"La Tempesta" di William Shakespeare. Alcune note

“La Tempesta” di William Shakespeare. Alcune note

Brevi riflessioni su uno dei più celebri drammi di Shakespeare, “La tempesta”. Un piccolo viaggio alla scoperta di un mondo lontano nel tempo che ancora ha molto da rivelarci.

Nell’immaginario collettivo il teatro è un posto un po’ scostato dal mondo, una specie di antro polveroso e un poco curioso in cui prodigarsi in idee, sentimenti e tecniche enfatiche-e non. Nessuno però-o forse sono io in malafede-sospetterebbe che il teatro siamo noi. In pratica, il “teatro” in quanto luogo esiste geograficamente ma non “fenomelogicamente”; esso è, come e più di altre arti, la camera oscura dell’incontro tra l’uomo e gli altri e persino a volte tra l’uomo e sé medesimo.

Teatro uguale Shakespeare. Una risposta di comodo sarebbe Goldoni, o se si vuole Euripide, ma vi è una buona distanza tra questi notabili e il Bardo. Come si conclude, come si fa a dir compiuto un percorso come quello delle opere Shakesperiane? A dir il vero non lo è , causa sui e degli interpreti magnifici e relativi commentatori-di cui io son l’ultimo e occasionale- che rinnovano il contratto del drammaturgo di Stratford Upon Avon e delle sue opere con l’Olimpo del sapere. Tuttavia un punto peculiare per siglare e conchiudere l’esperienza Shakesperiana c’è: si tratta di “The Tempest”, “La Tempesta”[1], da cui è tratto il famoso motto “siamo fatti della materia di cui sono fatti i sogni”. Raffrontando questa tragedia così singolare ad altre opere notiamo che effettivamente alcune analogie, specie per le atmosfere oniroidi eppur vivide e vibranti, vi sono; questo ci rende perciò un senso di continuità semantica; nondimeno vediamo che la cesura de “La tempesta”  con le “Plays” precedenti si opera nel plot.

Vi sono in quest’opera condensati tutti i personaggi tipici dell’entourage del Bardo, come spiriti, Re, villani , ubriaconi,  giovani innamorati. Tuttavia, come vedremo tra breve, c’è anche qualcosa in più.

Prospero, legittimo duca di Milano, dopo esser stato deposto dal fratello Antonio, coadiuvato dal Re di Napoli Ferdinando, viene confinato su un’isola sperduta con la figlia Miranda. Qui conosce il selvaggio Caliban, un mostro nato da Sicorace, una strega. Prospero lo fa suo schiavo e utilizzando le arti magiche invoca Ariel , uno spirito. Previsto che il gruppo di fedifraghi composto dal fratello Antonio, da Re Alonso e dal figlio Ferdinando andranno per mare, scatena una tempesta che li fa naufragare sulla medesima isola in cui egli si trova. Quando poi vi approdano, Ferdinando e Miranda si innamorano, “costringendo” per mezzo del forte sentimento i padri e nella fattispecie Prospero a seppellire le asce. Non a caso è poi Prospero stesso che gli dà la sua benedizione. Il dramma si chiude con la decisione di Prospero di spezzare la sua bacchetta e rinunciare alla sua arte(magica).

La trama del dramma ha uno stile diremmo canonico per quanto riguarda l’intrecciarsi di vicende e rivoluzionario per quanto riguarda la narrazione diacronica: in essa due tempi si intersecano, per mezzo del potentissimo strumento della confessione, che tutti-chi più chi meno- utilizzano e forse persino ne sono utilizzati. La concitazione enfatica  Shakesperiana, contrariamente a ciò che si potrebbe supporre assimilando quest’opera ad altre in cui un re è protagonista, non sta tanto nel personaggio principale-Prospero legittimo duca di Milano- ma potrebbe esser rintracciabile in una delle dramatis personae e più precisamente nel servo Caliban, che ricorda, sia pur egli maggiormente grezzo[2], il Graziano de “Il mercante di Venezia”.

In Shakespeare l’oggettivazione del dolore e del risentimento, come osservato da Girard[3] è un nodo importante. Nello specifico, ne “La tempesta” esso assume una tale forza da sublimarsi e mostrarci la logica trasumana del divenire-gli spiriti e il tempo che scorre- in uno stato di inferenza e comunanza col mondo tutto umano degli interessi, grandi e piccoli. Si potrebbe persino azzardare, sulla linea d’interpretazione della psicologia analitica [4], che esso illustra con forza il complesso e il suo centro radiante di energia grezza che lentamente si trasforma di sua volontà e con l’azione cosciente del protagonista. Inoltre, rispetto ad altri autori che trattando il lutto, il gravame duro del dolore e le peggiori storture fecero sì che i personaggi fuggissero questa prospettiva svenendo, ammonendo o semplicemente tacendo , ne “la Tempesta” la scelta di autodeterminazione è tal che Prospero scelga di dissipare il suo magheggiare e accetti, con un compromesso, parte delle storture. Si dice non a caso che quest’opera segni la riconciliazione di Shakespeare con la società. Ancora: a differenza di altre sue tragedie in cui l’autodeterminazione è latrice di nefasti eventi-e si pensi all’intero corpus dei drammi storici, se tanto basta- qui vi è un azione che invece “appiana” la Tempesta, trovando un soddisfacente equilibrio tra la Hybris  della potestà e l’autodeterminazione del singolo. Siamo lontani, per dircela, dalle vessazioni dei Capuleti e dei Montecchi , dalla follia dei re ebbri di potere o dall’ aspro proposito d’uno Shylock.

