e, contemporaneamente, supera il reale, nella consapevolezza della caducità delle cose, della fallibilità degli intenti umani, ma anche della potenza di quella “parola affilata” di cui consta la poesia.