L'eterno fascino del quotidiano: «Se questo fosse vero» di Gerda Stevenson

L’eterno fascino del quotidiano: «Se questo fosse vero» di Gerda Stevenson

Recensione della raccolta poetica Se questo fosse vero di Gerda Stevenson, uscita per la collana Erranze. Traduzione di Laura Maniero.

Come un falò notturno la poesia di Gerda Stevenson in Se questo fosse vero, raccolta poetica edita da Ensemble, nella preziosa collana Erranze diretta da Gëzim Hajdari, avvince il lettore con la sua lieve magia incantatoria.

Mentre inseguiamo cervi e aironi, attraversiamo le vallate e i boschi della Scozia, i versi scorrono come ruscelli scintillanti e ci avvolgono come ruvida torba. Entriamo a far parte di un Creato che l’autrice delinea con grazia alchemica e che distilla per noi con la sua penna-alambicco.

A chi, come la sottoscritta, ha avuto il piacere di assistere a un reading della poetessa scozzese, appare ancora più evidente l’importanza della componente orale della parola. Stevenson, che oltre che poetessa è anche attrice e drammaturga, e che lavora in due idiomi, l’inglese e lo Scots, la lingua parlata nelle Lowlands, sa che portare in scena la Parola è ancora più importante che vergarla su in foglio. Appropriandosi di una dimensione tipica della letteratura di Oltremanica e facendo l’occhiolino ai testi poetici in antico inglese, l’autrice cattura il lettore e l’ascoltatore con allitterazioni avvolgenti come spire, con una musicalità unica che a volte ricorda le ballate: tra tutte, in particolare, la poesia “Wartime Skipping Rhyme”. Non a caso, Stevenson è anche una cantante affermata. Il suo lavoro più recente Night Touches Day colpisce, oltre che per la voce cristallina, anche per il sapore antico e il fascino d’antan di alcuni suoi pezzi.

La poesia di Stevenson però non si esaurisce nella Natura, non confabula con Corrispondenze di decadente memoria, non ricerca l’effetto. Si incarna invece nella quotidianità dove trova la sua espressione più forte e delicata.

Tre poesie in particolare, a mio avviso, emergono sulle altre: “Syndrome”, dedicata alla figlia, nella quale la pioggia delle Pentland scozzesi si mischia alle luci del mappamondo, che la poetessa gira facendo quasi uscire il mondo dal suo asse, che gettano ombre sul viso della bambina. Ciò che è piccolo e indifeso diventa un’identità “altra”, una nuova e diversa terra da scoprire, un territorio sconfinato come l’amore materno.

In “My Son Stepping Out” l’autrice osserva il figlio che si prepara ad andare a un ballo, con la criniera che ricorda John Lennon e indossando lo smoking bianco del nonno. Quando, giunto al cancello, il ragazzo si gira a salutare i genitori, il primo fiocco di neve della stagione si posa con delicatezza sul suo volto e, in quel momento, Stevenson si lascia andare a una candida e dolcissima confessione.

Ma, la poesia in cui dà maggior prova della sua sensibilità è “How to Tell Him”.  In questo testo, l’autrice racconta la telefonata che riceve e nel corso della quale apprende che la suocera è venuta a mancare. Dovendo riferire la notizia al marito, che ignaro sta leggendo il giornale, cerca di procrastinare quel momento e, con grande funambolismo poetico, tiene in vita chi non c’è più nel ricordo dei suoi gesti pieni d’amore. Per non recidere definitivamente il cordone ombelicale e trasformarsi nella Parca Atropo, Stevenson rammenta ciò che ha accompagnato in vita la donna, nella sua casa a duecento miglia di distanza: il ticchettio dell’orologio sulla mensola sopra il camino, quasi l’eco distante di un cuore, i fogli di giornale in cui avvolgeva le uova che spediva tutte le settimane per posta, fino alla mano che squamava i pesci i cui ventri creano iridescenti arcobaleni che, alla luce della sua scomparsa, sembrano ponti sottili sospesi tra qui e l’al-di-là.

Infine, occorre menzionare che alcune poesie di questa raccolta, sono dedicate all’efferata guerra nella ex-Jugoslavia. Questi testi di grande impatto sono tra i più alti dell’intera raccolta. Qui Stevenson lascia la placida quiete dei paesaggi scozzesi per immergersi in un mondo colmo di dolore e morte. La sua parola, sebbene intrisa di sangue, riesce nel duro compito di riportare la bellezza anche dove gli uomini hanno fatto del loro meglio per obliterarla. Ecco allora, nella Sarajevo crivellata dai colpi, spuntare rose di resina rossa a rammentarci che, anche nelle ore più buie dell’umanità, la Poesia è il seme della speranza. 

Se questo fosse vero è la raccolta più bella che io abbia letto negli ultimi tempi. Le poesie di Stevenson, pure come la neve e ardenti come il fuoco, sono un vero inno alla vita.