Mario Perniola, il "filosofo del sorriso"

Mario Perniola, il “filosofo del sorriso”

Il breve testo, oltre che omaggio e ringraziamento a Mario Perniola, è il tentativo di evitare un invitabile fraintendimento, in un momento in cui è evidente una rincorsa al coccodrillo e al profilo biografico più o meno esaustivo.

In questo caso e in questa occasione è necessario svestire i panni analitici del ricercatore e della critica, troppo alto il debito di riconoscenza verso Mario Perniola per non essere riconsegnato con il calore umano. Se esiste una domanda taciuta nello scritto questa è “che cosa significa essere stato allievo di Mario Perniola?” 

Appena saputo della morte del Professor Mario Perniola, dopo lo shock iniziale, la memoria mi restituisce una delle frasi scritte in uno dei libri più recenti:

« Tutti siamo condannati a morte con sentenza da eseguirsi in un giorno a venire di cui non sappiamo la data »[1].

Abbiamo purtroppo scoperto che questa data è il 9 gennaio del 2018. Negli anni ’90, nelle facoltà umanistiche della capitale, e ancor di più a Tor Vergata, si cercava e si leggeva un libro culto, Il sex appeal dell’inorganico di Mario Perniola, ordinario di Estetica proprio nel secondo ateneo capitolino. Nell’università ancora pre-riforma (prima del 3 più 2) preparare e sostenere l’esame di Estetica I era tutt’altro che semplice. Una cattedra ricca di studenti, lezioni seguitissime, grazie al carisma e alla notorietà del docente, per sostenere l’esame di fine corso era necessario mettersi in fila con cinquanta sessanta studenti, numeri importanti per il secondo ateneo.

Perniola si occupava di esaminare la parte monografica sull’Estetica del Novecento[2] (Il Mulino 1997), diviso nelle cinque sezioni, vita, forma, conoscenza e azione, più la parte del sentire (la più apprezzata perché indica il quadro di riferimento per il libro cult sul sex appeal), il testo accoglie decine di autori. Perniola chiede allo studente uno o due autori prima da passare a un assistente, bisogna conoscerli tutti, anche se nella brevità del profilo è necessario avere un quadro complessivo chiaro e presente. Una metodologia inattaccabile in ogni ambito di ricerca, il quadro di insieme conduce alla chiarezza, la chiarezza a un’argomentazione efficace.

Questa breve digressione nelle aule universitarie ci conduce negli aspetti più vivi del magistero di Perniola, ovvero in quegli aspetti che vanno oltre l’ambito accademico e istituzionale.

Se esiste un docente che ha accolto aspetti contradditori in sé questi è proprio Perniola, organico e disorganico, insider e outsider, istituzione e dilettantismo, questi sono gli ambiti che possono ricondursi ai due pensatori che lo hanno maggiormente influenzato, Luigi Pareyson e Guy Debord.

Si deve a lui la conoscenza in Italia del situazionismo e del suo maggior pensatore, quel Debord autore della Società dello spettacolo, testo molto citato ma poco letto. Sempre a lui si devono gli studi su Georges Bataille alla fine degli anni ’70, Bataille e il negativo[3], quando nessuno osava pronunciarne il nome mentre oggi è quasi una norma. Il suo uso del proverbio e della citazione rara è forse superiore allo stesso Walter Benjamin, il filosofo tedesco che ne ha fatto quasi una metodologia.

Perniola ci ha insegnato a dedicarci a ciò che è più marginale, al poco noto, ha educato il gusto per l’accostamento improbabile, ardito, fin dai titoli, Miracoli e traumi, Berlusconi e il ’68.

La fascinazione per il Giappone e lo zen, l’andare a cercare una citazione da un personaggio oscuro, sconosciuto (Coffinhal), la svolta del pensiero che conduce in regioni intentate.

I temi portanti della sua filosofia sono intimamente legati alla vita, come dovrebbe essere per ogni filosofo, e sono: transito, simulacro, epochè, inorganico.

Mario Perniola è cresciuto con i nonni, è lui a rendere noto l’episodio familiare nella terza storietta del volume Del terrorismo come una delle belle arti. La sua nascita è in qualche modo legata al fatto tragico della morte del giovane zio da cui ha ereditato il nome Mario.

Il 22 gennaio del 1932 il giovane Mario De Carlo, sedici anni muore cadendo nel vano ascensore in un tragico incidente in cui è coinvolta anche la sorella diciottenne, Olimpia, futura madre di Perniola.

Il padre dei due ragazzi costituisce un ‘culto familiare’ per il giovane figlio scomparso, commissiona una statua che lo ritrae, conservano ogni cosa; dalle piccole stampe alle posate con le iniziali, un “quadro, poesia e reliquie varie tra le quali una ciocca di capelli”.

Nove anni dopo Olimpia mette al mondo un bambino, al quale darà il nome del fratello scomparso e si sentirà in obbligo di ‘donare’ il bimbo ai genitori, per risarcire, in qualche modo, la perdita del giovane fratello.

