Inediti di Massimo Triolo #Poesia

«Bozza per una lirica su Leopardi», «American spirit», « Svanita presenza» e «Esistenza» sono quattro poesie inedite di Massimo Triolo.

Bozza per una lirica su Leopardi di Massimo Triolo

Quale inquieto desiderio ti rimescola il ventre
e l’anima tua guasta
di dolce veleno?
Quale molle languore nasconde
il brillio febbricitante del tuo avido occhio?
Ai cupi rintocchi delle prime diurne ore,
una capziosa speme, trasudi tutto,
e le lenzuola di sudore intrise,
fasciano il corpo tuo come fredde bende,
il respiro affanna e arrochisce la voce
che devi pronunziare acciocché tu ti senta
vivo ancora,
e per entro l’incubo di ulcere e sangue
che è la tua veglia umorosa
e assediata da silenzio arcigno.
Indarno è il tuo l’amore, e ad ogni fatto alieno,
del cui oggetto, tanto spesso ridisegnasti i tratti
coi tuoi versi balenanti di colori vivi –
robusti e fragranti come un buon vino –
e al pianto è consacrata, la tua vita,
e al dolore e all’infermità,
se gibbosa è la tua schiena e deforme,
ma tanto splendida e destra,
e aerea, dotta, fantasiosa,
la tua mente che ad angustie non indulge,
e tenero candore ha in seno, e fresco,
come un liliale bucato mattutino.
Quanto spesso, morte invocasti
e pace e quiete ed oblio –
non per ruzzo,
come in giovine età vuol romanticheria.
Morte desiderasti: placido porto, cheto e argentato,
curativo approdo ai quotidiani affanni
e tale da lenire per sempre il tuo dolore corporale,
che d’appresso si tira quello dello spirto
e tanto innanzi alla fatale ora, plutonico e greve,
ti rinnova questo cupo tratto che ancora dura
e figlia nuove faccende di dolore –
in un tempo che non più si rinnova,
ma eguale ripete passo e orizzonte,
anzi che rotto sia nell’enigma del fatale istante.
Cantasti ciò che alla dolente carne ti era negato,
fosse la Morte, caritatevole sorella,
la giovinetta che ti struggeva il cuore,
un orizzonte cui non conferire orizzonte,
e fu ben misera cosa ciò che avesti davvero,
in concreto:
gioia piccola e parca come un tozzo di pane,
poche, rade carezze,
e quasi tutte da un sole odiato.
Ma l’infinito è nell’amante e non nella concupita,
e così grande fu il tuo amore, e vero,
che il suo orizzonte non ebbe orizzonte.

*

American spirit di Massimo Triolo

I am a loser. Look at my deep black thorny eyes.
There’s a vortex in my soul.
Now, I just see a lace of faded tarmac.
Girl, a man like me goes on ‘till he pays,
he is just what he can pay.
That’s nothing much to say:
I’m drunk and rumpled and bad made.
There was a time in which I felt I had
the solution in my pocket…
Anyway, I didn’t care,
I’ve been going a foot in front of the other.
I won’t tell you my story, it’s a cheap thing:
a little broken star in a past sky.
I like you so much…
Your tiny face full of an ancient grace.
Your fire lips, your big pale blue eyes.
The peculiar way you move and talk.
I wish I dared to ask you out for a stroll –
a little bracket in the language of time,
without a specific reason –
just to break this hard moment full of ghosts,
and stolen promises and wasted words…
I know there’s no chance
for this old American spirit –
I just see you passing through the street
In the old neighborhood,
where the leprous varnish of the facades
makes you sad and ask for more.
This place you really clash with…
I’ve got a blues today:
one foot in front of the other
with a little tear In my face
that I call with your name.
Now, I just see a lace of faded tarmac,
and I want to go deep inside,
‘till the black turns into white.
My soul is tangled up in the barbed wire
of suffering,
it can’t even move –
but I’ll go deep on this road,
‘till the flash of my soul bleeds
and screams,
and has a little bit of freedom.
I am a loser, a vanishing thing
like an American spirit in the big nothing.

