«Il ritorno» di Hisham Matar

«Il ritorno» di Hisham Matar

Recensione di «Il ritorno» di Hisham Matar (Einaudi).

Le storie di migrazioni non sono tutte uguali; anzi, non ci si dovrebbe mai stancare di ricercarle, ascoltarle e tramandarle: perché possono aiutare chiunque a crescere, ma soprattutto per via di quella condivisione positiva che ci vede tutti far parte della stessa immensa umanità. Partendo dalle storie narrate sui libri, ciascuno dovrebbe poi interessarsi di quelle tramandate da chi non sa scrivere, ma sicuramente è capace di raccontare la propria storia, fatta di viaggi non sempre belli e di fatiche spesso insormontabili.

Il ritorno di Hisham Matar è una di queste storie, scritta peraltro molto bene e non a caso vincitrice del Premio Pulitzer per la sezione autobiografia. Il protagonista, che è poi il narratore, torna nella sua Libia per raccogliere informazioni sulla sorte del padre, oppositore politico tenuto in carcere per anni e poi scomparso. Il suo destino, purtroppo, ancora oggi non si conosce: se ucciso non c’è nessun cadavere e se sopravvissuto non si sa della sua fine. In questa incertezza, di una speranza che non riesce a morire, Hisham intesse sulla storia paterna la sua di esistenza: nato a New York e vissuto in giovanissima età a Tripoli, trascorrerà tutta la sua vita in perenne esilio, tra il Cairo, Londra e New York. Non a caso le sue pagine sono intrise di una precarietà dalla quale è difficile riuscire a tirarsi fuori: quella sua personale, di giovane errante che non ha una patria ben definibile, e quella del padre, dissidente che non rinuncia alla sue idee, nonostante gli evidenti rischi a cui questo avrebbe poi inevitabilmente portato.

Come un elastico che può tirarsi o rimanere fermo, così la vita, in questo testo, appare come qualcosa in perenne tensione tra la necessità di trovare risposte, il desiderio di tornare nella casa libica, la delusione per una ricerca impossibile e la consapevolezza di avere comunque una salda identità, nonostante l’erranza e l’esilio forzato. Un uomo che spesso sembra avere ancora sentimenti infantili, quando ricorda le poesie paterne e quando torna su quella terra dove molti dei suoi parenti si trovano ancora, ma che repentinamente passa alla maturità di un adulto disilluso, incredulo di fronte alla possibilità di un padre ancora vivo.

La storia vera di Hisham Matar ci insegna, dunque, molte cose, soprattutto a noi italiani che spesso facciamo resistenza di fronte all’alterità. Prima di tutto, i migranti devono avere la possibilità di scrivere le proprie esistenze e devono poter avere il privilegio di essere letti da chiunque, perché attraverso le loro storie molto potrebbe cambiare. Secondo, attraverso le parole di Matar molto si può conoscere sui disastri commessi proprio dall’Italia in un paese come la Libia, riportando alla luce eventi di cui spessissimo ignoriamo l’esistenza. Terzo, nessuno dovrebbe essere costretto a un esilio forzato e quasi perenne per via delle proprie idee: la libertà, infatti, rappresenta un valore il cui possesso appartiene a tutti, nessuno escluso.