“L'internata numero 6” di Maria Eisenstein

“L’internata numero 6” di Maria Eisenstein

Alcune riflessioni inerenti la riedizione anastatica de: “L’internata numero 6” di Maria Eisenstein, curatore lo storico C. Spartaco Capogreco per l’editore Mimesis (2015).

L’autrice si trova in un luogo in cui decine di donne, giovani e anziane, di nazionalità diverse, sono costrette al confino dal regime fascista. Occorre un permesso se vogliono fare una passeggiata fino al paese a partire dalla villa fuori mano dove sono internate. L’autrice e protagonista del racconto, Maria Eisenstein, nata e cresciuta a Vienna in una famiglia di ebrei polacchi, emigrata in Italia per completare a Firenze gli studi proibiti agli ebrei in Austria dopo il 1938, è una donna colte, poliglotta, internata a Lanciano, in Abruzzo, con altre donne ebree straniere presenti sul territorio italiano al momento dell’entrata in guerra, il 10 giugno 1940. È lei L’internata numero 6, che pubblica nel 1944 una delle più precoci testimonianze dell’internamento italiano di cui Spartaco Capogreco è uno studioso attento. Fuggita da Lanciano, dopo il matrimonio con un correligionario, pure lui fiducioso nel “rifugio precario” in Italia, arrivano a Bari, Napoli, Roma, ormai libera che pullula di giornalisti, scrittori, artisti, animati e sostenuti dall’entusiasmo

Una storia simbolo, una documentazione non effimera di questi anni inquieti, scrive il primo editore Donatello De Luigi che nella Roma appena liberata avviava due collane; “Quaderni politici” con lo scopo di dare voce agli scrittori banditi per vent’anni dall’Italia e “I libri del giorno” per mettere nella luce della cruda verità al pubblico italiano “documenti, testimonianze di protagonisti grandi e oscuri”; questi gli accenti della brochure promozionale dell’epoca riportati nel saggio del curatore che introduce il volume. I titoli della collana “I libri del giorno”, prima de “L’Internata numero 6 “ (stampato nell’ ottobre 1944 dunque pochi mesi dopo la liberazione di Roma del 4 giugno) erano stati “La morte ha bussato tre volte, Il diario di un torturato all’inferno di via Tasso”, (Curatola) “Hitler segreto. Le rivelazioni del capo del “fronte nero” (Strasser) e Remarque con “All’Ovest niente di nuovo”. Per qualche tempo di il libro M. Eisenstein è stato ritenuto un racconto esemplare di un’autrice fantasma; solo anni di ricerche hanno consentito di ricostruire la sua vicenda e il microcosmo che ha impedito che la sua testimonianza fosse conosciuta.

Nel diario/romanzo ci sono osservazioni di umana quotidianità; “È buffo vedere come tutte queste mogli amino i mariti che ora sono lontani da loro” scrive nel capitolo VII, e fa riferimento ai matrimoni misti: “Sembra si tratti di tanti matrimoni modello. Le mogli più affezionate sono le ariane che hanno sposato ebrei …mentre non ho ancora visto una moglie ebrea col marito ariano che l’abbia seguita nell’emigrazione”. Maria per fortuna si sbagliava. Laura Capon incontrò Enrico Fermi durante gli studi all’università La Sapienza di Roma. Il matrimonio fu celebrato nel 1928. Dieci anni dopo la famiglia Fermi decise di fuggire dall’Italia fascista governata da Mussolini, anche perché Laura Capon Fermi era ebrea. Cogliendo l’occasione del viaggio in Svezia, dove Enrico Fermi ricevette il Premio Nobel per la Fisica, lasciarono Stoccolma per andare direttamente negli Stati Uniti. Però forse questa è la storia di una famiglia speciale.

Diversi i ritratti delle internate, quasi digressioni biografiche quelli di Ilona, nata a Pressburg da genitori ungheresi, o Sascia che “era nazi”, c’è la vedova ebrea, anziana, isterica, cattivella che si leva il pane di bocca per mandare dei pacchetti alla sorella, a Vienna, dove è morta da mesi; ma la vedova è così attaccata alla parente che nessuno osa informarla che il pacchetto è tornato indietro con la scritta Addressat verstorbern.

