«La guerra delle due lune» di Maria Scerrato

«La guerra delle due lune» di Maria Scerrato

Recensione di Antonio Longo a «La guerra delle due lune» di Maria Scerrato. Con un saggio storico di Fernando Riccardi. Nocera Superiore, D’Amico Editore 2018, pp. 254.

La vicenda narrata nella seconda prova letteraria di Maria Scerrato si svolge nel medesimo contesto territoriale della prima (Fiori di ginestra. Donne briganti lungo la Frontiera 1864-1868, Tipografia Arte Stampa 2016, pp. 168), ovvero l’Alta Terra di Lavoro e la Ciociaria, e fa riferimento allo stesso frangente storico, il farsi dell’Unità d’Italia, ma soprattutto, come nella prima opera, dedicata alle brigantesse operanti sulla frontiera tra Regno d’Italia e Stato pontificio, la narrazione è programmaticamente volta alla simpatetica rievocazione dei ‘vinti’ della Storia. Il romanzo La guerra delle due lune racconta infatti, nell’ambito di avvenimenti realmente accaduti e resi efficacemente dall’autrice, le vicissitudini di fantasia di una giovane aristocratica francese che di nascosto della famiglia e spacciandosi per uomo decide di prendere parte al tentativo estremo del re delle Due Sicilie Francesco II di difendere il suo trono a Gaeta, sui cui spalti si consumeranno gli ultimi bagliori del crepuscolo di una dinastia e più in generale dell’assetto che il Congresso di Vienna aveva imposto all’Italia. L’adesione della giovane alla causa legittimista, invero delegittimata nella coscienza europea dall’affermazione di idealità e sensibilità nuove che la Rivoluzione francese aveva acceso e che il Risorgimento italiano volse in termini certamente più compromissori e ambigui fino a smarrirle nella fase postunitaria, appare di carattere più che altro sentimentale e riconducibile a insoddisfazioni esistenziali nonché a una generica volontà di autoaffermazione e autonomia, e non sembra mettere capo a una consapevolezza ideologica definita. Sullo sfondo della romanticheggiante passionalità legittimista della giovane nobile emergono in un’aura di leggenda, ma chiaramente profilate, le tragiche figure del re e della regina quali esponenti di un mondo che la storia e la geopolitica avevano inappellabilmente condannato. I legittimisti di tutta Europa avvertirono la fine del Regno delle Due Sicilie come profondamente ingiusta in quanto profanatrice del diritto dinastico e lesiva della legalità internazionale. In realtà, al di là di singoli esponenti della nobiltà filolegittimista che aderiscono attivamente alla causa del Borbone detronizzato, nessuno stato europeo, neppure le reazionarie Austria e Russia, farà niente per salvare la corona di Napoli. Ma proprio la sconsolata solitudine storica, politica e personale del Borbone, interiorizzata dalla giovane aristocratica, costituisce un rilevante elemento narrativo. Il senso di una fine incombente alimenta infatti la dedizione della protagonista e arricchisce il romanzo di una suggestiva tonalità espressiva vespertina.

La nostra eroina, dopo aver preso parte attiva alla difesa di Gaeta assediata sperimentandovi una situazione le cui crudezze ne dismagheranno certe vaghe fantasie cavalleresche, si dirigerà in missione in Ciociaria, dove la sua indole di combattente indomita e coraggiosa emergerà nella battaglia di Bauco (oggi Boville Ernica). Si tratta di un episodio bellico poco noto, che vide ad opera di combattenti filolegittimisti, per lo più componenti della banda del famigerato brigante Chiavone di Sora, la bruciante sconfitta delle truppe sabaude di de Sonnaz sconfinate in territorio pontificio. Un avvenimento drammatico segnerà però in modo indelebile la protagonista, che ferita nel corpo e nello spirito decide di lasciare l’Italia, terra per lei oramai immedicabilmente amara. Ma il demone che la tormenta non le dà tregua e così la giovane non saprà desistere dal cimento pugnace, che, soggiacendo a una pulsione acuita dalle drammatiche vicissitudini patite in prima persona come donna, ella riprenderà mettendo oltreoceano la sua tempra di combattente al servizio della più vieta delle cause indifendibili, in istintiva coerenza e continuità antilluministica con il partito legittimista da lei sostenuto in terra italiana.

A ben guardare, la vicenda narrata dalla Scerrato dell’intrepida fanciulla che si abbandona completamente alla causa cui aderisce mima in controluce alcuni aspetti, o più esattamente il loro agiografico resoconto, dell’epopea risorgimentale, che vedrà effettivamente la partecipazione di figure femminili, in taluni casi, al pari della protagonista del romanzo, presenti sul proscenio bellico sotto mentite spoglie maschili per evitare di esserne estromesse. È come se l’autrice avesse voluto mirare a dotare il legittimismo dinastico di un armamentario sentimentale e paradigmatico che almeno sul piano della suggestione letteraria lo ponesse in grado di fronteggiare il patriottismo risorgimentale, che seppe elaborare un complesso e articolato insieme simbolico ed emotivo dallo sbaragliante e durevole successo. L’antirisorgimento e il Risorgimento sono in effetti due diverse manifestazioni del Romanticismo politico.

Come già nel suo primo cimento narrativo, gli strumenti di lavoro della Scerrato sortiscono anche in questa più ambiziosa prova un risultato interessante. Nell’alternanza di momenti più lirici e riflessivi a scene di azione la narrazione risulta abilmente articolata, e l’autrice mostra di padroneggiare con sicurezza la resa delle situazioni più concitate e mosse, che rendono la lettura incalzante, al di là della visione ideologica e storica complessiva in cui il romanzo si inserisce. D’altra parte, come il mito asburgico, pur in larga parte infondato secondo la magistrale lezione di Claudio Magris, è stato fecondo di una letteratura di lingua tedesca e non solo tedesca di notevole livello, così, mutatis mutandis, il mito borbonico, peraltro più defilato e incerto e allo stesso tempo più “divisivo”, non è di per sé incompatibile con la possibilità di una resa qualitativa della letteratura che ad esso si ispira. La prosa della Scerrato infatti, al netto di talune letterarietà di troppo e di qualche schematicità di caratterizzazione (i piemontesi vengono inscenati sempre e solo nei termini di sordidi individui senza dio e senza scrupoli e privi di una dimensione personale che dia loro un qualche spessore narrativo), è curata, limpida e scorrevole e si mostra capace di incuriosire e avvincere il lettore.

In appendice al romanzo compare per la penna del saggista Fernando Riccardi un’accurata ricostruzione storiografica, che, a prescindere dal legittimismo dinastico e dal legalismo geopolitico esibiti dall’autore, risulta utile a un corretto inquadramento storico-territoriale delle vicende narrate nel romanzo e ha comunque il merito di mettere in evidenza risvolti e personaggi trascurati dalla storiografia più accademica.