Inediti/ «Cenere» di Nicolò Sorriga

Inediti/ «Cenere» di Nicolò Sorriga

Cenere (Blues della pineta in fiamme) è una poesia inedita di Nicolò Sorriga.

Cenere di Nicolò Sorriga
(Blues della Pineta in fiamme)

Terra arsa, dura e polverosa terra. Terra
che ti annega il fuoco e dal mio balcone esposto al vento
ti osservo fumare distesa come uno al quale
hanno imposto un ultimo desiderio,
ti penso in giorni incastonati
nella mia anima sconquassata
dove conservo spazio per memorie pacifiche,
strappate con cura alla ghigliottina del tempo.

Terra arsa che muori piano e muta in un pomeriggio
di maestrale e ragazzi con le teste verso il cielo
che aspettano un treno soppresso per il fumo sui binari –
dal mio palco doloroso mi arrendo alla fiamma
e non ho abbastanza acqua nel mio amore
per darti conforto o speranza di tagliare questo fuoco.

Terra così severa oggi
nel tuo profilo che si fa nero, grigio, crollo,
non più le tue ombre di pini e silenzi
improvvisi di cicale al muto cambiare
di un’inclinazione di luce,
non più le sterrate e i riposi dalla civiltà
sotto faggi e tronchi e rovi di ogni verde
alti come i sogni dove lucertole e scarabei
si scambiavano la vita,
non più le domeniche mattina di ogni stagione
quando qualcuno, vedendomi uscire,
mi chiamava: – Vecchio! Sempre solo te ne stai.
Ma io non sono mai stato solo in te,
ho goduto di compagnia e carezze d’aria e schiocchi
passo dopo passo sulle tue rughe,
non più le cataratte di luce tra cappelli di pini marittimi
e luoghi che ho giocato a scoprire come quando
ti vidi per la prima volta dalla sella di una bicicletta
(e da dove, altrimenti?) e compresi che tra l’uomo e Dio
ci sono gli alberi dove appendere preghiere,
non più l’odoroso vociare della foglia caduta
dopo un sabato di pioggia fitta
e le suole delle scarpe impantanate
nella tua feconda bava,
non più quel tronco (viva colonna, davvero)
al quale mi appoggiavo pensando a cose minute,
non più il tuo schiudersi ai miei inciampi
di uomo silenzioso,
non più la cascata del tuo esercito di aironi,
la tenerezza della lumaca indifesa,
i nidi a manciate come nei sulle chiome,
la calma ingannevole della processionaria.

Terra che ardi e che a notte e per giorni ancora
sbufferai la fatica di morire come non si dovrebbe,
perdonaci dalle tue ceneri la vigliaccheria,
perdonaci come una madre fa
con i suoi figli più distratti,
smarriti nella miseria.