«La scuola cattolica» di Edoardo Albinati: un libro ambizioso che perde la bussola?

«La scuola cattolica» di Edoardo Albinati: un libro ambizioso che perde la bussola?

Recensione di «La scuola cattolica» (Rizzoli), romanzo di Edoardo Albinati che un anno fa vinse il Premio Strega.

Un libro deve necessariamente essere inscritto in una categoria di genere per definirsi tale? Apparentemente sì. E la risposta è affermativa per tutte quelle opere chiaramente definibili come qualcosa di standardizzato.

Poi ci sono le eccezioni. Quelle che disorientano e affascinano allo stesso tempo. Come La scuola cattolica di Edoardo Albinati, dove a regnare è il non genere: un romanzo senza trama apparente, un’indagine storica priva di suspense, un magma filosofico che manca di saggistica. Insomma qualcosa di indefinibile che però ha un suo senso: mille pagine spaventose per la mole, e ricche di una logicità senza eguali. Esse, pur rappresentando lo sfogo di un uomo insofferente verso il proprio ricordo, conducono il lettore dietro la tenda del non detto che si nasconde confusamente nella mente di ciascuno. Perché il delitto del Circeo è un mero spunto per accedere a qualcosa di diverso: il testo non è infatti un’indagine storica su un fatto del passato, ma piuttosto un’analisi delle conseguenze imputabili alla omo-socialità. Quella insegnata nell’Italia firmata anni Settanta, troppo piena di educazione cattolica e ricchissima di quel benessere che nel quartiere Trieste della Roma che fu abbondava particolarmente, dove la “finta” vita tranquilla nascondeva in realtà menti assolutamente perverse.

Albinati parte dal “prima” del gesto inaudito (la violenza su due ragazze e la morte di una) per cercare di capire cosa ci possa essere stato di fallimentare nell’infanzia di tre giovani ragazzi cresciuti in un ambiente esclusivamente maschile e profondamente borghese, nel quale l’apparente normalità nascondeva animi irrequieti e assolutamente instabili. Adolescenti divenuti poi militanti nella destra più oscura, inglobati nel magma confuso e violento dell’Italia “terroristica”, nella quale nulla era chiaro e tutto appariva appartenere alla stessa matassa di oscura ideologia. Il delitto del Circeo è, quindi, solamente la “scusa” dello scrittore: un fatto di cronaca a lui vicino per tentare di definire un genere nuovo, privo di qualsiasi rete entro cui poter essere inglobato.

Ma qualcosa non torna. Se le prime 473 pagine sembrano tendere all’inaudito, le restanti (più di seicento) si perdono nei meandri della ricerca sociologica. Inizialmente il discorso scorre molto bene e il lettore è teso verso un qualcosa che sembra in procinto di arrivare. Poi, però, ci si ferma. Le pagine scarne sul delitto del Circeo portano al nulla: parole e parole che non concludono un gran ché. Il libro sarebbe potuto benissimo finire alla pagina 473, senza dover aggiungere nessun orpello a un’indagine sociologica di per sé molto intensa. La parte intima e autobiografica che accompagna il lettore dalla primissima riga lascia il passo a una stanchezza da cui è difficile riprendersi, anche per lo scrittore, quasi intrappolato nella sua stessa rete.

Quindi, attenzione alle opere lunghe e promettenti: se non supportate da un’idea di sequenza forte e salda possono far cadere nel trabocchetto di un’opera che prima illude in positivo e poi delude per l’assenza di una svolta. Perché a mancare ne La scuola cattolica è proprio quella sferzata di novità e freschezza che dovrebbe rinnovarsi all’interno di un libro, soprattutto se le sue parole tendono alla prolissità. L’ultima fatica di Albinati non è di per sé brutta, anzi potremmo definirla con ottimi aggettivi sia sul versante della padronanza della lingua che della capacità argomentativa. Ma c’è qualcosa che sfugge a uno sguardo più attento: forse la perdita di quella curiosità insita nella coscienza dei lettori forti, che abbonda all’inizio per svanire poi nel corso della scrittura.