C’è una babele di lingue a Villa Sorge, il luogo dell’internamento a Lanciano; Maria ironicamente chiama ukas, ovvero un detto dello zar con forza di legge, la legge non scritta che imporrebbe quale lingua comune l’italiano e commenta “ma il cinquanta per cento delle internate non sa l’italiano” mentre sono 5 le lingue dominanti: tedesco, inglese, francese, italiano e polacco; lei le parla o comprende tutte.

Venti i capitoli del diario; il decimo è capitolo cerniera dal contenuto onirico, la parola “Febbre” è l’incipit. Maria riflette su generazioni di mali femminili; il mal sottile delle nonne, l’emicrania delle madri, il nervoso delle figlie, mentre giace nel letto dell’ospedale di Lanciano che, le ha detto la suora, aveva poco prima accolto il professore confinato Aldo Oberdorfer[1]; mondi che si incontravano, quelli della suora e gli ebrei perseguitati e non si erano mai incontrati prima.

Il soggiorno in ospedale è un piccolo privilegio per Maria; il tempo e lo spazio tornano privati, le amiche in visita la invidiano. “Alcune delle mie compagne esprimono chiaramente questi pensieri e io rispondo col sapiente sorriso di chi ha sollevato il velo dell’immagine di Saiz (forse Sanzio) “Prima però bisogna quasi morire”. Una frase enigmatica che si spiega solo leggendo un racconto successivo di Maria; allude al lessico familiare, una espressione della nonna che reincontra a Roma prima della partenza per gli Stati Uniti. Il racconto è Il Ciuffo della Bugia[2], una novella intima che illumina infanzia e giovinezza di Maria. Se ne gode la lettura in appendice all’ edizione Mimesis; intenso il ruolo dei nonni nell’infanzia di Maria, e della nonna in particolare negli anni dell’adolescenza viennese. “Nonna voglio morire non mi piace la vita. La vita mi fa male” “Non si muore così presto piccina, prima bisogna tormentarsi molto”.

Al capitolo XI una digressione, si torna al 1940 all’arresto del 17 giugno; 7 giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia e 6 giorni dopo che a Maria era stata comunicata la morte del padre in Polonia. Un ometto in borghese della questura la preleva dalla sua stanza in affitto. Giuba, Macedonia e Africa sono le marche delle 10 sigarette al giorno che Maria riesce a negoziare con il direttore del carcere di Catania ma quanto ai titoli citati della biblioteca del carcere forse Maria ricorda male, li definisce due volumi della Biblioteca Salani per signorine, uno di essi certamente lo era, “L’erede dei duchi di Sailles” (La fine dei duchi non so più come scrive Maria) è correttamente attribuito alla Delly e appartiene alla collana citata. Del secondo romanzo: Le colpe dei padri, scrive Maria ma il titolo esatto è “La colpa del padre”; titolo ancora richiesto dagli appassionati, rilegato preziosamente nelle edizioni dei Romanzi Salani. Un tassello interessante sulle biblioteche in carcere di quegli anni. Capita però che il direttore del carcere si indigni perché Maria in una lettera intercettata cita la mirabile descrizione della peste fatta da un certo Alessandro Manzoni. Il comandante le comunica che il direttore è fuori di sé per lo spregio di Manzoni: “Ce l’avete in Polonia uno scrittore come Alessandro Manzoni?” e giù così. Ed ecco che Maria esplode: “O se aveste una figlia, …una figlia che si trovasse all’estero in un momento simile in una cella di carcere con delle prostitute sifilitiche se aveste una figlia…

La forza di Maria posa sulla sua cultura; cita Winckelmann Goethe, Manon Lescaut, Dostojevski, Proust, Brecht …. e quando a Villa Sorge organizzano la serata “Après la fête, le déluge”, usa il termine make–up, compiaciuto anglismo di cui non risulta esistere equivalente termine autarchico.

“La statua di Laocoonte è bellissima ho imparato a scuola che Winkelmann ha creato il capolavoro perché appunto Laocoonte non grida ma si vede lo stesso quanto soffre. Ed è bello; forse anche la nostra sofferenza è bella”. La bellezza come forza emancipatoria, sete di conoscenza e rifiuto della volgarità per non perder la propria dirittura morale… Ma questa è anche la Lezione di Primo Levi.

