Hanif Kureishi: solo la cultura può combattere il delirio xenofobo xenofobo

Hanif Kureishi: solo la cultura può combattere il delirio xenofobo xenofobo

Intervista in esclusiva a Hanif Kureishi, l’autore di Il Budda delle Periferie che è nella lista dei cinquanta scrittori britannici più rilevanti nel secondo dopoguerra.

La splendida terrazza del Miramare sul lungomare di Latina dove si svolge la rassegna culturale Come il vento nel mare, ideata e condotta da Andrea Alicandro e Massimiliano Coccia, ha ospitato Hanif Kureishi che è nella  lista dei cinquanta scrittori britannici più rilevanti nel secondo dopoguerra mondiale. La sua consacrazione avvenne col romanzo d’esordio Il Budda delle periferie, il best-seller che ha portato a compimento l’urgenza autoriale di rifuggire l’appartenenza forzata.

Dopo la divisione dell’India nel 1947, la famiglia Kureishi, appartenente alla media alta borghesia, vicini ai Bhutto, si era unita alle aspirazioni del Pakistan. “Se la Gran Bretagna è una forza culturale in Europa lo deve al multiculturalismo e alla diversità”, sostiene Hanif Kureishi, nato a Bromley nel 1954, da padre pachistano e madre inglese, negli anni in cui si respirava aria di razzismo.

Cosa può fare la cultura contro l’ondata di razzismo, sovranismo e fascismo che sta travolgendo l’Europa e non solo?

Dove prevale il disprezzo per l’altro, dove il nazionalismo si traduce in un isolamento intimo e collettivo, fisico e emotivo, ma sempre tragicamente consapevole, la cultura è la sola forma pensabile di opposizione al delirio xenofobo che imperversa nel mondo. La cultura prima di tutto deve esercitare il ruolo di critica, non far finta di nulla, deve denunciare. Cosa che hanno fatto con le loro opere e in epoche diverse Picasso, Stravinskij, Hitchcock. E’ la prima volta che vengo in Italia dopo le ultime elezioni e sono preoccupato che questo bellissimo Paese, popolato da bellissima gente, abbia fatto, scelte politiche che stanno ingrossando quest’onda.

Nei suoi libri racconta quasi sempre storie della sua famiglia. Perché la figura paterna è così presente?

Ovviamente tengo moltissimo anche a mia madre, ma mio padre veniva dall’India, che faceva parte dell’Impero Britannico, dunque mio padre è stato un emigrato, che ha scelto di trasferirsi in Inghilterra per viverci e lavorare. Quando ho iniziato a scrivere, questa storia mia, figlio di un emigrante e di un matrimonio misto, mi sembrava importante.
Questa storia personale mi è sembrata molto rappresentativa per quanto stava accadendo negli anni ‘60, ‘70 e ‘80 nel Regno Unito. La sua esperienza è stata importante proprio perché rispecchiava quello che stava accadendo nella società di quegli anni.

Ma parla anche di sesso nei suoi libri. Trova che sia difficile scrivere di sesso?

Scrivere di qualsiasi cosa può essere difficile, come pure può essere facile. Io vivo molto l’epoca del dopoguerra, scrivo della sessualità come della musica pop, delle questioni razziali e d’identità. Per me sono questioni da trattare allo stesso modo, ma il vantaggio è di utilizzare le storie personali in questa forma di scrittura. Senza dubbio trovo più facile parlare di questi temi che sono il mio vissuto.

Crede nella fedeltà?  

La fedeltà è essenziale almeno quanto l’infedeltà. Senza fedeltà non si vivrebbe, ma dobbiamo imparare a diventare individui e saper lasciare la propria casa, le persone amate. Senza questo tipo di percezione non si cresce e non si matura.

Ma la letteratura, l’interculturalità, rivestono un ruolo nella formazione etica di un individuo rispetto al problema del rapporto con l’immigrato, l’altro, il diverso?

Credo che questo sia molto importante per i ragazzi. Io ho tre figli che vanno a scuola a Londra e hanno tanti compagni di classe che vengono dal Pakistan, dall’Afghanistan, dalla Siria; vivo in un distretto londinese dov’è pieno di italiani, credo che sia importante imparare a parlare tra di noi delle nostre culture, guardare i film e leggere le  letterature degli altri, ma soprattutto è necessario che si parli di cosa accade nel del mondo. Quella più importante oggi è la questione razziale in Europa. Senza dialogo non c’è democrazia, perciò l’informazione e la libertà di parola sono fondamentali.

Ora a cosa sta lavorando?

Sto scrivendo la sceneggiatura di un film, una versione contemporanea, tra il noir e la commedia, di Viale del Tramonto, il film di Billy Wilder, ma ambientata a Hastings, la città di mare dove sono cresciuto e che in parte la Francia invase nel 1066 e che ha come personaggio principale una rockstar in declino che arriva in questa città.

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Hanif Kureishi è nato a Londra nel 1954 da padre pakistano e madre inglese. È romanziere, drammaturgo, sceneggiatore (e anche regista: London kills me, 1991). Ha scritto le sceneggiature per i film di Stephen Frears My Beautiful Laundrette (1985) e Sammy e Rosie vanno a letto (1987) e per The Mother (2003) e Venus (2006) di Roger Mitchell; il romanzo Il Budda delle periferie (1990) è divenuto uno sceneggiato televisivo per la BBC, e dalla raccolta di racconti Love in a blue time (Bompiani, 1996) è stato tratto il soggetto del film Mio figlio il fanatico diretto da Udayan Prasad; dal romanzo Nell’intimità (Bompiani, 2000) Patrice Chéreau ha tratto il film vincitore al Festival di Berlino 2001, Intimacy. In Italia Bompiani ha pubblicato inoltre Il dono di Gabriel (2002), Il corpo (2003), Il mio orecchio sul suo cuore (2004), gli interventi politici Otto braccia per abbracciarti (2002) e La parola e la bomba (2006), i romanzi Ho qualcosa da dirti (2008), L’ultima parola (2013) raccolte di racconti come Il declino dell’Occidente (2010),Tutti i racconti (2011), Un furto (2015), Uno zero (2017), il saggio Love + Hate (2018).