L’”Infinite cool” di David Foster Wallace

L’”Infinite cool” di David Foster Wallace

Articolo di Emiliano Ventura sulla figura di David Foster Wallace, scrittore e saggista americano morto nel 2008.

«E questa è anche la ragione per cui chi vuole fare narrativa nella nostra cultura televisiva sta proprio nella merda. Che devi fare quando la rivolta postmoderna diventa un’istituzione della cultura pop?»[1].

Sono parole dello scrittore di culto David Foster Wallace, quando apparvero in Italia, fecero un certo effetto alla generazione di laureandi in Lettere (lui avrebbe detto “damerini dell’estetica”), tra la fine dei ’90 e i primi del 2000.

Nel 1999 la casa editrice Minimum fax pubblica «Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più» di Wallace, l’evento è stato come mettere gli occhiali da vista dopo una prolungata miopia.

«Gli scrittori tendono a essere una razza di guardoni. Tendono ad appostarsi e a spiare. Sono osservatori nati. Sono spettatori […] Gli scrittori guardano gli altri esseri umani un po’ come gli automobilisti che rallentano e restano a bocca aperta se vedono un incidente stradale: ci tengono molto a una concezione di se stessi come “testimoni”»[2].

Una raccolta esemplare per diversità di argomenti e acume critico, capacità di analisi del contemporaneo e chiarezza espressiva. Tra i vari lunghi saggi di quel libro, saltò subito agli occhi quello sul tennista Michael Joyce. Il tennis? Lo sport come argomento di un saggio, di più saggi, e addirittura la centro del romanzo capolavoro “Infinite Jest”. Noi, ‘damerini dell’estetica’, avevamo al massimo assistito a una tesi di laurea su Gianni Brera.

Per capire DFW è fondamentale conoscere un saggio, quasi coevo a uno dei racconti lunghi più belli e celebri («Verso occidente l’impero dirige il suo corso»), il testo in questione è «E Unibus Pluram: gli scrittori americani e la televisione», il racconto è edito nel ’89 e il saggio nel ’90.

Le date di pubblicazione, si sa, sono prove indiziarie, ma l’argomento dei due testi è simile, è evidente come siano stati elaborati nel corso di un tempo ravvicinato. «Unibus Pluram» è uno dei saggi più belli, e anche tra i più lunghi, per chi sia stato uno studente universitario, questo saggio può rappresentare un prezioso specchio, un accordo già sentito in un’armonia generale. Non si vuol dire che il saggio non sia originale, al contrario, si vuole metter in risalto l’unicità di un’esperienza condivisa.

Tra queste pagine Wallace spiega il ruolo dell’ironia nella letteratura postmoderna americana, di come poi sia passata alla tv e alle sit-com e come poi, in fine, l’ironia sia stata usata, dalla tv in particolare, per sottrarre autorità alla cultura in generale.

La tesi di Wallace è che oggi la cultura americana tout court, risulti permeata dall’ironia, dal cinismo e dalla destrutturazione che una volta fungevano da critica e da pungolo, mentre oggi sono l’istituzione stessa. Ciò porta a una carenza di relazioni, di affetto e di sincerità.

Il fatto, terribilmente naturale, è che noi iperacculturati ricercatori e laureandi in lettere, (i famosi ‘damerini’ di cui sopra) apparteniamo a una generazione crescita nella cultura di massa, cioè a dosi massicce di tv, sport, fumetti, film e pubblicità (esattamente come David Foster Wallace).

Leggere un saggio su «Velluto blu» e «Twin Peaks» di David Lynch, trovare insieme ad argomenti sulla letteratura postmoderna americana (Pynchon e DeLillo) dei riferimenti ai telefilm M*A*S*H o «Mary Tyler Moore» o «Miami Vice» è stata una rivelazione.

Non c’è dubbio, la mia (e la nostra) realtà è molto più vicina a «Twin Peaks» che non a tanta letteratura verista, naturalista, decadente o neorealista, così come l’abbiamo studiata e approfondita per anni; ancor più semplicemente, il gesto reiterato del pollice alzato di Fonzie ci ha segnato molto di più di ‘chiare fresche dolci acque…’.

C’è il ruolo pervasivo della tv e della pubblicità, gli stati depressivi, la competizione agonistica come metafora della competizione tra studenti e tra lavoratori della società dei consumi americana, c’è il ruolo della “metafiction” o letteratura postmoderna, ci sono le difficili relazioni personali. Per queste considerazioni, e per tante altre che non posso riferite in questa sede, ‘l’effetto Wallace’, dovuto all’edizione dei suoi libri, è stato come mettere gli occhiali da vista dopo anni di miopia.

David Foster Wallace ha sofferto di depressione per tutta la vita, per venti anni ha preso un antidepressivo che a lungo ha provocato effetti dannosi allo stomaco. Nel 2007 ha deciso di cambiare farmaco, in un anno ha perso trenta chili, il nuovo farmaco non funzionava e ha cercato di tornare a quello vecchio. Purtroppo, anche quello, ormai non faceva più effetto. Dopo qualche mese di sofferenza, David Foster Wallace, si toglie la vita nel suo appartamento, era il 12 settembre del 2008 e lui aveva 46 anni.

***

[1]D.F. Wallace, E Unibus Pluram: gli scrittori americani e la televisione in Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più, Minimum fax, Roma, 2001, p. 107.

[2] D.F. Wallace, Op.cit., p.34.