"Il labirinto" di Hasan Atiya Al Nassar

“Il labirinto” di Hasan Atiya Al Nassar

Labris: percorso intricato, o meglio definito come il Labirinto, così s’intitola l’ultimo grido in poesia di Hasan Atiya Al Nassar.

Hasan l’ho conosciuto non casualmente l’anno scorso a San Salvi durante un incontro di letture poetiche. Nel percorso intricato delle nostre vite brevi facciamo degli incontri più o meno significativi, in cui il tempo stavolta non gioca un ruolo prepotente. La quantità non serve è la qualità che fa sorgere l’empatia, a volte in una frazione di secondo. Un incontro, una frase, una cosa che accade, ci sembra piccola, poi diviene una traccia importante nella prosecuzione del percorso d’uscita. Lungo il tracciato di un labirinto sorge il canto della poesia, la sostanza liquida del dolore da gustare con calma per risorgere poi nella bellezza. Questo avverto mentre scorre la poesia di Hasan. Il suo labirinto è attraversato da una sostanza poetica che evoca un fiume a volte in piena, porta con sé i detriti e i resti delle città stanche, come recita una sua poesia. “Le città stanche” sono le città devastate dalla guerra, dal dolore e dalla sua lontananza inimmaginabile. Da queste città una volta svuotate, sorge il dettaglio come evocazione salvifica. Così ci dona una parte di gratitudine alla vita, che racchiude i giorni del ricordo: la vecchia che gli ha regalato una coperta, la ragazza che gli ha regalato la camicia invernale nell’estate, e poi c’è sua madre rimasta senza vista, ed è qui che il percorso diventa di nuovo intricato. Il respiro di sollievo raggiunto si proietta in una malinconia incontenibile: “lei aspettava dall’esilio un orologio dalla mia città Nassiria”.. E’ la cecità e il senso di vuoto che unisce ancora il figlio alla madre, l’orologio è il tempo, è il tramite negato per potersi ancora guardare e abbracciare, qualcosa che non avverrà più.

In fondo siamo tutti in esilio, ma l’esilio di Hasan è stato reale, fisico e mentale. Lui ha resistito, non ha abbandonato l’amore per

la rabbia e il rancore della solitudine: “l’amore è duro, rigido, nudo. Ebbene, sono già cadute gocce d’acqua”.

Questo amore ha indurito il cuore ma persiste, ancora è nutrito dalla poesia che non abbandona, è il luogo in cui si può tornare e gridare l’incredulità, la devastazione della separazione, e sorella povertà.

I miti del passato ci accompagnano, lui li evoca come in un rito di passaggio dimensionale fra la realtà dell’esilio e la coscienza di voler recidere il suo dolore. Chiede aiuto ai fantasmi possenti che recitano incessantemente nella sua anima il senso dell’oblio e del ritorno, fino ad arrivare alle radici, quelle ancora fresche che si sono salvate dalla distruzione.

Durante la serata la sua presenza è stata accompagnata e riportata a terra con questo libro, per un omaggio fraterno dai suoi amici più cari. Sono coloro che durante il suo esilio hanno cercato di riportarlo dentro il flusso, nella casa del colore, della poesia e della condivisione. Edoardo Olmi ha aperto con semplicità e affettività, con un contenimento che ha trasmesso rispetto e gratitudine verso il suo amico e maestro, per poi lasciare spazio alla poesia che narra e parla da sola. Le voci di Laura e Margherita hanno tracciato, durante la lettura, il suo percorso intricato in punta di voce a volte alzando i toni, nei momenti in cui qualcosa di forte andava condiviso da tutti.

E infine ho avuto l’onore di leggere anch’io, l’ultima persona forse del gruppo che l’ha conosciuto purtroppo per poco.

“La parola fuggirà dal suo libro Sacro / fuggirà dal suo Corano” come recita “Separazione totale”. Io penso che ci sarà sempre qualcuno che potrà riprenderla e testimoniarla. Una volta usciti dal labirinto, ci potremo inchinare insieme per baciare la propria terra in pace.

Grazie Hasan

ARTICOLO DI GABRIELLA BECHERELLI