«Non c'è una fine. Trasmettete la memoria di Auschwitz» di Piotr Cywiński

«Non c’è una fine. Trasmettete la memoria di Auschwitz» di Piotr Cywiński

Recensione di «Non c’è una fine. Trasmettete la memoria di Auschwitz » (Bollati Boringhieri, 2017) di Piotr Cywiński.

Con la traduzione di Carlo Greppi (1982), un collaboratore di Rai Storia che  da anni organizza viaggi della memoria con l’associazione Deina, è stato pubblicata in italiano Epitafium; questo il titolo originale del saggio di Piotr M.A. Cywiński, direttore del Memoriale e Museo di Auschwitz-Birkenau. Epitaffio vale in antico elogio funebre, monumento, iscrizione sepolcrale, spesso con le lodi del defunto ma  il saggio è piuttosto un epicedio, ovvero uno scritto in morte di qualcuno. L’epicedio aveva lo scopo di piangere il morto ma un altro rito, la consolatio era di sollievo ai vivi;  questo importante libro  è insieme epitaffio, epicedio e consolatio.

Nella versione italiana il titolo diventa:  Non c’è una fine  con sottotitolo Tra­smettere la memoria di Auschwitzin riferimento a quanto accadde nel corso di una riunione per la risistemazione del  museo di Auschwitz . La studiosa della Shoah Havi Dreyfuss chiese: “Cosa ci sarà alla fine dell’esposizione? Come sarà la fine?”. “Non c’è una fine. Non può essercene una. Sarebbe una soluzione troppo semplice. Inoltre non saprei dove una fine potrebbe essere collocata. All’uscita dell’ultima baracca? Lasciando Birkenau? Sul bus che se ne va da Auschwitz? O a casa, molti giorni dopo, quando la quotidianità inizia a oscurare le immagini del passato? O quando riponi questo libro nello scaffale. Non c’è una fine. Su questi temi nessuno raggiunge mai il pieno discernimento e la piena comprensione. E’ una corsa che non finisce mai” (p.24).

Una corsa che comincia  da quando si è saputo. “Vi parlo questa sera di un argomento, l’immensità del quale vorrei che realizzaste appieno…” furono  queste le parole del Ministro degli Esteri del Governo polacco in esilio, Edward B. Raczynskid;  parlava da  radio Londra martedì 17 dicembre 1942. Così il mondo conobbe lo  sterminio sistematico degli ebrei da parte dei nazisti.

 Ogni anno il luogo nel quale sorgeva il più grande campo di sterminio nazista viene visitato da più di un milione di visitatori, decine di migliaia dei quali provengono dall’Italia. “C’è un’intera generazione ormai figlia del profondo significato che quel luogo ha assunto nel nostro tempo, figlia dei viaggi della memoria. Che cosa cercano quei ragazzi ad Auschwitz, che cosa cerchiamo tutti noi? Che storia ci racconta il luogo dello sterminio sistematico di sei milioni di uomini donne e bambini da parte dei nazisti.”( dal  risvolto di copertina) “

Di tutti i maggiori centri di assassinio di massa solo Auschwitz è sopravvissuto in una forma che si mostra ancora decifrabile. Gli altri luoghi sono smantellati, distrutti e alterati al punto da essere irriconoscibili. E’ sufficiente camminare per le foreste di Treblinka per rendersi conto di quanto sia difficile comprendere ciò che accadde in quel luogo e quanto efficacemente sia stata camuffata l’area” (p. 54).

Tesi dell’A. è che Auschwitz parli all’umanità. Le vite delle vittime della Shoah sono dipese dalle azioni o inazioni di singoli individui. “Oggi in Europa non dobbiamo avere paura di una vendetta nazista, ma dobbiamo volare là in Darfur, in Somalia, ovunque” (p.19) E invece pensiamo che sia  responsabilità delle Nazioni Unite,  delle Missioni di Pace, della Croce Rossa internazionale ma se,  durante la Shoah, i Giusti tra le nazioni (i non ebrei che salvarono ebrei) avessero ragionato come stiamo facendo oggi, nessuno sarebbe sopravvissuto.

Scopo della memoria è ricordare le persone; il ruolo di Auschwitz è di mostrare la complessità del processo di ricordare. I racconti dei testimoni di Auschwitz sono stati messi al sicuro ma ad Auschwitz le parole sono un problema. Attraverso quale modello educare; il modello della vittima?  Auschwitz è la prova che i valori possono essere utilizzati per il male. I deportati erano riuniti per famiglie, si alimentava la loro speranza;  due valori che consideriamo estremamente positivi che  vennero invece degradati e utilizzati “come semplici strumenti complici di assassini” (p.87). Il grido di Giobbe deve diventare adesso quello dei museologi e degli storici: ”O terra non coprire il mio sangue, e lascia che il mio pianto non trovi un luogo in cui riposare” .

L’autore del libro è un cattolico impegnato nel dialogo ebraico cristiano, uno studioso attento, conosce e parla le lingue d’Europa, davvero non si comprende perchè abbia acconsentito alla rimozione di quanto esposto nel Padiglione 21, il padiglione italiano del museo ora da lui presieduto,  rifiutando il progetto Glossa per la conservazione del sito (si veda: http://storieinmovimento.org/wp-content/uploads/2016/01/Zap31_8-Luoghi.pdf) in cui si leggevano queste  parole di Primo Levi. “Visitatore, osserva le vestigia di questo campo e medita. Da qualunque parte tu venga, tu non sei estraneo. Fa’ che il tuo viaggio non sia stato inutile, che non sia inutile la nostra morte. Per te e per i tuoi figli, le ceneri di Auschwitz valgano di ammonimento. Fa’ che il frutto orrendo dell’odio, di cui qui hai visto le tracce, non dia nuovo seme né domani né mai!».