La prima edizione de “L’internata n. 6” ha per sottotitolo “Donne tra i reticolati di un campo di concentramento” anche se non vi furono reticolati nel racconto di Maria ma una strategia di resistenza individuale. Così fu definito dai contemporanei questo diario, espressione molto prossima a quella di resistenza spirituale coniata negli stessi anni da Miriam Novitch, ebrea bielorussia nata nel 1908. Studi a Vilna, emigrata in Francia prima della guerra, arrestata come partigiana francese nel giugno 1943, rinchiusa nel campo di Vittel in Francia, presso Drancy, deportata ad Auschwitz il 29 aprile 1944, nel 1946 Miriam Novitch emigrò in Palestina e fu tra le fondatrici nella Galilea occidentale del Kibbutz Lohamei a Gettaot, “I Combattenti del ghetto” e creatrice del museo inaugurato pochi anni dopo, Beit Lohamei Hagettaot. Si tratta del primo museo del mondo sullo sterminio degli ebrei d’Europa e l’unico museo costruito da sopravvissuti; sottolinea l’eroismo, la vittoria dello spirito umano e la capacità dei combattenti della rivolta nel ghetto di Varsavia di ricostruire la loro vita nella Terra di Israele. A quei ghetti polacchi fa riferimento Maria nei passaggi più ebraici del suo diario che più avanti si riportano.

Miriam Novitch conia dunque l’espressione “Resistenza spirituale” per ogni manifestazione artistica realizzata al tempo della Shoah; il professor Giuntella, docente all’università Sapienza dove avevo studiato, mi propose di fare ricerca nel museo del Kibbutz e soprattutto di incontrare Miriam Novitch cosa che feci durante nel mio primo soggiorno di studi in Israele nel 1981. Più tardi mi resi conto della sintonia tra l’espressione resistenza Spirituale e quella usata da Vittorio Emanuele Giuntella riferita agli Internati Militari Italiani della cui vicenda egl fu uno dei primi storici e testimone:“resistenza disarmata, ma non inerme e inefficace

Maria Luisa o più esattamente Maria Ludwika Moldauer, poi Maria Eisenstein per matrimonio, l’internta n. 6, nasce a Vienna il 22 settembre 1914 da una famiglia ebraica di origine polacca, sposa il 5 febbraio del 1942 Samuel Eisenstein un ebreo rumeno studente di medicina in Italia, conosciuto nell’internamento fascista a Guardiagrele in provincia di Chieti. Lo ha conosciuto dopo aver lasciato il campo di internamento femminile di Lanciano dove ha convissuto per 5 mesi nel 1940 con un accozzaglia di 75 donne; in Maria quel termine è carico di pietà.

Le nozze di Maria e Samuel furono officiate dal rabbino di Ancora, rav Elio Toaf allora giovanissimo e non senza una speciale autorizzazione del ministero dell’interno. Gli sposi si misero in salvo nel 1943 attraversando il bosco della Defensa come altri profughi e sbandati diretti al Sud, guadarono il fiume Sangro con l’aiuto di passatori ma prima ancora il sindaco di Lanciano aveva favorito la loro fuga. Susanna Lewinger, una coetanea di Maria pure passata per Villa Sorge, e Samuel sono i tre ebrei che Alba de Céspedes, poi fondatrice della rivista letteraria Mercurio, incontra nel bosco in ottobre, li definisce “polacchi e studenti, lontani dalla loro casa” in scritti successivi apparsi nella rivista. Di loro scrive “Mi piacciono le loro voci, l’incerto italiano, le discussioni aperte”. L’attraversamento della Linea Gustav vale ricordarlo era molto rischioso per via delle mine, dei burroni, del gelo e della presenza armata di nazifascisti nella zona. I tre studenti polacchi oltrepassarono le linee, furono salvi e giunsero a Bari.

