«L’amore che mi resta» di Michela Marzano

«L’amore che mi resta» di Michela Marzano

Intervista esclusiva di Leone D’Ambrosio a Michela Marzano, alla luce della pubblicazione del suo ultimo romanzo «L’amore che mi resta» (Einaudi, 2017).

 

Sono nata a Roma il 20 agosto 1970, dopo un’infanzia e un’adolescenza “molto studiose”  – che poi è un eufemismo per dire che ho cominciato subito a rovinarmi la vita con la mania di voler essere sempre e comunque la  “più brava”, e che mi ci sono poi voluti vent’anni di analisi (dopo un tentato suicidio per anoressia) per uscire dal copione della  “prima della classe” – ho vinto il concorso alla Scuola Normale Superiore di Pisa, mi sono laureata in filosofia e ho conseguito un dottorato di ricerca sempre in filosofia. È nel 1998 che mi trasferisco a Parigi dove vivo tuttora. È in Francia che vinco un concorso come ricercatrice al CNRS, incontro Jacques (che diventerà mio marito) e divento professoressa ordinaria di filosofia morale all’Université Paris Descartes. È in francese che faccio la mia psicanalisi e che, per più di dieci anni, scrivo e penso. Prima di tornare alla mia madre lingua e ricominciare a scrivere anche in italiano. Prima iniziando una collaborazione con “la Repubblica”, poi pubblicando «Sii bella e stai zitta» e «Volevo essere una farfalla». Nel 2013, mi ritrovo anche in Europarlamento dove cerco, come posso, di portare avanti le mie battaglie sui diritti e le libertà individuali. Così si è presentata l’altra sera Michela Marzano, assieme al giovane scrittore Claudio Volpe, alla Feltrinelli di Latina per parlare del suo romanzo «L’amore che mi resta» (Einaudi), il primo dopo tanti saggi.

I suoi libri spesso sono ispirati ad eventi della sua vita personale, interrogandosi soprattutto sulle imperfezioni che ci portiamo dentro.

In realtà il punto di partenza della mia scrittura è proprio la fragilità della condizione umana e se parto da lì è perché sono profondamente convinta che solo nel momento in cui si nomini questa fragilità, quella che ognuno di noi ha, poi si riescono a trovare non solo le parole per affrontare il proprio mondo emotivo, ma si riesce anche a trovare la voglia per andare avanti e per affrontare le difficoltà della vita.

Due libri, il primo un saggio pubblicato qualche anno fa: «L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore», l’altro un romanzo appena uscito: «L’amore che mi resta». Ma cosa è l’amore?

Per quanto riguarda la questione dell’amore io prendo in prestito la definizione di “amore” che ci ha dato Jacques Lacan, che è un grande psicanalista francese, che dice: amare significa dare quello che non si ha a chi non lo vuole. Questo può sembrare un paradosso perché quando noi amiamo immaginiamo di dare tutto quello che abbiamo alla persona amata ma in realtà la verità della vita è che noi quando amiamo cerchiamo di dare tutto quello che vorremmo ricevere, sia quello che non abbiamo, a una persona che essendo altro rispetto a noi forse vorrebbe ricevere qualcosa di diverso rispetto a quello che cerchiamo di dare a lui o dare a lei senza avere. Perché dico questo? Perché la difficoltà dell’amore è legato al fatto che tante volte ci sono delle incomprensioni e amare significa proprio accettare di attraversarle quelle incomprensioni.

Ma c’è una continuità tra il saggio e il romanzo, visto che l’amore è protagonista, anche se le storie sono diverse? Amore, passione, desiderio, ma anche perdita, maternità e attesa.

No, perché nel saggio io tratto dell’amore di coppia. Lo teorizzo, l’analizzo attraverso anche una serie di riferimenti filosofici, o psicanalitici. Invece in questo romanzo, il cuore è il rapporto tra una madre e una figlia, perché all’inizio del romanzo questa ragazza di venticinque anni Giada si suicida e tutta la difficoltà della madre sarà quella di trovare le parole per attraversare questo dolore e per ricominciare a vivere avendo perso sua figlia. E questo lo farà ripercorrendo le tappe del proprio rapporto quando Giada era piccola e come lei ha amato questa bambina e come pian piano la forma dell’amore si sia trasformato.

La sua posizione nel dibattito politico europeo sul velo islamico è comunque fuori dal coro.

Dunque, sulla questione del velo è complessa. Per me la cosa importante è rispettare l’autonomia individuale. Allora, se la scelta di velarsi è frutto di una scelta individuale io credo che non ci siano motivi per contrapporsi o per negarlo, naturalmente se non è frutto di una scelta individuale, perché ci sono anche tante pressioni, per esempio, quando le ragazzine vengono costrette dai fratelli, dai genitori, in questo caso vanno protette perché comunque il velo è qualcosa che riguarda la propria sfera intima e quindi nessuno dovrebbe potersi permettere di dirci come vestirci o come svestirci, noi in quanto donne autonome e libere.

L’ultimo romanzo di Walter Siti, «Bruciare tutto», su un prete pedofilo, ha avuto da parte sua una dura critica, anzi una vera e propria stroncatura.

La posizione più diffusa era quella di volere “difendere” il libro, e la mia non era proprio una stroncatura, è un romanzo che a me non è piaciuto. Quello che trovo problematica è la confusione tra l’orientamento sessuale, ossia l’omosessualità e la pedofilia, che non c’entra niente con l’orientamento sessuale perché è una pratica sessuale perversa. Dopodiché è solo il mio punto di vista come lettrice.

Quale sarà il suo prossimo libro?

Mi piacerebbe continuare con la scrittura di romanzi. Infatti, sto immaginando una storia, ma è ancora troppo presto.