LA STORIA IN TV:  ALESSANDRO BARBERO, HISTORY CHANNEL E IL NEW JOURNALISM

LA STORIA IN TV: ALESSANDRO BARBERO, HISTORY CHANNEL E IL NEW JOURNALISM

Lo scritto vuole mettere in risalto la caratteristica della docufiction, in particolare quella presentata dal canale statunitense History. Sul versante nostrano, Alessandro Barbero, storico e docente, ha il ruolo di presentare e introdurre documentari europei nei programmi della Rai. 

Al centro di una recente polemica, History propone una tipologia di docufiction che si fanno ricondurre al new journalism.

Introduzione

Rimane memorabile la trasmissione di Gianni Minoli, La storia siamo noi, ha sempre unito al racconto televisivo il rigore giornalistico; la storia di cui si occupava era recente, e quindi documentabile con video o foto. Se la preferenza o il gusto si sposta verso la storia più antica, quella che non si può raccontare con la tecnologia moderna (foto d’archivio o filmati), dal medioevo al Rinascimento, dall’evo antico alla classicità di Roma e della Grecia, può accadere che il rigore della ricostruzione sia più carente. Per la verità il programma di Minoli ha sempre mantenuto alto il rigore giornalistico di ogni argomento trattato. Di grande qualità sono anche gli storici programmi di divulgazione scientifica come Quark, Superquark e Ulisse di Piero e Alberto Angela. Oggi sono particolarmente apprezzabili i documentari che vengono trasmessi con il titolo a.C.d.C. sulla Rai (canale Rai Storia) e presentati dallo storico Alessandro Barbero, questi infatti trattano spesso di epoche antiche, da Roma al medioevo. È grazie a questa indiscussa qualità che lo spettatore medio italiano è pronto a credere alle nozioni e ai fatti che vengono presentati. Con gli anni ’90, e con l’irruzione di Sky nei palinsesti italiani, il paradigma della credibilità cambia.

History

Le introduzioni di Barbero hanno la funzione di spiegare quello che la narrazione e la ricostruzione documentaria non riesce a fare, inoltre evidenzia gli eventuali errori del filmato, e ciò accade spesso. I documentari in questione a.C.d.C. sono spesso delle ricostruzioni storiche fatte in Inghilterra (BBC) in Francia (France 2) o negli USA, evidentemente la Rai ha acquistato un prodotto internazionale che riadatta a format nostrano. Nella maggior parte dei casi si tratta di produzioni europee, e questo non è senza significato.

Per chi non lo sapesse, e vedesse solo ora Alessandro Barbero in tv, ricordo che è un docente universitario e uno dei maggiori storici italiani. Nel 1996 aveva vinto lo Strega con il romanzo Bella vita e guerra altrui di Mr. Pyle, gentiluomo, era docente di storia medievale all’Università di Tor Vergata a Roma. Per capire il rigore di storico e la preparazione è necessario esser stato suo allievo e aver sostenuto con lui un esame di storia medievale, con lui e con Chiara Frugoni, altro nome di eccellenza della storiografia italiana.

Barbero e Frugoni fanno parte di una ampia schiera di eccellenze storiografiche insieme a Luciano Canfora, Rosario Villari, Lucio Villari, Andrea Carandini, Franco Cardini. In alcuni documentari della Rai o in programmi di divulgazione scientifica è possibile ascoltare le loro argomentazioni in eventi storici.

Questo non accade spesso, ma quando sono interpellati, i nostri storici, hanno il pregio di unire la chiarezza espositiva al rigore scientifico del ricercatore; in poche parole, anche un ‘profano’ di studi storici è in grado di cogliere la veridicità di quanto viene esposto nel documentario. Viene da domandarsi come mai non vengano utilizzati più spesso, e soprattutto perché non vengano fatti più documentari prodotti dalla Rai o da case di produzione italiane. Abbiamo i migliori storici e la maggior parte dei siti archeologici europei e non, ma ciò che manca naturalmente sono i fondi, e l’interesse del pubblico che giustificherebbe un investimento.

Un discorso a parte va fatto per i documentari di History Channel, il canale tematico di Sky che prevede nella sua programmazione solo documentari di ampio genere e vasta scelta.  Il target del canale è ovviamente l’appassionato di storia, ed evidentemente i fondi non mancano.

Questi documentari, meglio definiti come docufiction, sono essenzialmente prodotti negli USA, per cui gli storici sono statunitensi, al massimo inglesi. C’è una sensazione di straniamento, quasi surreale, a vedere un documentario su Roma Repubblicana o Imperiale, e vederlo ‘raccontare’ da storici statunitensi. Per non parlare della voce narrante o conduttore del documentario che in inglese si aggira per Roma e mostra il Colosseo e il Foro di Traiano, che ripercorre la morte di Cesare dall’alto di largo Argentina.