In ultima analisi dunque, chi potremmo dir che sia Prospero? Assomiglia forse ad un vinto o ad un vincitore? O è semplicemente un uomo integrato e compiuto, giunto ad uno snodo peculiare del suo cammino ? Alcuni vi hanno visto con chiarezza il commiato stesso di Shakespeare dal mondo dell’arte : un’interpretazione semplice ma piuttosto probabile. Dovremmo forse diffidare di Prospero-Shakespeare? No, o perlomeno non del tutto: le sue qualità emergono accanto ai suoi difetti, in primis certamente la sua renovatio che gli permette d’esser vecchio nell’esperienza e giovane nel modo in cui vi fa fronte. Egli non vuol esser più d’esser Mago, Demiurgo, non vuole più plasmare tramite l’artifizio: egli desidera invece percorrer la strada parallelamente a noi e verosimilmente gliene siamo grati. Per contro, si potrebbe fantasticare di chiedergli in cambio parte della sua capacità poietica e allusiva. Ammesso che egli non la dissimuli e a quel punto starebbe a noi cimentarci con il ciclo delle astuzie da carpire, riscoprendo un’esistenza artistica ed umana densa di segreti, di pulcinella e non .

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[1]-Non ho ritenuto necessario e produttivo inserire la trama di un’ opera così celebre. Altresì vi sono degli eccellenti rimandi a questi indirizzi:

https://www.shakespeareitalia.com/il-teatro/la-tempesta/

e in inglese la voce di Wikipedia è in questo caso ben “nutrita” :

https://en.wikipedia.org/wiki/The_Tempest

Quest’opera si presta ad una lettura unica così come ad una full-immersion: per la seconda è adeguato utilizzare degli strumenti filologico-critici adeguati, ad esempio manuali che studino il contesto storico-culturale dell’inghilterra elisabettiana. Il focus che mi prefiggevo in questo caso era piuttosto di tipo semantico-analogico con la nostra condizione attuale, perciò ho volutamente trascurato la parte filologica dell’esegesi: parimenti ci tengo a dire che essa è vasta e interessante.

[2]-Dopotutto è un selvaggio nato da una strega, cresciuto in un’ isola deserta e allevato da un mago. Detto in una battuta: doveva esser ben difficile, come anelava inizialmente Prospero stesso, che ne venisse fuori qualcosa di diverso.

[3]-René Girard- Shakespeare. Il teatro dell’ invidia. Milano, Adelphi 1998.

[4]-psicologìa analìtica Termine  con cui C.G. Jung definì la sua dottrina psicologica quando si separò da  Sigmund Freud Tale dottrina, assai complessa, presuppone l’esistenza, oltre che di un inconscio individuale, anche di un inconscio collettivo, con le sue immagini primordiali o archetipi. Gli individui, secondo la p. a., si possono classificare in base a una tipologia che ammette quattro funzioni fondamentali: pensiero, intuizione, sentimento e sensazione. Una sola energia (anziché due come nella psicanalisi) regge la vita psichica: la libido, che nel pensiero di Jung coincide con l’energia vitale. La personalità si compone di vari fattori o livelli. I più superficiali sono la maschera e la persona, che ne rappresentano gli aspetti coscienti ed esteriori. Gli elementi respinti e rimossi dalla personalità costituiscono l’ombra, la totalità psichica è il sé. Le rappresentazioni psicodinamiche del sesso opposto sono rispettivamente, nell’uomo e nella donna, l’anima e l’animus. La psiche è concepita da Jung come sistema di autoregolazione e la sua attività consiste in una continua dialettica di opposti. Le nevrosi dipendono, secondo queste vedute, da un disquilibrio tra forze contrarie. Il processo di guarigione psichica è dunque d’integrazione del sé.  Diversa da quella psicanalitica è naturalmente la tecnica esplorativa e psicoterapica. (Da Enciclopedia Treccani  Online).  ”  Essendo l’opera di Shakespeare situata nel XVII secolo-questa in particolare tra il 1610 e il 1611-egli sarebbe “arrivato” alla logica del complesso, degli archetipi e delle forze immaginifiche epperò operanti nella realtà ordinaria per via puramente artistica ed intuitiva ;  anche se mi accorgo che l’ipotesi , pur reggendo, è piuttosto audace. (N.d.A.)

Immagine: Il suggestivo allestimento de “La Tempesta” di William Shakespeare al Teatro Piccolo di Milano.  Regia di Giorgio Strehler, Anno 1977-78.