Così Mario Perniola crescerà con i nonni ‘ereditando’ tutti gli oggetti dello zio, comprese le posate e figure di cartone, occupando il posto a tavola lasciato sempre libero per lo zio scomparso.

L’interesse per il transito (come si va dallo stesso allo stesso) e per il simulacro nasce da questa esperienza; lo studio della cultura giapponese e del buddhismo porta Perniola a domandarsi sul perché della lunga permanenza dell’ātman (non sé) dello zio nello stadio intermedio (antarā in giapponese o bardo in tibetano) prima di ‘incarnarsi’ di nuovo, da qui la nozione di sex appeal dell’inorganico, (sospensione della sessualità) e dell’epochè (sospensione del giudizio). Forse la resistenza con cui è stato istituito il culto domestico ne ha rallentato la nuova incarnazione.

Non si può parlare di Perniola senza citare Ágalma, la rivista nata nel 2000 che rappresenta il dono più importante che ha fatto alla cultura italiana, e al luogo in cui ogni anno si tenevano i seminari della redazione, Nemi, il piccolo centro situato sopra un lago tra i castelli romani.

Perniola passava i due mesi estivi a Nemi, era conosciuto e riconosciuto da tutti come il Professore, qui è stato aggredito da un cane ‘ferocissimo’ che per poco non lo uccide, nell’aggressione riporta la rottura di un polso e dieci morsi gravi nel corpo; il luogo dell’incidente è in prossimità della zona a cui la tradizione attribuisce lo sbranamento di Atteone per opera dei suoi cani, fatto legato al mito di Diana.

Tutto a Nemi sussurra il nome di Diana, e di Caligola, basta saper ascoltare e Perniola era sempre in ascolto e non può non legare un evento personale a un mito. D’altronde, una volta fondato, un mito ha la pertinace tendenza a ripetersi. Nemi e il suo lago sono il contraltare del lago di Castel Gandolfo, sede estiva del Pontefice, mentre a Nemi si custodisce il culto pagano di Diana. Anche questo aspetto tra il sacro e il profano torna nelle sue tematiche[4].

Tra il Novecento e il Duemila, Mario Perniola sarà tra i tre o quattro pensatori fondamentali, colui che heideggerianamente ha pensato il considerevole o ciò che è da pensare, la cultura e le istituzioni italiane hanno di nuovo perso l’occasione per valorizzare degnamente e ascoltare una delle sue voci più essenziali.

Completamente trascurato lo studio Dopo Heidegger Filosofia e organizzazione della cultura (1982), inavvertito Presa diretta estetica e Politica[5] (1986) totalmente ignorato Del sentire cattolico[6] (2001), ci vorranno tra i cinque e dieci anni, a partire da oggi, prima che le varie istituzioni culturali e massmediatiche ne prendano visione, e a quel punto sarà troppo tardi, sarà stato già frainteso.

« Il fatto che tali ambiti non riescano più a svolgere una effettiva mediazione culturale tra la filo­sofia e la società nel suo complesso può a prima vista sembrare una liberazione da forme di condizionamento e di costrizione talora particolarmente gravose e limita­tive: per esempio, la possibilità di rivolgersi direttamen­te attraverso la televisione a milioni di persone anziché a poche migliaia di uomini di buona volontà, di persone colte o di ricercatori e scienziati, appare come la tanto attesa e tanto bramata realizzazione della vocazione universalistica della filosofia. In realtà parlando a tutti, il filosofo non parla più a nessuno: non tanto per la dif­ficoltà di trovare un linguaggio accessibile ad uditori co­si sterminati, cosi vari ed eterogenei, quanto perché or­mai dovrebbe porsi come un aspirante alla direzione della società, della chiesa, del governo, delle istituzioni internazionali, per poter avere l’impressione di soddisfa­re la domanda che proviene da un pubblico cosi immer­so nel mondo empirico. E se egli non può o non vuole porsi come un candidato al potere, non gli resta che es­sere un membro della società dello spettacolo insieme a cantanti, sportivi, e saltimbanchi, tutte persone che esercitano mestieri degnissimi, ma non particolarmente affini alla filosofia, né particolarmente adatti a ricosti­tuire il rapporto tra sapere e società. La possibilità che gli viene preclusa è proprio quella più semplice e più ov­via, la possibilità cioè di fare il mestiere che ha impara­to, di essere semplicemente un teologo, un ideologo, uno scienziato »[7].

Sono affermazione tratte proprio da Dopo Heidegger del 1982, testo che andrebbe immediatamente ristampato. Si parlerà, probabilmente lo farà il giornalista di turno o il tele politico più accorto, di profezia e si tenterà di ‘arruolarlo’ in qualche fazione politica, nel peggiore dei casi si istituirà un premio a suo nome.