Le ricerche del curatore hanno consentito di conoscere l’attività di Maria nell’immediato dopoguerra. “La signora Maria Eisenstein ha parlato sul tema Incomprensione conducendo l’uditorio ad un esame serio e profondo delle cause dell’antisemitismo” così riporta la rivista Israel citata appunto da Capogreco. Dopo aver lavorato a Napoli e a Bari per gli alleati, Maria e Samuel si erano stabiliti a Roma dove Maria contribuisce da subito al disvelamento di quanto accaduto. Le sue conferenze sono focalizzate sulle incomprensioni storiche tra popoli e religioni sulle colpe dell’Occidente che nel corso dei secoli aveva consentito una sostanziale e nefasta continuità all’odio antiebraico seppure con contenuti e responsabilità di volta in volta differenti. Un embrione delle sue future riflessioni è celato nel capitolo V: “Ci ammazzerà tutti, l’ ha promesso. Sterminerà la razza. Non la religione, la razza. L’inquisizione faceva una questione di religione, ma poneva un aut aut, c’erano due vie, la vita o la morte. Bastava un po’ d’acqua santa. Ora si tratta di razza. Razza odiata, temuta, invidiata, eterna. Eterna fino a quando? Finché vorrà Dio o finché vorrà Hitler? Hitler non è lo strumento di Dio come non lo è stato Enver Paschià. Un milione di armeni (ora sappiamo che furono di più) sono stati assassinati per volere di Enver, e lui è morto ha pagato con la vita e gli Armeni ci sono sempre. Ma Hitler…egli ci odia più di Haman, più di Torquemada, più di Petljura … ( qui il riferimento è ai pogrom anti-semiti che accompagnarono la Rivoluzione del 1917 e continuarono durante la Guerra civile russa) Non so perché ci odi così orrendamente. Vuol sottomettere tutti, slavi latini anglosassoni ma lo vuol fare per asservirli alla sua patria. Noi no, non ci vuole asservire alla sua patria. Ci odia privatamente follemente… Vuole ucciderci…. Vedo i cadaveri degli ebrei e me tra loro riconoscoi miei nonni che ho adorato, la mia bella madre, una fila lunga 17 milioni di corpi. Aiutami signore, scaccia questi incubi, salvaci, salvami.

Una testimonianza se ne servissero ancora di come fosse chiaro, almeno agli ebrei stranieri presenti in Italia, la sorte loro riservata.

Della stolida Marfisi, la massaia che si pretende direttrice del campo di Lanciano, e che a tutela di se stessa sarà la prima boicottatrice delle memoria di Maria, scrive “Non dovrei piangere perché una donnaccia infame mi obbliga a correre, come un cane fedele al suo fischio, quando la deportazione dei miei nonni nel ghetto di Litzmannstadt espone quanto di più caro mi è rimasto al mondo a torture infinite e innominabili. (Fa riferimento al ghetto di Lodz). Pregare perché muoiano o perché sopportino? Mio padre chi l’ha ucciso? Ha indossato l’uniforme di un paese che ha costretto sua figlia a compiere gli studi universitari all’estero e che nel 39 ha vietato a questa figlia il ritorno in patria.

Consideriamo queste parole alla luce del fatto che solo nel 1945 in Italia si prende coscienza della vastità delle deportazioni, si piangono i morti cercando di ricostruire la propria vita e la propria vita ebraica. Israel Zoller rabbino capo di Roma dal dicembre del ’39 al giungo del ‘44 pubblicava già nel 1945 il olume Antisemitismo scritto durante i mesi dell’occupazione tedesca e mentre era in corso la Shoah. È un libro che precede di tre anni il libro, troppo poco conosciuto, di Jules Isaac, Jésus et Israël del 1948, l’opera che dimostra il legame esistente tra antiebraismo e antisemitismo e la necessità di una revisione dell’insegnamento del disprezzo.

Una volta a Roma Maria riannoda i contatti con l’amica degli anni fiorentini Gabriella Bemporad che certamente insieme ad Annabella Falco Tedeschi sono state vigili amiche anche dei testi di Maria che, per testimonianza di Alba de Céspedes, scriveva di getto in italiano.

In una nota alla riedizione del 2014 si legge quanto si è mosso grazie alla riedizione del 1994 pure curata da S. Capogreco in occasione del cinquantenario dalla prima pubblicazione, data alle stampe nello stesso anno in cui Maria si è spenta negli Stati Uniti ospite di una casa per anziani e purtroppo non raggiunta dalla notizia della ripubblicazione del suo diario. Studiosi e insegnanti che avevano con quel libro scoperto o riscoperto l’Internata n. 6 e il campo di Lanciano hanno pure recuperato attenzione all’internamento in Abruzzo; non ultimo tra gli eventi che ne sono seguiti un corso di drammaturgia del 2007, diretto da Dacia Maraini a Gioia dei Marsi, fu testualmente proposto “per ridare vita a Maria Eisenstein”. Alla storiografia dunque il merito di catarsi della memoria.

Maria appartiene alla stessa generazione di Lea Sesteri, dalla vita parallela e inversa, tuttavia una prospettiva per comprendere meglio Maria. Lea è nata a Roma nel 1913, è vivente, fondatrice dell’Amicizia Ebraico Cristiana di Roma.

