"La famiglia F." di Anna Foa

“La famiglia F.” di Anna Foa

Recensione di “La famiglia F.”, il nuovo libro di Anna Foa (Laterza, 2018 – i Robinson/Letture). 

 

Questo libro, di cui è autrice la storica Anna Foa già docente di storia moderna alla Sapienza di Roma, parla di famiglie che si intrecciano e si chiamano Foa, Della Torre, Luzzatti, Giua, Agnini. E molteplici sono i luoghi delle provenienze originarie evocate; Moncalvo in Piemonte, dopo la migrazione da Foix in Occitania, Castelsardo, Finale Emilia e altri luoghi abituali del soggiorno montano o marino.
5 alberi genealogici riportati in appendice e oltre 350 nomi citati per una restituzione di eventi privati e pubblici anzi politici. Si fa riferimento a diari importanti e scritti di memoria che includono Primo Levi, Ursula Hirschmann, Ada Gobetti, e lo stesso Vittorio Foa il padre dell’autrice.
Ai primi decenni del XV secolo alcuni ebrei raggiungono Moncalvo; nel corso degli anni si sviluppa un particolare rituale di preghiera sinagogale officiato in Asti, Monferrato, Fossano e appunto Moncalvo dove nel 1840 nasce il bisnonno rabbino Giuseppe Foa figlio di Moise il cenciaiuolo. Il figlio di Giuseppe, Ettore è il padre di Vittorio Foa una delle figure più interessanti dell’antifascismo italiano e della Resistenza. Nella trasmissione della sua memoria è costante il richiamo all’ etica ebraica profondamente vissuta.
Vittorio Foa e Michele Giua, nonno materno dell’autrice, furono entrambi imprigionati a partire dal 1935. A Torino avevano aderito a Giustizia e Libertà, il movimento politico liberal-socialista fondato a Parigi nel 1929 da un gruppo di esuli antifascisti. Le pagine dedicate dall’autrice alla prigionia sono importanti; i protagonisti fanno parte di una Resistenza dalle istanze plurali in cui all’antifascismo si coniuga la complessa appartenenza ad una sinistra distrutta ma non annientata dalla dittatura. Ne emerge una particolare storia dell’antifascismo e degli aderenti a Giustizia e Libertà. Come negli scritti di Antonio Gramsci (ma anche nella narrazione di Primo Levi) si delinea la scelta di una resistenza spirituale, una “università del carcere”, priva di connotazioni eroiche.
Ma non meno di rilievo sono le figure femminili, la bisnonna dell’Autrice, Elisa Agnini, femminista del gruppo romano, sposa Vittorio Lollini, che fu tra i fondatori nel 1892 del Partito Socialista Italiano.
L’infanzia dell’Autrice è segnata da un mito familiare; lo zia materno Renzo Giua, caduto giovanissimo in Spagna nel 1938. La sorella di Renzo, Lisa, madre dell’Autrice, parla poco del fratello, più grande di lei di alcuni anni, coetaneo ed amico di Vittorio Foa. E’ la nonna Giua che le racconta di Renzo quando insieme si recano nel cimitero di Torino. Giacciono vicine la tomba di Franco, il fratello minore morto nell’infanzia di malattia e il cenotafio di Renzo cui sono dedicati i racconti della nonna. Il percorso di memorie familiari idealmente parte da Renzo Giua e termina con la vicenda di Renzo Foa, fratello dell’Autrice che dello zio materno prese il nome otto anni dopo quella tragica morte. Da Renzo a Renzo:“gli inattuali” come si dice nel libro. Renzo Foa visse un percorso professionale e intellettuale complesso; anima del gruppo giovanile romano “Nuova Resistenza” diventa giornalista; dopo l’adesione al Pci dirige l’Unità, organo del partito. Sua è la prima intervista fatta ad Alexander Dubček (segretario generale del partito comunista della Cecoslovacchia) dopo che era stato allontanato dalla vita politica . L’intervista di Renzo Foa ad Alexander Dubček suscitò grande interesse internazionale e fu premessa al ritorno del leader del “socialismo dal volto umano” alla politica attiva nel suo paese. L’Autrice delinea con attenzione come il percorso di allontanamento di Renzo dal comunismo fu diverso da quello di sua madre Lisa. A lungo collaboratrice di Togliatti, Lisa Giua Foa aveva lavorato per l’Associazione Italia Urss e per Rinascita. Mentre Renzo abbandonò la sinistra, Lisa scelse la sinistra extraparlamentare, continuando un fitto dialogo col figlio. Intensi sono anche i dialoghi di Renzo, con suo padre Vittorio, di cui è rimasta traccia nell’ultimo scritto di Renzo Foa, morto prematuramente: “Un padre che chiamavo Vittorio”.
Molte pagine sono dedicate a Bettina, la piccola della famiglia che, economista, vive in Africa rivolgimenti politici e catastrofici. Come già aveva dovuto fare il loro padre nel dopoguerra, Anna e Bettina hanno dovuto contrastare di recente, un tentativo di riabilitazione della spia Pitigrilli alias di Dino Segre, lo scrittore di origine ebraica che fu informatore della polizia fascista e responsabile degli arresti torinesi del 1935, tra cui Vittorio Foa e Michele Giua.
“In ogni famiglia, c’è uno dei figli che si fa tramite fra il passato e il futuro, colui che si interessa di più ai parenti e alla loro storia, che prende sulle sue spalle il compito di trasmettere alla generazione futura il lascito di quella passata. Se così non fosse, ci troveremmo di fronte a pagine bianche, ogni memoria famigliare sarebbe cancellata. Certo, a volte si tratta di un ruolo condiviso, ma è più comune che esso sia assunto, per ogni generazione, da uno solo dei figli. (…) Succede anche per il passato dei sopravvissuti della Shoah, e una psicoanalista italo-israeliana, Dina Wardi, ha chiamato chi si assume questo compito «le candele della memoria». Le loro responsabilità sono grandi, come grande è, almeno quando si è giovani, l’incomprensione dei fratelli che preferiscono guardare al futuro che tornare indietro al passato. Ma quando tutti si è vecchi, allora talvolta il peso del ricordo si suddivide fra le spalle di tutti.”
Questo scriveva nell’agosto del 2013, per la rubrica Tracce del quotidiano di Avvenire; la scelta di farsi o il destino di essere “candela della memoria” è all’origine di un libro intenso che si legge con passione.