«Sei ore della notte» di Ivan Paduano. Il tempo acido degli innamorati

«Sei ore della notte» di Ivan Paduano. Il tempo acido degli innamorati

Recensione di «Sei ore della notte», la nuova raccolta poetica di di Ivan Paduano.

“Cuore mio entra autunno e poi inverno quando si perde l’amore mi siedo e sai ogni tanto piango”: questi versi contenuti in «Sei ore della notte» di Ivan Paduano sembrano ben accompagnare l’ingresso della stagione autunnale con tutto il suo carico di immagini e sentimenti.

“Why mr. Purple?”
2017 digital art on canvas 120×120 di Ivan Paduano

“Se leggo un libro che mi gela tutta, così che nessun fuoco possa scaldarmi, so che è poesia. Se mi sento fisicamente come se mi scoperchiassero la testa, so che quella è poesia” scriveva Emily Dickinson. Questo gelo improvviso e rivelatore accompagna i versi di “Sei ore della notte”, una meditazione atipica di Ivan Paduano, laureato in Architettura presso l’università “La Sapienza” di Roma e dottore di ricerca in design, arte e nuove tecnologie. Il libro, sua settima pubblicazione poetica, racconta in sette passaggi scanditi dalle ore, le veglie acide dei poeti. Il poeta per la Dickinson è “colui che distilla un senso sorprendente da significati ordinari ed essenza così immensa”. Questo senso, talmente pungente e corrosivo da far virare al rosso la cartina al tornasole del cuore, mentre di notte sembra sfuggire, torna chiaro “al mattino quando i sentimenti spogli della passione sono più trasparenti d’un bicchiere pieno soltanto d’aria”. Tutto parte dal petto, “dominio incontrastato dei sospiri, devastata terra dell’amore” che, alla mezzanotte, apre la danza agli incubi a spirale, alle ombre dei ricordi, alle increspature dettate da solitudine e mancanza d’equilibrio. Nel buio, nella paura, “lunga sterminata distesa di rovine” dove Ivan Paduano si mette a nudo, “la maschera sul viso piena ormai di nulla cade sul letto” e solo le labbra dell’amata, pioggia battente per lo spirito fradicio, dà la misura di ciò che conta veramente: “quando mi manchi manco a me stesso come una botte vecchia in rivoli scende il mio essere da ogni parte” e l’allegria, già “meno vera di un teatro di burattini naufraga”. All’una di notte, “prigioniero della penna”, continua a sprofondare attraverso le pause magmatiche dell’anima “orba d’amore” fino ad attraversare la soglia del dolore. Lungo il muro della coscienza in assenza di lei, padrona della sua anima, tutto rovina perché il desiderio ardente si fa pressante, rendendo persino zoppicanti: “solitario attore sul palcoscenico terminato che sei arranco, cado, invento le battute che non so”. L’unica soluzione per un uomo a brandelli è fuggire nell’illusione, ma bisogna saperla rinnovare.

Tempus fugit e sono già le due. Se il sentimento è fragile si può “masticarlo all’infinito”, altrimenti si perde: “piove petrolio e ci inzuppa i vestiti delle nostre notti serene”. Alle tre tutto può cambiare alla ricerca di un livello più alto di comprensione: “il vento entra e ruba spessi sospiri tagliati dalla fantasia affogati di realtà” facendo sbandare l’amore che corre su di un filo e le “ombre assassine, riempite d’acida euforia” non sanno più neanche cosa colpiscono. Dalle quattro in poi, radunate le “speranze come soldati in fila”, col nome dell’amata impresso, bruciato sulla carne, si inizia “una nuova corsa, un altro salto nell’incertezza” come dovrebbe essere sempre la passione. Alle cinque il sonno, “stappato alle notti nere”, può essere usato per cucire “con bottoni di stelle” la vita della sua “regina d’ebano statuaria perfetta di scalpello”. Solo sul suo seno si placa la frenesia e il caos di un cuore intossicato, sbattuto in una “cella senza processo”. Alle sei del mattino, cosciente che l’amore e l’odio sono divisi da una semplice parola, si sveglia con calma: “un minuto del calore del tuo letto vale più d’ogni discorso di becera accademia che fa uomini senza pelle e li mette in giro per una città di scheletrici palazzi e vetri montati rotti”. Ivan Paduano, tra sublimazioni e sprofondamenti, vertici aerei e scoscesi precipizi, introspezioni infuocate ed espansioni violacee che piovono versi, dardeggia col vuoto su instabili torri di parole, postulando un duplice bagno maieutico nel buio e nella luce dell’alba, capace di ricreare, “come un faro equilibrista montato su pietre aguzze”, salutari epifanie nel tempo e nello spazio. La stessa Dickinson scriveva: “non sapendo quando l’alba verrà apro tutte le porte, abbia essa piume, come un uccello, o frangenti, come una riva”. Il poeta allora, stanco di tutto tranne che di sentire la testa del suo angelo sul petto, non può chiudersi al dirompente sentimento, qualsiasi sia la sua forma, perché “ci vuole un cuore di piombo fuso per vedere l’amore passare tra le dita e non stringere il pugno”.