Si iscrive nel 1931 alla Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza, si specializza in lingue semitiche nel 1935, l’anno successivo sposa Umberto Scazzocchio, allora Segretario della Comunità ebraica di Roma. Nel 1936 i giovani sposi accettano di trasferirsi in Eritrea, dove Umberto lavora come avvocato e Lea insegna Lettere al Liceo italiano di Asmara. Viene anche nominata conservatrice dei manoscritti etiopici della biblioteca statale. Nel 1938 nasce il figlio Claudio, proprio nel momento in cui, con l’entrata in vigore delle leggi razziste, Lea viene licenziata e Umberto può lavorare solo collaborando di nascosto con un “ariano”. Il fratello Giuseppe, che era già emigrato in Uruguay, procura loro un visto, e così gli Scazzocchio riescono a raggiungerlo nel 1941, passando per il Portogallo. Lea riceve un incarico di insegnamento all’Università di Montevideo: Lingua e letteratura greca, e successivamente anche Ebraico e Cultura biblica. Fonda e dirige la rivista sefardita “Amanacer”. Per due anni, nel 1968-70, Lea insegna Lingua e letteratura greca all’Università di Beer Sheva (allora non ancora indipendente dall’Università di Gerusalemme) e anche Italiano all’Università di Tel Aviv. Nel 1979 i coniugi Scazzocchio rientrano in Italia. Lea riceve un incarico di insegnamento – Ebraismo postbiblico – presso la Pontificia Università Lateranense, dirige la collana “Radici” per la Casa editrice Marietti, è tra i fondatori dell’”Amicizia ebraico-cristiana” di Roma, collabora con la “Rassegna mensile di Israel”, partecipa ai Colloqui ebraico-cristiani di Camaldoli, tiene conferenze all’(Adei-WIZO) Associazione Donne Ebree d’Italia, al (SIDIC) Servizio Internazionale di Documentazione Ebraico-Cristiana, agli incontri del (Sae) SEGRETARIATO per le ATTIVITA’ ECUMENICHE. Lea, che forse mai ha incontrato Maria, prosegue quel cammino di dialogo che Maria aveva iniziato a Roma.

Il Centro Primo Levi di N.Y. si è occupato di ebrei stranieri internati in Italia di cui Anna Pizzuti ha curato i dati e il portale sugli ebrei stranieri in Italia durante la seconda Guerra mondiale (http://www.annapizzuti.it/) http://www.annapizzuti.it/regioni/abruzzo.php

Nel suoi elenchi figura:

Moldauer Maria Luisa Figlia di Norberto, polacca nata a Vienna il 22.09.1915 incarcerata a Catania nel 1940, a Lanciano 04.02.1943, poi a Chieti

Marito Aizinstein Samuel Aron A Lanciano il 04.07.1940. A Guardiagrele (CH) il 13.12.1940. A Lanciano il 18.08.1942. Si allontana dopo il 14.09.1943

L’avvocato siciliano conosciuto da studente a Firenze, il Franco di cui Maria si innamora fino a raggiungerlo in Sicilia, forse era davvero antifascista come brevemente Maria accenna, ma nulla fece per alleviare la sua detenzione e poi il confino, buon per lui rimanere anonimo anche se il curatore ha appreso il suo nome da Samuel Aron Aizinstein. E tuttavia non sono pochi gli uomini di coscienza, capaci di impegno civile, che Maria ha incontrato. Tra questi il podestà di Lanciano che aiuta nella u fugau Maria e suo marito, l’avvocato Luigi Russo che custodisce la tesi di Maria per 20 anni, Donatello De Luigi (1944),Gianni Tronchida (1994) suoi editori, il tipografo Rolando Motta, il libraio Gaspare Casella, il tenente Mac Reegan, reale o finzione letteraria, Gianni Giovannelli e Spartaco Capogreco che ha restituito agli studiosi una storia esemplare.

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[1] Citato da Capogreco nel suo I sassi e le ombre Aldo Oberdorfer morirà a Milano per linfogranuloma maligno, autore di uno studio su Luigi II di Baviera, la città natale, Trieste, gli ha dedicato una via.

[2] Lügenschopf verosimilmente è l’ equivalente tedesco di ciuffo della bugia; termine raro e dialettale in uso in Austria e in genere nelle parlate tedesche meridionali.