*

Svanita presenza di Massimo Triolo

Un sussulto e poi la netta coscienza di essere lì,
con le mani giunte e il respiro franto,
il petto che saliva e scendeva come una marea.
Potevo essere io?
Ero davvero calato, mente e nervi,
entro questa esistenza in disfacimento?
Guardavo sul soffitto lembi di luce che si scomponevano
e ricomponevano,
strisciando via e poi insistendo sulla posizione d’origine.
Sul piatto sopra la scrivania –
autentica incarnazione del caos di una identità –
una minestra rassegata,
il bicchiere con un fondo di cordiale entro cui
lottava invischiato un insetto…
Mi sentii quel piccolo insetto:
impeciato nei miei drammi, schiavo delle lamentazioni,
con la testa scaraventata in posti bui e freddi,
simile a un pupazzo mosso da fila in frenetico movimento.
Ero questa magra cosa, questa ferita aperta e pulsante,
questa pagina scarabocchiata
o schiccherata da un artista incapace,
che riproducesse forme fruste e manierate,
ma punteggiate di un dolore insostenibile –
il solo guizzo di genio: il dolore.
Potevo sentire i rumori della città intrudere nella stanza,
mi parve un sottofondo uniforme e terribile.
Avevo paura? Cosa provavo in quella lenta anestesia
dell’anima?
Sì, c’era della paura, ma stemperata da usi e pensieri
ripetuti e normalizzati per quanto atroci,
simili a pedisseque note su di un taccuino.
La solitudine era un mare piatto –
come la superficie di uno specchio –
sotto una luce diurna, mordace e straripante.
Ma scoprii presto che il mio mare era solo una pozza stagnante,
la cui superficie, simile a una pelle malata,
rimaneva immobile – un liquame fetido e muschiato d’inerzia.
Uscire di casa, anche solo attraversare il pianerottolo,
era pernicioso e esasperante come le sortite di Raskolnikov.
Come se nella fresca ombra delle scale,
si nascondesse una presenza tale da reclamare qualcosa,
pronta a far capolino da un uscio
e a interrogarmi sulla mia lugubre esistenza
pretendendo l’obolo di una risposta pacata e diplomatica,
quando le mie viscere, invece, si torcevano in fiamme.
Non mi muovevo: immobile come una statua di sale.
Autocentrico, inabissato in me stesso,
lo sguardo come una spina confitta nel circostante.
Squillò il telefono – cosa rara che avrei dovuto accogliere
come il segno manifesto che la mia camera,
io stesso, non eravamo dentro un’ampolla sulla luna.
Non risposi. Squillò ancora. Non risposi.
Doveva essere lei:
avrebbe sguainato il suo asperrimo livore
e fatto scempio del mio orgoglio –
già tenue e impalpabile.
Mi risolsi a riposare, presi quaranta gocce di EN.
Niente sonno. Vi aggiunsi sessanta gocce di Tavor.
Ancora niente. Somigliavo al martellare di un cuore
Imprigionato in un sasso.
Un moscone entrò dalla finestra aperta –
le tende che flottavano mosse da una brezza debolissima –
e descrisse velocissimi cerchi furibondi
quasi provasse a doppiare sé stesso,
ogni tanto veniva a posarmisi addosso
ma non feci molto caso neanche al fastidio.
Calò la sera, se ne venne la notte, mi affacciai alla finestra
e il cielo mi parve carta vetrata, abradeva la mia attenzione
e alimentava il mio senso di impotenza.
I pensieri erano come onde che si frangessero in lembi
buttandosi su aspri scogli –
simile a uno spicinio privo di senso,
come una casuale manciata di aghi caduti,
era la mia attenzione ripartita in infinite,
puntiformi sembianze in sé conchiuse.
Il sonno non arrivò a salvarmi.
E i giorni a seguire furono forse peggiori.
Ero piccolo quando facevo aderire le mani tese,
palmo su palmo, dita su dita,
fino alla percezione tattile
di una superficie liscia e solida come un vetro
tra l’una e l’altra.
Talvolta lo faccio ancora…
È un giochetto che mi parla adesso, da adulto,
del problema dell’identità.
Mi tornò alla mente il Principio di Heisenberg:
c’erano costellazioni di sistemi immobili e strutturati
pronti a mutare se solo vi inoculassi il mio punto di vista,
la mia attenzione.
Io stesso ero come il famoso “gatto nella scatola”:
vivevo oppure no?
Nessuno l’avrebbe scoperto – tantomeno io.
Raccolsi il mio Io come una manciata di sabbia
nella conca delle mani della mia mente,
lo calai come nelle acque del mitico Lete
ed ogni singolo granello di me scivolò via.

*

Esistenza di Massimo Triolo

La retroversa partizione dell’intero stante di una vita
In minuscoli atti finiti,
che frangono respiro e parola, annunciando, stentorei,
le vigilie di un’anima – errabonde forme conchiuse
nel solco dell’attitudine protomorfa all’originario.
Secche scorze arricciate nel fuoco diurno
e misere notti di pomi
presi nell’argentino, squillante,
eteronomo chiarore di una luna d’osso.
Conosco la tua tesa partitura, il suo andante grave
e la sollecita ricerca di penombre angolari,
l’innesto empirico-contingente che deflette il gene memore
dalla sua identica natura;
la pratica estenuante, esulcerante, del volo singhiozzato
su obsolescenti scelte dichiarate alla morte e ai suoi reflussi.
Hai onorato una rasciutta, sterile terra
che non portava messi d’anima e mente,
mentre il cuore di rugiada e i frattali dei licheni erano altrove,
il rigoglio elegante e fastoso del naturato era altrove.
Retrattili concessioni alle ragioni della vita che ti cinge,
sghimbescia scelta che aggira lustri di consapevolezza,
rovesciato calice e spezzata croce,
condotta orizzontale,
ma orba alla numinosa brama che ha di sé l’esistenza.