«L’emblema casto del passato» di Rocco Salerno

«L’emblema casto del passato» di Rocco Salerno

Recensione di «L’emblema casto del passato» di Rocco Salerno, una silloge in memoria di Dario Bellezza.

 Il poeta, docente e saggista calabrese Rocco Salerno, esegeta attento, acuto e appassionato  dell’opera di Dario Bellezza, ha dato recentemente alle stampe, per le Edizioni Confronto, la silloge – a lui ispirata – L’emblema casto del passato, già insignita, nella sezione opere inedite, del Premio Nazionale di Poesia “Libero De Libero”, XXXI edizione.  È un tributo, profondamente partecipe, alla memoria di un amico geniale e anticonformista, che riprende, in chiave suggestivamente lirica, il dialogo con lui, analiticamente e lucidamente critico, condotto nel 1994 mediante l’ampio saggio Utopia della speranza nella poesia di Dario Bellezza: un testo in cui Salerno – come afferma l’illustre prefatore Gualtiero De Santi – percorre “itinerari dentro il corpo di una testualità di cui condivide i sensi più segreti e quell’immota decadenza del sole, della violenza, delle illusioni, in cui Bellezza si fa l’angelo poetico dei nostri tempi”. Un discorso ove Salerno passa in rassegna con costante acribia e penetrante intuito psicologico le varie opere di poesia e di narrativa dell’amico, definito da Pasolini “miglior poeta della nuova generazione”, a partire da Invettive e licenze, spaziando attraverso la difforme fenomenologia del suo tormentato iter esistenziale alieno dai miti e dalle defezioni di una “società che rigetta sempre di più i valori e sempre più va alla deriva“: un iter assiduamente inteso alla ricerca della verità e della difesa “dai vandali dell’armonia” nel suo configurarsi come ascesa “alla Luce Suprema incarnata nella Poesia”, unico conforto nel suo “sciogliere in cantico” la disperazione “dell’individuo imprigionato in questa terra senza senso”, oscillando tra tenerezza e sarcasmo (per dirla con Giovanni Raboni). E ricorda di lui, sodale di Pasolini e di Sandro Penna, il “coltivare fino al parossismo…il mito di se stesso, il mito del paradiso perduto, dell’ innocenza pasoliniana attraverso il sesso…”. L’autore opportunamente dota la sua disamina  – nutrita di una acuminata penetrazione psicologica nelle pieghe più riposte della sensibilità di Bellezza – di un amplissimo corredo esemplificativo, citando numerosi lacerti lirici, a volte integralmente, e sempre accompagnandoli con incisive e lucide notazioni critiche.

Non ci meraviglia, quindi, che nella silloge L’emblema casto del passato Salerno riesca ad entrare in sintonia con il poeta “cogliendo ossessioni, atteggiamenti, circostanze riconducenti a episodi di vita da lui conosciuti e condivisi durante il suo soggiorno giovanile romano, prima ancora della sua natìa Roseto Capo Spulico e poi della sua elettiva Fondi”, come rileva l’acuto prefatore Leone D’Ambrosio. La poesia, che per Bellezza era una maledizione, per Salerno è tuttavia una ragione del cuore, antitetica ad ogni convenzione,  e qui egli presenta il poeta in un“quadro familiare” (di ricordi, di amici) dove “lo spazio è riservato ai sentimenti, alla negazione della morte, all’onesto panorama letterario felice di quegli anni, alla poesia che doveva salvare il mondo”.

Un vero gioiello è, a mio avviso, la lirica che apre la raccolta (Che ne sapete voi), consacrata all’esaltazione, categorica e appassionata insieme, della solitudine schiva del poeta e alla incomprensione a cui è condannato il suo dramma: “Che ne sapete / voi / di un poeta. / Che ne sapete voi / del suo incendio / del suo veleno. / Se passa rasente a un muro / è solo per timore di non inquietare / troppo il mondo, / d’ incendiare la vostra compassione”. Questa immedesimazione si dispiega in forme sempre nuove. Momenti di incontri amicali nel passeggiare fra strade lungo le sponde del Tevere dissetandosi ad una “scia di sole”  o sulla spiaggia di Roseto animano le due liriche Ti ritrovo sordo e Quadretto rosetano. E gli occhi accolgono “fiumi di tristezze” che crescono nei sogni suoi e degli amici mentre essi cedono “arrendevoli / al fiume della giovinezza / del sogno inquieto”; e la lettura della lirica di Dario Morte segreta ispira (Intestardito a non morire) il canto dolente di chi “non sa più / dove andare in giro, / cosa sia questa vita”, di cui non trova il filo e grida i suoi deliri in questo mondo-terrore.

