"L'ultima menzogna" di Giovanni Pannacci

“L’ultima menzogna” di Giovanni Pannacci

Recensione di “L’ultima menzogna” di Giovanni Pannacci.

Conobbi di persona Giovanni Pannacci nel 2009, al tempo di un libro-conversazione con Paolo Poli (quanto ci manca, davvero) uscito con Perrone (Siamo tutti delle gran bugiarde) per poi rincontrarlo, questa volta non fisicamente ma solo nella lettura, con un libro bellissimo che, a mio avviso, non ha avuto il successo che meritava (La canzone del bambino scomparso).

Ho avuto tra le mani il suo ultimo lavoro, L’ultima menzogna (Fernandel), prestissimo eppure, ed è una colpa, ne scrivo solo ora (a quasi sette mesi dall’uscita). Un ritardo non giustificato per almeno due motivi: Giovanni Pannacci è un autore intelligente e colto, una persona che stimo moltissimo; il libro in questione ha una forza attrattiva incredibile, come un quadro in cui ogni elemento si può riconoscere solo scavandolo con gli occhi.

C’è qualcosa di decadente sin dalla copertina – una spiaggia autunnale che fa da anticamera non al mare ma a un cielo nuvoloso e spesso che richiama, se non pioggia, almeno all’assenza momentanea del sole – per poi proseguire con una morte immediata che sembra essere causata dall’aria e non dalla mano di un uomo.

È una storia di margini, quella di Pannacci, di solitudini; una storia che parla – attraverso lo strumento caleidoscopico della letteratura – agli ultimi, quelli di cui avrebbero potuto parlare, in maniera diversa, De André o Saba, Pasolini o Pozzani.

In una Rimini anteposto di una Romagna che non è quella sanguigna di Fellini o profondamente terrena di Cavina, un uomo, Nikel, è l’ombra della sua stessa ombra e di tante ombre senza nome. Un emarginato – giunto in Italia per un dei tanti motivi che spingono gli uomini a migrare e a muoversi – i cui unici refoli di felicità li deve a un bibliotecario, depositario simbolico di una letteratura che è vita e che pazientemente riesce a insegnargli la nostra lingua. Grazie a un incontro con una scrittrice, l’uomo si ritrova a vivere un’esistenza alternativa, parallela, squisitamente letteraria il cui primo strumento è proprio quella lingua fino a poco tempo prima sconosciuta. Amore, rammarichi, paure, esistenze che si plasmano come la roccia: un mondo che si conosce e si costruisce attraverso le pagine dei libro, attraverso le storia.

Eh, sì. Giovanni Pannacci ci regala un libro la cui protagonista assoluta è proprio la letteratura. Un libro di libri e non è un gioco di parole: storie che si incontrano e si scontrano, presente e passato (anzi presenti passati) che si mescolano fino quasi a sovrapporsi, attrazioni e pericoli, realtà e finzione sono solo alcune delle tante dicotomie che ritroviamo in questo romanzo incredibile.

Ti ci affezioni a Nikel perché è un personaggio al tempo stesso complesso e semplicissimo perché profondamente umano: un antieroe moderno che agisce nell’ombra e che, nell’ombra, trova il suo compimento.

Pannacci, a mio avviso, mostra, in L’ultima menzogna, una qualità letteraria e una maturità stilistica che fanno di questo libro uno dei romanzi più interessanti del 2016 (un plauso va anche alla casa editrice, Fernandel, che ci ha creduto) e un momento di passaggio per questo autore. Mi piacerebbe capire tutto questo humus a cosa porterà ma in fondo, dentro di me, sono sicuro che saprà cosa farci.

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