Essendo un prodotto statunitense va accettato così com’è, ma quando senti che Giulio Cesare viene definito “Imperatore” allora il sobbalzo sulla sedia e il brivido lunga la schiena sono riflessi automatici, così come il sorriso improvviso che compare nell’espressione di chi la sa più lunga; “americani!”, è il commento un po’ sprezzante che sale subito alle labbra.

Se il documentarista fosse stato allievo di Alessandro Barbero o Chiara Frugoni non avrebbe commesso un errore simile; Cesare che rifiuta per tre volte la corona che gli viene offerta, quel Cesare che Canfora definisce ‘dittatore democratico’ come poteva essere Imperatore prima che l’Impero venisse creato dal suo erede Ottaviano Augusto?

Ma questa è solo la punta dell’iceberg, tutti i documentari di History Channel, oggi il brand è mutato ed è solo History, che hanno come tema il mondo antico o il medioevo sono una lunga sequenza di inesattezze storiche.

Il record di strafalcioni, un bazar tra gotico neo gotico e new age, spetta però a quelle ricostruzioni storiche che riguardano I Templari e di conseguenza il Graal. Nulla di quanto raccontato in queste docufiction è vero o storicamente provato.

Ci viene presentata la ‘vecchia storia della buonanotte’, per citare Indiana Jones, perché di favola si tratta, ne riassumo brevemente la traccia.

I Templari sono in possesso di un segreto, hanno trovato il Graal sotto il tempio di Gerusalemme, sono eretici, gnostici, proislamici e anticattolici. Hanno scoperto l’America prima di Colombo e l’hanno anche colonizzata, in alcuni casi, e secondo qualcuno, hanno nascosto un tesoro in un pozzo profondo in un’isola del nord America, Oak Island, un luogo sul quale grava una terribile maledizione. Hanno inoltre dato vita alla Massoneria e, naturalmente, Dante era Templare. Questo è stato in verità confermato anche da un docente italiano, basandosi  probabilmente sull’interpretazione di Gabriele Rossetti e poi di Renè Guenon, poco importa che Umberto Eco abbia fatto piazza pulita di questa semiosi ermetica in Interpretazione e sovrainterpretazione, decenni fa. Inoltre Jacques De Molay, l’ultimo Gran maestro dei Templari, maledice il re Filippo il bello, Nogaret, suo ministro, e il Pontefice, chiamandoli a seguirlo nella morte di lì a poco. Cosa che accade, tutti e tre muoiono nel giro di pochi mesi, ma non per via della maledizione del Gran Maestro, mai pronunciata come è storicamente e facilmente verificabile.

Quattro secoli dopo, durante la rivoluzione francese, dopo il patibolo di Lugi XVI un uomo salito sul palco arringa la folla con la testa del re e dicendo «De Molay sei vendicato».

Si può ascoltare qualche storico affermare come i Templari abbiano trovato l’Arca dell’Alleanza, la Menorah e il Graal, senza dirci su quali basi storiche possa affermare questo; visto che dell’Arca dell’Alleanza si perdono le tracce tra il VI e V secolo a.c., la Menorah è stata portata via dai Romani di Tito nel 70 d.c. e il Graal è un mito letterario medievale che fonde tradizione celtica a quella cristiana.

Il recente Knightfall non rientra in questa tipologia in quanto si tratta di una vera e propria serie tv, è quindi fiction, narrativa. Per l’appunto una ‘favola della buonanotte.’

Come siano andate realmente le cose, per ciò che concerne la vicenda dei Templari, lo possiamo capire meglio leggendo uno storico di professione qualsiasi, italiano o europeo, come Franco Cardini o Georges Bordonove, decisamente meglio se italiano o europeo. L’epistemologia degli autori di queste docufiction si basa, al contrario, sulla pubblicistica più sensazionalistica, in alcuni casi fatta da ricercatori improvvisati, per quanto volenterosi.

Recentemente, a metà 2017, il canale History è stato fortemente criticato per il documentario Amelia Earhart: The Lost Evidence. Il programma aveva mostrato una foto che sembrava riprodurre la famosa aviatrice Amelia Earhar; la foto era stata datata dopo il ’37 anno della sua scomparsa, per cui si paventava una sua sopravvivenza. Si è poi scoperto che la foto era precedente, del ’35, e che raffigurava un’altra persona identificata con una guida giapponese.

Si sono scatenate una lunga serie di accuse, al canale e alla sua superficialità nelle ricerche. Ben Radford, autore di un articolo dettagliato sull’errore, afferma che dopo più di quattro mesi nessun responsabile del network ha dato spiegazioni o proferito delle scuse.