L’immedesimazione con Dario risalta, vivida, in alcune liriche il cui incipit o titolo significativamente sottolinea questa omòiosis: in Anch’io vado verso il buio irripetuto: “Anch’io vado, come te e Dario, verso il buio irripetuto  / di notti irrisolte nei sogni, / nei suoni opachi, in gesti vani, / in inquiete sillabe che incrinano / la mia vita”); in Anch’io come te… (“…assalgo /questa sfrontata società con il sarcasmo”); in E quando sembra (“Anch’io vivo – consumandomi – / nel ricordo dei giorni / come ombre lunghe / sul mio corpo. // E quando sembra / di avere tutto toccato / tutto si ritrae irrevocabilmente / come l’acqua dalla mano”); in Ancora anch’io mi scopro…: Niente basta a riempire / la clessidra / dei miei giorni impazziti, / dei sogni inariditi”.  In tutte risuonano accenti decisi, stilemi risentiti o apofatici, nutriti di delusioni, dolenti di solitudine e acri di sarcasmo verso la “sfrontata società”, pur se qua e là venati dalla fugace soavità di tenere memorie (“il ragazzo / che inseguiva farfalle”).

Ed ecco l’epifania nostalgica di Dario (La voce affaticata) in due tempi: mentre recita il testo teatrale Salomè, con i suoi occhi come ”lingue di fuoco” e lui è “come cane randagio / accucciato” nel suo dramma;  e mentre ritorna a casa e “Roma / impietosa / inghiotte” i suoi sogni, la sua storia. Un’immagine riproposta in altra chiave  (Solo la luce del Signore) nella scia de Il male di Dario Bellezza di Maurizio Gregorini, il quale lo assiste mentre si rasserena, pienamente fiducioso nella preghiera: “…t’aggrappi ad ali divine / brami il Dio bestemmiato, / emblema casto del Passato, / “solo la luce / la luce del Signore” / per i tuoi occhi / moribondi”. Il pensiero della morte (Certamente morremo) si fa certezza “che niente dura su questaterra / se non la bellezza del verso” e di poter divenire ”eterni splendenti / come non fummo su questa / landa deserta senza senso…”. E l’autore avverte lo strazio del cuore dell’amico: ”…solo nel cuore della notte / lontano dalla sua parola / che dava voce al mondo”. Ricorda ”la luce silenziosa“ dei suoi occhi, il suo “sguardo solare / lontano dai salotti” che ora sputano sul suo volto mentre accresce la sua voce. Al ritratto di lui vuol trovare “unospazio bianco come la sua anima / oscurata da questa società” per ritrovare “il riso / stridulo e argentino dell’amico. / Spaziare ancora nella solarità / della sua anima” e salutarlo prima di addormentarsi. A dispetto della truce Parca i versi di Dario – come quelli di Giuseppe Selvaggi  – “resistono /come la vigoria granitica / delle rocce alpine”. In visita a lui nel Cimitero inglese ai piedi della Piramide si china “sullo sguardo corrucciato di Dario” ricordando l’armonia dei loro versi sporchi di vita” che accendevano faville ”lungo le spente vie”,  e compiange il Tevere “…turbolento e orfano / anche di voli di gabbiani” che, sempre più solo, “raccoglie…detriti e avanzi / di questa impura città”,  la Roma che Dario definiva “ormai putrefatta e morta”. Salerno accarezza “l’immagine decadente” di lui con la sua ”aria disincantata” nel suo contrasto con la ”spavalda immagine / di questo mondo capovolto”; la “parola nuda” di lui antitetica a ”questo tronfio / mondo / che sciorina sillabe / a più non posso”. Lo ricorda come ”il soffio tremulo delle stelle / spento dall’opaco dell’universo”. E nell’epigrafica solennità dell’ultima lirica richiama il suo volto: “di chiarore / dove silenziosa / riparala sua parola, “Voce / del mondo”.

Una silloge, quindi, dove l’intimità dialogica è condotta davvero “senza retorica e senza paura” (come nota D’Ambrosio): ricca di movimento e di cangianti raffigurazioni della sensibilità dell’amico, è assiduamente animata da un intenso pathos e da un’insanabile istanza catartica di approdo a una assoluta purezza edenica, che si esternano in cadenze invocative nostalgiche o in vibranti accenti ammirativi. Anche qui, come nel bellissimo poema Una notte in Paradiso, Salerno conferisce suggestione al suo ”sofferto dire” mediante immagini, metafore, e stilemi densi di vigore connotativo o di effetti di straniamento”: “notti irrisolte nei sogni”; ”imprigionare raggi fulminei”; “Roma  impietosa / inghiotte i tuoi sogni”; le palpebre / serrate / ma spalancate / sempre all’azzurrità”; e mobilita una libera, cangiante polimetria, che conosce l’epigraficità del trisillabo come l’ampiezza del verso lungo di pavesiana memoria, mentre la mirabile duttilità del lessico spazia tra l’asprezza delle impennate giambiche e la dolcezza melodica dell’affetto amicale che  ispira l’originale partitura lirica di questa mirabile silloge.

FRANCO TRIFUOGGI