«Il libro degli specchi» di Eugen Ovidiu Chirovici: le sfaccettature della verità

«Il libro degli specchi» di Eugen Ovidiu Chirovici: le sfaccettature della verità

Recensione di «Il libro degli specchi» (Longanesi, 2017) di Eugen Ovidiu Chirovici.

Quanto sarebbe più facile scrivere nella propria lingua madre. Quella che contribuisce a formare i nostri pensieri e guida la comunicazione umana verso lidi sicuri. Perché non si tratta solamente di termini stampati su un dizionario, ma di regole sedimentate nel cervello e il cui funzionamento è naturale quanto il respiro o la digestione. Ci sono però alcuni che decidono di cambiare: trapiantati in terra straniera, la comunicazione può adottare nuove regole trasformando così l’elaborazione dei pensieri. In alcuni paesi, poi, questo già lento cammino verso il cambiamento viene frenato. Come accade nel nostro, per il quale l’integrazione comunicativa, e sociale, vale solo per i mestieri umili. Chi volesse accedere all’universo letterario da straniero avrà le sue difficoltà: la scrittura immigrata in italiano è infatti messa un po’ da parte, guardata più con paura che come possibilità evolutiva. Ecco allora che la letteratura italiana contemporanea è tutta sulla stessa linea d’onda, se si escludono appunto gli scrittori migranti.

Per fortuna, però, all’estero non mancano esempi nobili di autori stranieri accolti nella cerchia autoctona e spinti verso il successo nonostante la migranza. È questo il caso recentissimo di Eugen Ovidiu Chirovici, rumeno trapiantatosi adulto in Inghilterra e autore di un caso letterario come Il libro degli specchi. Suo primo romanzo in lingua inglese, dopo una carriera in patria come giornalista e scrittore, è stato conteso durante la Fiera di Francoforte del 2015 con aste da record che ne hanno decretato la pubblicazione in 38 paesi. Uscito in Italia per i tipi di Longanesi a febbraio 2017, il thriller si è aggiudicato la palma delle vendite mensili nostrane insieme con altri nomi di spicco: per gli italiani Chiara Gamberale (Qualcosa) e Alessandro D’Avenia (L’arte di essere fragili), Kent Haruf (Le nostre anime di notte) e Georges Simenon (La casa dei Krull) per gli stranieri.

La lingua inglese non sembra affatto essere d’intralcio all’esordio letterario di un rumeno in lingua straniera, per di più se si tratta di un over 50. Anzi, il romanzo non ha nulla di che vacillare. Come a dire che se l’impianto della storia è saldo, il sostegno al migrante che scrive è assicurato. E senza bisogno di mostrare la propria nazionalità; almeno in Inghilterra, dove saper scrivere bene basta a se stesso. La storia è un intreccio perfetto di specchi; tre per la precisione. Ciascuno proietta le immagini elaborate dalle indagini di altrettanti uomini: Peter Katz, un agente letterario immerso nella propria lettura; John Keller, un giornalista alle prese con i propri tormenti amorosi; Roy Freeman, un agente di polizia malinconico e solitario. I tre momenti chiariscono l’intreccio senza però smentire se stessi: in ognuno c’è quella piccola verità conformata al punto di vista della singola soggettività. Tutto potrebbe essere valido, come accade nella realtà degli specchi che deformano mantenendo il soggetto originale. Il romanzo è una dimostrazione, infatti, di quante storie possano esistere intorno a un’unica vicenda: se la verità di fondo rimane sempre fedele a se stessa, le sue interpretazioni cambiano a seconda del vissuto di ciascuno. Proprio come succede quando il nostro cervello ricorda il passato: se le emozioni forti ne sedimentano il ricordo, il vissuto ne modella le fattezze influenzato dal contesto sociale e dalla forma mentis del momento. Dunque, Il libro degli specchi non ruota intorno a falsità smentite o verità indicibili: l’intreccio ci interroga invece sulle diverse modalità di elaborazione del passato. Come in fondo fa anche la lingua, modellandosi al vissuto di chi ne fa strumento comunicativo.