Perché seguire History allora? Perché continuare a vedere questi documentari?

Per quanto mi riguarda, nonostante le invettive di Ben Radford, continuo a guardarli perché il falso mi interessa più del vero, in particolare mi interessa la costruzione narrativa del documentario ‘leggendario’. Il falso è sicuramente più seducente del vero, crea coerenza dove regna l’incoerenza, fornisce significato là dove non sempre è possibile ricavarne uno, è una falsa moneta che ha saputo eludere le sofisticate, e noiose, sicurezze bancarie. Se la Storia deve attenersi al reale il falso può abbandonarsi al romanticismo, è un abito sgargiante al posto della divisa da lavoro. Il falso si riconosce ma non è facile resistergli, è il canto della sirena; è un parente stretto delle fake news o delle bufale.

L’uso sapiente dell’arco narrativo, il famoso triangolo, o diagramma, di Freitag, viene sapientemente utilizzato nella diegesi della docufiction; non è un caso che nelle scuole di scrittura USA, i famosi MFA (Master of Fine Arts) il diagramma di Freitag appaia in tutti i corsi. Negli states il giornalismo o la saggistica si definiscono nonfiction (più rara la forma essay che si riferisce più a un componimento o un saggio breve) mentre la narrativa è fiction, per cui il saggio, dalla storia alla critica testuale, si definisce in negativo; ciò che non è, ciò che non è finzione.

La scrittura nonfiction statunitense possiede un DNA che si trascrive nella finzione, qualsiasi forma essa sia, anche nel rigore più assoluto della ricerca accademica, il saggio si definisce per ciò che non è. Il reportage negli USA rientra a pieno titolo nel new journalism, una forma di giornalismo nata negli anni ‘60 in cui il punto di vista del giornalista è più marcato, un articolo più vicino alla letteratura che non al giornalismo in senso stretto; questa tipologia di scritto è anche chiamato creative nonfiction.

Questo per indicare come, negli USA, la separazione dei generi sia meno rigida che in Europa.

Probabilmente uno spettatore americano, un fruitore di History statunitense, dà per scontate queste cose e non prende troppo sul serio il documentario, tranne Ben Radford evidentemente. Mentre in Europa, e in Italia, uno spettatore di un documentario storico o naturalistico ha la tendenza a credere a ciò che guarda, grazie al paradigma di Minoli, Angela e Barbero, crede di guardare un prodotto dalla solida struttura scientifica.

Ecco allora l’importanza dell’excubitor (sentinella) Alessandro Barbero per i documentari a.C.d.C., deve svolgere la funzione di: sopperire alle diverse impostazioni tra documentario e docufiction, intuire cosa lo spettatore dà per scontato e colmare l’incomprensione prima che questa si verifichi; oltre a svolgere a pieno titolo il lavoro di storico e non del sociologo della Storia.

Credo che lo stesso Barbero non riuscirebbe a rendere storicamente attendibile un programma su Templari di History, il falso predomina sul vero, il leggendario sulla cronaca e il fantastico sul veridico. È sono proprio queste caratteristiche a renderli così seducenti.

La docufiction di History è una forma di creative nonfiction, (letteralmente ‘una non finzione creativa’) una ramificazione del new journalism scritto, una variante video dei vari reportage che hanno fatto la fortuna di riviste come Harper’s, Rolling Stone e GQ.

Negli USA è stata accolta con troppa coerenza la vecchia impostazione del cronista del West, la loro politica giornalista era: «se la cronaca non combacia con il leggendario devo preferire il leggendario».

Così gli autori di documentari storici, o meglio di docufiction, preferiscono il leggendario allo storico, il sensazionale all’accademico, il falso allo storico. Il paradigma della divulgazione scientifica italiana è cambiato, questo non è più riconducibile alla credibilità.

Come dobbiamo porci davanti a queste docufiction?

Per esempio facendo l’operazione opposta alla sospensione dell’incredulità che attuiamo a teatro. Se assistiamo all’Amleto siamo pronti a sospendere l’incredulità, crediamo infatti di essere ad Elsinore e che il fantasma del Re parli ad Amleto. Se assistiamo alla docufiction sui Templari di History dobbiamo sospendere la credibilità, dobbiamo solo abbandonarci al lato seducente del falso e del leggendario.

Negli ultimi decenni, nell’epoca che ormai si definisce postmoderna, la narrativa ha sostituito la storia, come l’ironia ha sostituito la critica, l’autorità professorale, e professionale, è stata sostituita con la tirannia dell’ironico e dello storyteller. Ecco perché il ruolo di sentinella (excubitor) di Alessandro Barbero, non è solo funzionale, ma assolutamente necessario.