“Istruzioni per non morire in pace” di Paolo Di Paolo – Patrimoni, Rivoluzioni, Teatro

“Istruzioni per non morire in pace” di Paolo Di Paolo – Patrimoni, Rivoluzioni, Teatro

Recensione della pièce “Istruzioni per non morire in pace” di Paolo Di Paolo.

Istruzioni per non morire in pace” – Patrimoni, Rivoluzioni, Teatro

di Paolo Di Paolo, regia Claudio Longhi, scene Guia Buzzi, costumi Gianluca Sbicca, proiezioni Riccardo Frati, luci Tommaso Checcucci, arrangiamenti musicali Olimpia Greco, trucco e acconciature Nicole Tomaini, regista assistente Giacomo Pedini, assistente alla regia volontario e ricerche iconografiche Vittorio Taboga, assistente ai costumi Sara Gomarasca, con Donatella Allegro, Nicola Bortolotti, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Olimpia Greco (fisarmonica e pianoforte), Lino Guanciale, Diana Manea, Eugenio Papalia, Simone Tangolo.

Numero uno: vivere un tempo estremamente veloce e confuso. Numero due: ricordare che sono trascorsi cent’anni dall’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale. Numero tre: radunare un gruppo di artisti (un autore, un regista, otto attori, una musicista e altri professionisti dello spettacolo) che credono che il teatro possa e debba aiutare a conoscere, a capire, a chiedersi perché?

Queste le istruzioni preliminari per la realizzazione dell’impresa teatrale, prodotta da ERT (Emilia Romagna Teatro Fondazione) e Teatro della Toscana, “Istruzioni per non morire in pace” con la regia di Claudio Longhi. Una trilogia composta da tre spettacoli autonomi, Patrimoni, Rivoluzioni e Teatro, eppure interdipendenti, andati in scena al teatro Storchi di Modena, singolarmente dal 7 al 16 gennaio, e di filato, in una maratona entusiasmante e commovente, lo scorso 17 gennaio.

La drammaturgia, affidata allo scrittore Paolo Di Paolo, indaga gli anni intorno allo scoppio della prima guerra mondiale. Sonda gli umori, le sensazioni, le speranze, le illusioni, individuali e collettive. Una famiglia, quella verosimile dei Gottardi, di armatori. Due fratelli Marcello (Nicola Bortolotti), senza eredi, e Fernando (Michele Dell’Utri) vedovo e padre di quattro figli: Lelo (Lino Guanciale) attore che ripudia la guerra e che si contende l’amore per la seducente Josephine (Diana Manea) con un ufficiale tedesco (Simone Francia), Berto (Simone Tangolo) pittore bohémien che affoga nella guerra le sue inquietudini, Maria (Diana Manea) suora colpevolmente ingenua, Tina (Donatella Allegro) impiegata alle poste e amante di un giovane operaio rivoluzionario (Eugenio Papalia). Ma non è tutto. A volerla spiegare questa storia si rischia di ridurla, sminuirla. Perché ogni spettacolo viaggia su vari binari, è un gioco di incastri. Accanto a questi personaggi che definiamo principali, molti altri fanno incursione sul palco. Ciascun attore interpreta in media cinque personaggi a spettacolo, in un vortice di entrate e uscite che non conosce soste. Una rapsodia di interpretazioni e di scambi, che è possibile solo grazie alla coesione interna al gruppo di lavoro e alla generosità di ogni artista.

La scrittura intensa e poetica di Di Paolo riesce a toccare delle vette emotive. Ci limitiamo a citare due momenti: il passaggio affidato al personaggio di Berto, che commuove con la disperazione di “quattro calci nel vuoto” per non morire in pace, a cui segue l’apparizione di Sigmund Freud (Lino Guanciale) che illustra l’istinto di morte.  E le parole di Lelo, in forma di preghiera laica rivolta al padre Fernando, “Allora ti ho preso la mano, ti ho detto: papà andiamo, ci sono qua io, papà…”.

Alla maniera di una staffetta, si affacciano sul palco i protagonisti di quel mondo che sta per crollare: Sarah Bernhardt (Donatella Allegro), Stefan Zweig (Nicola Bortolotti), Sidney Sonnino (Michele Dell’Utri), Erwin Piscator (Simone Francia), Thomas Mann (Lino Guanciale), la regina Vittoria (Diana Manea), Lev Trotsky (Eugenio Papalia), Karl Kraus (Simone Tangolo), e l’elenco sarebbe ancora lungo. L’allodola (Olimpia Greco) è una presenza costante che con la grazia della sua fisarmonica e del pianoforte intreccia il tessuto musicale dei tre spettacoli.

La regia di Claudio Longhi non punta all’identificazione tra spettatore e personaggio, al contrario a uno straniamento, secondo la lezione di Brecht. Ecco gli intermezzi cantati, delle vere deliziose pillole di cabaret d’epoca, i cartelli, le scenografie movimentate dagli stessi attori in scena, e una soluzione che molto incide sulla recitazione: i camauri. I camauri, maschere in tessuto, abbinate alle parrucche, adottati principalmente per risolvere una questione pratica (la mole di personaggi a cui ogni attore deve dare corpo e voce) finiscono per contribuire all’atmosfera grottesca e straniante degli spettacoli. Se a prima vista possono essere percepiti come sacrificanti per la mimica facciale, presto risultano invece determinanti nel forzare la gestualità e indurre lo spettatore a dubitare di quelle maschere. Dubitare di quei personaggi da operetta che hanno giocato un gioco più grande di loro, di quei fantocci che hanno gestito gli ultimi giorni dell’umanità, di quei carissimi padri che hanno venduto il futuro dei loro figli.

Il futuro, un’evocazione costante al termine di ogni replica. Ci fagociterà o ci salverà? La risposta di cent’anni fa la conosciamo già, purtroppo e anche per fortuna.

“Istruzioni per non morire in pace” racconta il mondo di ieri parlando paradossalmente del nostro presente. Tocca dei nervi scoperti, l’angoscia costante e collettiva in cui viviamo, il sentirsi sempre sul punto di una fine e cercare. Cercare una seconda possibilità per sé stessi e gli altri. Cercare di creare senso, per non affondare nel vuoto.