«Ma così va perduta completamente la ra­gion d’essere stessa dell’organizzazione culturale: l’apo­stolato, la propaganda, la divulgazione di una verità scientifica sono sostituite dall’intrecciarsi di trame prive di specifici connotati religiosi, politici o culturali, pro­prio perché devono attraversare tutti questi ambiti. Le istituzioni culturali tradizionali diventano forme vuote suscettibili di essere riempite di qualsiasi contenuto. L’organizzatore culturale è costretto ad assimilarsi e confondersi con faccendieri e mestatori d’affari, il suo potere diventa paragonabile a quello di un boss mafio­so. E se egli non vuole o non può rassegnarsi all’impo­tenza della chiesa, del partito e dell’università intese co­me forze culturali autonome, non gli resta che diventare filosofo, cioè di cercare da solo un senso alla propria attività […] Certo si possono individuare con profitto le cause di questo profondo sovvertimento, che toglie alla filosofia la sua socialità intrinseca, costringendola a scegliere tra lo spettacolo, la ricerca di strumenti di potere e uno estremo isolamento, e che toglie all’organizzazione della cultura la sua razionalità intrinseca, costringendola a scegliere tra la mafia, la ricerca di fondamenti teorici e un’estrema impotenza, nelle profonde trasformazioni storiche in atto, negli odierni radicali mutamenti sociali, nell’avvento e nella diffusione capillare degli strumenti di comunicazione di massa »[8].

L’inappartenenza, la voce del silenzio, l’indifferenza verso la riuscita, il distacco ereditato dallo stoicismo e dal buddismo zen (bella la definizione di ‘filosofo del sorriso’, un sorriso così simile a quello dell’iconografia del Buddha), verranno fraintesi, dimenticati e rovesciati nel loro contrario.

Anticipo già al fraintenditore di turno che non è stata profezia ma presa diretta tra sapere e potere, tra cultura e società, nel solco della ‘realtà effettuale della cosa’ di Machiavelli.

« C’è la convinzione implicita he l’intera civiltà politico-culturale aperta dall’Illuminismo, fondata appunto sul binomio scienza-ideologia, sull’università e sull’opinione pubblica, sul sapere di stato e sul consenso sociale, è entrata in una crisi che molti fattori inducono a ritenere irreversibile e fatale »[9].

Sono affermazioni datate 1986, in pieno entusiasmo craxiano nell’illusorio scintillio degli anni ’80. Date queste premesse, come si diceva un tempo, non posso che rinviare alla lunga introduzione a Del sentire cattolico (il titolo perché non posso non dirmi cattolico è già una risposta a Bertrand Russell), in cui afferma che la lunga eredità scientifico umanistica-filosofica, dopo l’abdicazione dell’università, sia ormai rappresentata unicamente dalla chiesa cattolica, nel sentire cattolico svincolato dalla fede.

L’editore Mimesis ha aperto una collana Opere di Mario Perniola, di cui le storiette erano il primo numero, se ho ben interpretato i segnali si annuncia un’autobiografia, e più verosimilmente la riedizione di opere non più edite. L’esistenza intermedia di Mario, l’antarā, potrà essere incontrata in queste opere, e tra le righe non faremo fatica a rintracciare il sorriso del ‘filosofo del sorriso’.

C’è una correlazione, non troppo carsica, tra Perniola e un altro Mario che considero un maestro, Mario Luzi. Se il poeta toscano nasce con una giovanile infatuazione filosofica è solo in un secondo momento che passa alla poesia, Perniola, al contrario, inizia come letterato per poi passare alla filosofia. Entrambi hanno avuto un ‘luogo incontrato’; Pienza è il rifugio estivo di Luzi, in transito da Firenze, mentre Nemi lo è di Perniola, in transito da Roma, entrambi ‘uomini da un solo matrimonio’ hanno avuto al loro fianco l’affetto di una sorella.

Anche nell’eleganza, nella signorilità, nel distacco dal chiacchiericcio mediatico e nella chiarezza espositiva della scrittura si possono rintracciare delle affinità.

In conclusione, per tentare una risposta alla domanda non detta, l’essere stato allievo di Mario Perniola vuol dire aver compreso che è necessario essere indifferente alla riuscita, e che questo distacco può portare al raggiungimento dello scopo prefissato, magari nel momento in cui lo stesso non è più importante; nel contempo significa capire che in un computo complessivo sono più importanti i nemici (o i critici più feroci) degli amici, perché i primi sono il pungolo all’azione. Oltre alla dedizione instancabile al lavoro di studio e di ricerca.

Grazie di tutto Professore.

[1] M. Perniola, Del terrorismo come una delle belle arti Storiette, Mimesis, Milano, 2016, p. 27.

[2] M. Perniola, L’estetica del Novecento, Il Mulino, Bologna, 1997.

[3] M. Perniola, Bataille e il negativo, Feltrinelli, Milano, 1977.

[4] Perniola Più-che -sacro più – che- profano, Mimesis, Milano, 2010.

[5] Il testo è stato riedito nel 2012 nel numero 24 di Ágalma.

[6] Il testo è stato da poco tradotto in francese.

[7] M. Perniola, Dopo Heidegger Filosofia e organizzazione della cultura, Feltrinelli, Milano, 1982, p.13-14.

[8] M. Perniola, op cit., p. 15.

[9] M. Perniola, Presa diretta estetica e Politica da Nietzsche a Breivik, Ágalma N. 24, ottobre 2012, Mimesis, Milano, p.25.